1989 Salsomaggiore / “Quando ritorni?”… Che prete sono?

“PRETIOPERAI QUALCHE ANNO DOPO”
Convegno nazionale 1989

Interventi personali (9)


Mia zia suora mi continua a domandare quando la smetto di fare il PO, di chiudere questa “esperienza” e questa parentesi della vita e di tornare a fare il prete “normale”, magari accettando una parrocchietta, anche piccola! Il problema di fondo è il rientro nei canoni, secondo i quali sono stato ordinato e secondo cui risponderei meglio all‘organizzazione e al Vescovo che mi ha affidato questo incarico nella Chiesa diocesana, pensandomi forse diversamente da quello che sono.

Sono ancora prete in questo progetto? Questo interrogativo mi ha accompagnato da sempre in questi anni ed è stato spesso il tormento e la causa di frequenti analisi e confronti, e non solo a livello personale, ma anche d’insieme. Ho perduto degli amici, ho avuto scontri con i miei, con le persone che frequento, con i fedeli in parrocchia dove risiedevo e risiedo, con i compagni di lavoro, con le organizzazioni a cui partecipo.

L’interrogativo è sempre quello: ma sei ancora prete? Quello che fai e pensi fa ancora parte delle prospettive della Chiesa e della parrocchia? I criteri di fondo che ispirano il tuo modo di essere rispondono ancora agli indirizzi pastorali di una Chiesa, che pensa ai suoi preti in modo diverso? Fai parte di questa Chiesa, o vivi con riferimento ad una comunità del futuro, che non esiste e forse non esisterà?
Mi è venuto immediato rifare una mia giornata di vita e riverificare questo mio modo di essere prete e PO. Quando mi alzo, il primo impatto è con le notizie del giorno e del mondo e con qualche breve riflessione sul Vangelo e sulla giornata precedente. Sono questi indubbiamente i poli fondamentali, su cui verte la maggior parte delle mie riflessioni. Da tempo non recito breviario, che sento, con una certa allergia, retaggio del mondo monastico e che non mi aiuta molto, con le ripetitività e lo schema preordinato, a raggiungere l’obiettivo di mettermi in sintonia con il vissuto dell’umanità e con la preghiera di tutta una chiesa. Non giudico,
critico, ma non lo sento legato al mio modo di vita, anche se, nelle occasioni di preghiera collettiva, negli incontri e nelle riunioni, quando cioè si prega insieme, è certamente valido.
Forse mi manca l’approfondimento e la capacità di legare immediatamente la sensibilità e le tematiche bibliche della preghiera con gli avvenimenti e la vita quotidiana mia e dei miei compagni di lavoro e di strada. Mi riesce meglio tentare di pregare con tutto e con tutti coloro, con i quali vivo le esperienze quotidiane. Sgranando chilometri in macchina negli spostamenti per lavoro, spesso canto, penso, prego, portandomi dietro le situazioni di coloro che ho incontrato e che mi hanno scaricato addosso le loro realtà e le loro sofferenze e impotenze. Non celebro spesso e per lo più solo la Domenica, ma mi pare un momento forte, comunitario almeno nelle aspirazioni.
Ho la sensazione che c
è molto da inventare ancora, perché la celebrazione divenga occasione di partecipazione effettiva e paritaria di tutti, luogo di comunicazione semplice e immediata di ciò che si vive, si sente, si condivide. Nonostante i tentativi di dare continuità tra ciò che fa la mia esperienza e il momento liturgico, celebrativo, ricaricante e di incontro con Cristo vivo, la strada non è certo breve, molto voluta. Ho occasione di ripensare al Vangelo della Domenica con un gruppo di persone, che da anni si ritrova, pensa e cerca di ricollegare gli avvenimenti della zona e dell’ambiente con il messaggio evangelico. La riflessione mattutina si ricollega a questa scadenza e la prepara.
Poi parto per il lavoro e comincio a orchestrare tra telefono, campanello della porta, computer, interrogativi dei colleghi e degli utenti anziani, perlopiù sordi e con l’incapacità di accettare che la loro pensione non basti mai. Sono un p
o’ esperto in pensioni, disoccupazioni, malattie, assegni familiari, cure, infortunistica, e così via, per cui rispondo a continui interrogativi e soprattutto partecipo direttamente ai drammi di tanti, condividendo l’impotenza di fronte a leggi, decreti, smentite, burocrazie lente e consolidate, ritardi, rinvii, false promesse… che hanno poco a che fare con le scadenze del mangiare tutti i giorni, del fare i conti per arrivare a fine mese.
L’ambiente è il più adatto per maturare una pazzia tranquilla. L’altro giorno una
ispettrice del Lavoro è rimasta per circa un’ora a controllare il tipo di lavoro e le pratiche svolte: se n’è uscita dicendo che a lei sarebbe bastata una settimana per impazzire. Penso ormai che la mia pazzia si sia stabilizzata e sia irreversibile. Mi accorgo invece che va crescendo la mia aggressività, il tono di voce, mentre si abbassa il livello di sopportazione delle domande e delle suppliche, e una certa capacità di condividere e partecipare in profondità alle realtà vissute dai lavoratori che mi si presentano davanti.
Tuttavia non ho certo problemi per dire che sono ormai dentro al loro vissuto e alla loro storia. Come PO sono partito spinto da questa ansia e da questo stimolo e mi pare che su questo non ci sia molto da discutere. Temo solo quando mi sento dire: “Ma tu non sei come gli altri! Con te è diverso, ti si può dire tutto; ma sei proprio prete?!” Avverto anch’io che la vita vissuta, la vita dura mi ha smontato, mi ha tolto parte di quella sicurezza e di quella certezza, che ti fa diverso da tutti, identificato con ciò che porti, quasi sostituibile con Gesù Cristo (sacerdos alter Christus) sia in Chiesa, che fuori di essa.
Questa tentazione finemente psicologica non mi prende di sorpresa. Cambia così il modo di parlare, di proporre il messaggio, di rapportarsi agli altri, che ti fa ritrovare tutti sprovveduti e indifesi di fronte a ciò che la vita riserva, giorno dopo giorno, e che la morte ti ricorda in modo tragico e inequivocabile. Sento cadere progressivamente quella volontà di potenza che comunque ti situa al di sopra o almeno al di fuori di quello che è comune.
Torno a casa senza orari fissi e faccio i conti con le faccende quotidiane. Trovo preparato, ma in genere mi arrangio per tutto il resto. Mangio spesso in fretta, convulsamente, in modo pesante e disordinato, per cui lo stomaco dà spesso segni di contestazione e protesta. La sera poi il mangiare è una variabile secondaria degli orari più strani. Ho finito per convincermi, dopo aver visto direttamente la fame del sud del mondo, che è molto importante ricondurre questo momento del vivere a proporzioni molto relative.
Non accetto più da tempo di partecipare
a cene, banchetti, ad abbuffate, perchè mi resta impresso il senso di disagio, tornato dal Mozambico, nel guardarmi attorno e vedere gente incosciente e addormentata di fronte alla realtà di quel paese. Mi ha preso l’idea del cervello di tutto l’Occidente, foderato di grasso e di incoscienza, senza possibilità di sprazzi di fantasia e di inventiva, tipica di chi punta al futuro.
Non sono tuttavia al livello di essere citabile come esempio,
perché a tavola resto un buon prete sano e di bocca buona, con la sacra abitudine della pennichella pomeridiana.
Torno al lavoro e la battaglia ricomincia e prosegue fino a tardi. La sera è il tempo di incontri, riunioni, dibattiti, momenti di riflessione insieme, ma anche di assemblee di partito, di quartiere, di parrocchia. Qui rispunta sempre il buon prete saputello, gran mediatore, gran pastore che cerca di mettersi al di sopra delle parti, ma soprattutto di aver sempre l’ultima parola, confondendo la Parola con le parole, come se fossero la stessa cosa.
Il misurarsi continuo e costante con tutti e a tutti i livelli, però, mi ha fortemente ridimensionato. L’impegno, sia politico che sociale, ha tolto al mio essere prete il contorno di sacralità e di specifica competenza, per cui porsi nella diversità. Il lavoro di faticosa costruzione di una mentalità di solidarietà, di corresponsabilità, di partecipazione democratica e rispettosa delle diversità, ha molto cambiato il mi
o modo di pormi e mi ha profondamente liberato e destrutturato.

