Ricordiamo Luisito Bianchi

A Luisito Bianchi è dedicato un sito intero: www.luisitobianchi.it, curato dagli amici dell’abbazia di Viboldone.

Luisito aveva preso chiaramente le distanze dall’immagine corrente del preteoperaio, spesso connotata da scelte ideologiche-politiche. Una pagina del suo “Diario di fabbrica” accenna al suo orientamento – quando ancora non aveva scelto di andare in fabbrica: era stato consultato nel pieno del conflitto tra don Mario Colnaghi e il Card. Colombo.

 

La scelta di Luisito era in continuità con quella dell’apostolo Paolo: il vangelo può essere annunciato soltanto nella totale gratuità. Per questo si è sempre mantenuto con il proprio lavoro, prima quello manuale, poi quello di infermiere, infine quello di scrittore, che si è poi dimostrato essere il “suo” lavoro nel davvero grande romanzo storico “La messa dell’uomo disarmato”.

Alcune righe del romanzo le abbiamo già riprodotte a suo tempo come “consiglio di lettura”; consiglio che merita davvero di essere rinnovato.

 

Giovannino, il figlio del partigiano comunista, chiede a Franco, il protagonista del romanzo:

“Ma tu credi veramente in Dio?
Era facile rispondergli affermativamente. L’abitudine a considerarmi un credente era talmente radicata che, anche in tempi di vuoto profondo, la fede rientrava nell’automatismo con cui mi muovevo.
Ma quella domanda, così semplice nella sua formulazione da non consentire risposte evasive, mi turbò. Avevo di fronte un ragazzo che stava aprendosi alla vita e beveva avidamente quanto riusciva a captare di genuino; non si poteva barare con lui, nemmeno con la legittima presunzione d’onestà in cui mi potevo rifugiare, se non volevo che le parole suonassero false prima alle mie orecchie che alle sue. Che potevo dunque rispondergli?
– Non so, gli dissi. – Vorrei credere, ma solo Dio sa se credo”.

 

Nel finale del romanzo, poi, Franco scrive:

“Se ora Giovannino mi chiedesse: – Credi in Dio? – gli risponderei: – Non so – come una volta; – ma credo alla Parola annichilita e risorta per dare un unico senso alla morte e alla vita.
Forse noi non vedremo la nuova terra perché abbiamo mormorato nel deserto presso le acque amare del vecchio mondo: e l’innesto nuovo sul tronco selvatico non dà subito frutti ma attende nella pazienza che si schiuda la misericordia della terra”.

 

E nelle ultimissime righe Franco conclude scrivendo di voler stare

“con la mano sulla bocca, come Giobbe dopo la contesa che proclamò la signoria della Parola, in contemplazione di avvenimenti che non capisco ma che ho cominciato a comprendere, meglio, che hanno iniziato a comprendermi, per pura grazia”.