1989 Salsomaggiore / Ci sentiamo Chiesa a tutti gli effetti

“PRETIOPERAI QUALCHE ANNO DOPO”
Convegno nazionale 1989

Interventi personali (5)


Forse questo mio intervento, nel clima attuale della Chiesa che vive una stagione di ripiegamento se non di ritorno all’indietro, può apparire spigoloso; tuttavia lo ritengo necessario.
Mi riferisco al “mandato”, che noi P
O italiani vorremmo sentire non solo tollerato o sussurrato qua e là, ma come un vero e proprio atto di fiducia da parte della gerarchie nei nostri confronti.
Le premesse poste in atto non sono certamente tra le più allettanti.

 

Parto da due citazioni autorevoli:
1. Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana: Chiesa e lavoratori nel cambiamento (1987), n. 23:
“La Chiesa è presente dove sono presenti e operanti i Cristiani… in proporzione della vita di fede dei cristiani stessi. Non sarà necessario mandare un prete in certi ambienti difficili come gli ambienti di lavoro; la Chiesa dovrà essere già presente e attiva nei cristiani, purché abbiano coscienza della loro identità e della loro missione come cristiani”.
2. Esortazione apostolica
Christifideles laici di Giovanni Paolo II (1989), n. 15: “Certamente tutti i membri della Chiesa sono partecipi della sua dimensione secolare, ma lo sono in forme diverse. In particolare la partecipazione dei fedeli laici ha una sua modalità di attuazione e di funzione che, secondo il Concilio, è loro propria e peculiare: tale modalità viene designata con l’espressione indole secolare”.

 

Mi permetto ora di fare alcune osservazioni:
1. Si ha la sensazione che il nostro ministero di P
O venga condiviso fino a quando si risvegli il ‘grande addormentato’ (il laicato). Perciò il mandato potrebbe essere interpretato benevolmente in una fase di sostituzione temporanea, in supplenza alla ‘deficienza’ dei laici: quasi un mandato ad interim. È una concezione pericolosa, alla stessa maniera con cui si insinuasse l’idea che il ruolo del laico oggi diventa più importante nella chiesa solo perché scarseggiano i preti.
Mi pare che un discorso più approfondito vada fatto sulla natura stessa della Chiesa.
2. Tra gli “ambienti difficili” sopra citati, dove non si ritiene necessaria la presenza attiva e fisic
a del prete, viene unicamente fatto cenno agli “ambienti di lavoro”. Ciò è causale? Perché non c’è resistenza nel mandare i preti in altri ambienti, forse ancora più difficili, che fanno parte del muro allungato delle nuove povertà? Forse perché i PO non rientrano nell’organigramma Caritas della Chiesa a titolo specifico?
Ci si dimentica forse che tanti di noi si sono buttati in fabbrica anima e corpo per saldare la drammatica frattura tra Chiesa e classe operaia, contribuendo a far s
ì che la carità diventasse giustizia. Per noi il problema di un rapporto non ancora risolto rimane aperto.
3. La distinzione tra dimensione secolare (propria di tutti i membri della Chiesa) e indole secolare (propria dei laici) ci sta bene, in quanto la nostra collaborazione di PO assume la dimensione secolare (in questo caso: presenza negli ambienti di lavoro) del nostro sacerdozio ministeriale nell’ottica di fare un servizio al sacerdozio regale di tutti i fedeli.
4. È nostra convinzione che molte categorie di fedeli non sono raggiunte dalla pastorale ordinaria, anche se la Parrocchia rimane ‘la fontana del villaggio’. È ancora la
Christifideles laici n. 26, a dire: “Molti luoghi e forme di presenza e di azione sono necessarie per recare la parola e la grazia del Vangelo nelle svariate condizioni di vita degli uomini d’oggi, e molte altre funzioni di irradiazione religiosa e d’apostolato d’ambiente, nel campo culturale, sociale, educativo, professionale ecc… non possono avere come centro o punto di partenza la Parrocchia”.

 

Noi PO ci inseriamo in questo quadro d’insieme per ricomporre un tassello, sia pur modesto, della Chiesa, privilegiando questa categoria di ‘lontani’.
In realtà stiamo concretizzando, come PO, un mandato implicito (più che esplicito), più inteso ad interim che d’urgenza, dove ci viene riconosciuto un c
arisma particolare più che valutarne la corrispondenza o meno ai bisogni reali della gente.
Cosa siamo qui a dire, alcuni anni dopo?
Che ci troviamo ancora fieri di essere PO con un sacerdozio comune e un sacerdozio ministeriale e sosteniamo che quest’ultimo in particolare lo vogliamo mettere generosamente a disposizione del Regno di Dio e della Chiesa, in funzione della missione e della evangelizzazione, in nome della complementarietà e non del dissenso.
Ci sentiamo Chiesa a tutti gli effetti e non tra i membri di appartenenza discutibile o anomala (al Convegno di Loret
o i PO venivano annoverati assieme ai divorziati).
Questa stima ce l’hanno tributata in larga misura i nostri compagni di lavoro, gli organismi quotidiani della nostra militanza, le nostre stesse comunità cristiane dove operiamo al di fuori del lavoro.
Una maggiore comprensione attendiamo dalla Chiesa di cui siamo figli. Ciò sarà per noi di stimolo a fare meglio e forse potrà contribuire in parte alla prospettiva di nuove vocazioni in tal senso.

BEPPE ORSELLO