Una cara amica

E ancora ricordando…


 

Mi è molto difficile scrivere qualcosa su di te, perché non voglio che suoni come un “elogio post-mortem”, che tu avresti aborrito, e perché le cose che dovrei dire sono così intime che forse non hanno senso per gli altri. I nostri incontri sono sempre stati così pieni di pudore e di cose non dette, anche se per me enormemente significativi, che dirle forte mi sembra quasi di tradirti.
Ci siamo conosciuti tanti anni fa; io ero sposata da poco e, con Franco, ci trovavamo con altre coppie, a casa ora di uno ora dell’altro. Insieme riflettevamo sul Vangelo cercando di capire come potesse entrare nelle nostre vite, e tu ci aiutavi. Celebravamo anche la Messa, nelle nostre case, sulle nostre tavole quotidiane, e poi spesso condividevamo anche il cibo intorno alle stesse tavole, ed era una festa attesa anche per i nostri figli.
Erano i tempi in cui Ivrea ospitava persone giunte qui da varie parti d’Italia, e il nostro gruppo era anch’esso variegato e ricco di esperienze diverse. Io allora ero piuttosto intimidita dalla presenza fra noi di personalità dominanti, e in genere me ne stavo zitta; mi pareva che quel che io pensavo o avrei potuto dire fosse insignificante e non interessasse nessuno; e soprattutto mi pareva di non saperlo dire bene come altri facevano.
Ma quello che dicevi tu, mi entrava nel cuore e mi nutriva. Abbiamo continuato così per tanti anni; i nostri figli, che man mano crescevano, parlavano di noi come del “gruppo”, perché non ci eravamo dati un nome né volevamo inserirci nelle “équipes”, che avevano dei percorsi già tracciati.
Ma un giorno tu ci hai abbandonato; eravamo troppo intellettualoidi e “borghesi” per te, che vivevi già la realtà di Lessolo. Non so se questo tuo allontanamento sia stato capito da tutti; per me è risultato ovvio. Mi legava agli amici un grande affetto, ma non riuscivo neanche io a condividere con loro le preoccupazioni, le ansie, i bisogni, che il mio lavoro di assistente sociale mi faceva incontrare ogni giorno.
Poi sono entrata anch’io in carcere e ho conosciuto un mondo sconosciuto a molti, che mi ha totalmente conquistata. Lo stare accanto ai detenuti mi portava spesso a Lessolo e tu eri là, sempre dolcissimo con me, sempre punto di riferimento per tanti. So bene che se parlo di dolcezza, faccio sorridere qualcuno; perché ho conosciuto anche le tue durezze inaspettate e i tuoi grandi furori. Ricordo bene quella volta che, in carcere, dove eri venuto a sostituire il cappellano, hai trattenuto a stento la tua ira per qualcosa che era capitato; mi hai poi detto, sorridendo, che non era posto per te.
Il fatto è che tu non sei mai stato un mediatore, e il tuo carattere impetuoso mal si adattava ai compromessi. Ne abbiamo anche discusso; ma se a parole mi riconoscevi qualche ragione, poi lo scalpello che usavi per lavorare così bene il legno si abbatteva anche sui rapporti ambigui e di convenienza. No, davvero non eri fatto per mediare; e credo che questo ti abbia dato anche grandi sofferenze.
Eppure in momenti particolari della mia vita, hai saputo trattarmi con una dolcezza indicibile. Non con molte parole, che avevi pudore di dire, ma con alcune frasi che mi hai scritto e che conservo gelosamente tra le cose più belle che ho ricevuto. Come quando è morto Franco, con cui talora eri in conflitto (perché anche lui impulsivo e un po’ tagliato con l’accetta come te), e mi hai mandato una lettera che mi fa piangere ancora adesso.
Un’altra volta sono stata io a scriverti: era morto un tuo amico, e io ti ho solo mandato un piccolo testo molto bello di don Do. Non mi hai risposto; ma poi, alla Messa della domenica successiva, mi hai riempita di commozione, perché, nell’omelia, hai voluto leggere quel testo dicendo che te lo aveva mandato “una cara amica”. Ecco, quella parola, “amica”, è stata per me il più bel grazie che potessi dirmi, e contiene tutta la bellezza del nostro aver fatto qualche pezzo di strada assieme.

 

Giuliana Bertola