Anche da un punto di vista di rapporto con la gente, so distinguere bene secondo i criteri politici, sociali, economici, senza troppe fughe nel generico “vogliamoci tutti bene”. Ma nello stesso tempo un sano realismo mi fa sentire solidale con tutti aldilà e al disopra delle distinzioni, senza tuttavia ignorarle. Questo aiuta un rapporto più vero e meno falsamente idealizzato e trasfigurato e perciò irreale con le persone con cui tratto.
“E sei anche prete!”, mi ha gridato in faccia il Segretario della Cisl, che mi rimproverava di aver trattato male un lavoratore che cercava privilegi e precedenze presso di lui. Gli ho risposto che l’essere prete non esclude il dover essere giusti con tutti. Ho però riflettuto che non sono una figura di prete tanto facilmente comprensibile, forse neanche a me stesso.
Ci sono dei punti ormai chiari: sono un prete che si mantiene con il suo lavoro, che vive in modo che si avverte che la sua vita è un tentativo di mettere insieme Vangelo e vita, senza confondere sacro e profano,
utilizzare il sacro per imporsi nel profano, mescolare soldi e rapporto con Gesù Cristo, fare dell’essere prete una professione o un ruolo sociale, una casta ecc.; tutte cose che sono patrimonio assodato della figura del PO. Inoltre ritengo fondamentale il recupero di una vita di fede e di una libertà appassionata, nel riferirsi al Vangelo e all’amicizia con Gesù Cristo, che non abbia gli obblighi del ruolo e delle scadenze del sacro.
Resta però il fatto che mi riscopro uno strano prete, anzi mi domando in che cosa assomiglio al prete nato da quindici anni di Seminario. Mi chiedo anche in che modo mi dico operaio, con quali agganci con il lavoro dipendente e gli obblighi relativi. La mia vita è certamente legata e dipendente dal lavoro e strettamente legata ai lavoratori. Ma la sintesi che fa il PO è quella che faccio io?
Penso spesso alle distanze tra Chiesa organizzata e mondo dei lavoratori, che non si è molto attenuata in questi anni; penso ai contadini con cui vivo, che sono considerati ‘vicini’ alla mentalità cristiana e che invece danno segni inequivocabili di separazioni ancestrali.
Mi chiedo come l’intuizione iniziale per cui sono diventato PO abbia messo radici.
È divenuta sensibilità collettiva? È oggi fatto di Chiesa l’incontro tra Vangelo e lavoratori, tra giustizia e vita cristiana? Che cosa dice oggi e quali sono le figure di uomini di Chiesa che parlano a tutti di gratuità, di servizio, di solidarietà reale con il vissuto degli ultimi, anche di quelli nuovissimi, che la nostra società riproduce costantemente? Non riesco più a rispondere con la sicurezza e la chiarezza incosciente di una volta, ma avverto che la mia ignoranza e i miei dubbi, hanno una valenza più concreta e legata alla complessità di ciò che viviamo e siamo tutti insieme.

GIANCARLO RUFFATO