Una parabola da raccontare

E ancora ricordando…


 

Nel secondo anno, mentre fratel Antonio, per un carisma tutto suo nell’equilibrio dei cibi e dei sapori, preparava le verdure per il pranzo, entrò nella cucina un prete della zona. Alcuni sacerdoti della diocesi, sostenuti dal loro vescovo, cui si doveva l’apertura della casa, si erano messi a vivere insieme, coordinando il lavoro del titolare di una parrocchia, don Giovanni, col lavoro in fabbrica di due preti operai, l’uno ex insegnante di teologia morale nel seminario vescovile, don Renato, l’altro Maestro di Cappella della cantoria del Duomo, don Nino. Un terzo prete, don Giacchino, faceva insieme il parroco e l’operaio in uno stampaggio a caldo.
Il fiorire di comunità di base a carattere laico o di ispirazione evangelica era nello spirito dei tempi. Sulla spinta del Concilio Vaticano II, già nel 1968 era nata nella zona, in Diocesi di Biella, sempre per un’esigenza di vita comune e di rinnovamento, la Comunità di Bose, che tentava un discorso al di là della diversità di fedi religiose; di impostazione monastico-cenobitica riuniva cattolici ed ortodossi, confessioni protestanti ed Islam. La speranza era, partendo da piccole cellule, di diffondere i fermenti di una nuova sensibilità per una società migliore.
Don Renato, scioltasi la comunità parrocchiale per la morte del parroco don Giovanni ed essendo l’altro prete deciso a continuare da solo, chiedeva ospitalità per un non precisato periodo. Per qualche tempo egli continuò il lavoro di operaio in un mulino dove si macinava il grano, quindi fu assunto in una fabbrica dove si producevano tegole di marmo e cemento e si lasciò presto coinvolgere dalle rivendicazioni dei lavoratori. Nello stabilimento delle tegole divenne subito la punta di diamante del sindacato interno e responsabile indiscusso, per efficienza lavorativa, dell’immenso piazzale dove venivano stoccate le serie di bancali colmi di tegole dai vari colori, secondo i colori della polvere dei marmi con cui venivano impastate: sotto il sole e la pioggia, nel freddo e con la neve.
Ebbe le sue avventure in fabbrica e passò alla storia la cena di un Natale che la Direzione offrì alle maestranze. I Dirigenti, animati da logica aziendale ma, anche, da sentimenti di attenzione verso i lavoratori, fraternizzarono con tutti, mentre le abbondanti libagioni allentavano le distinzioni di categoria, coinvolgendo i commensali nell’allegria della serata. Venne il momento dei discorsi e la parola fu data ai parlatori: iniziò il Direttore dello stabilimento, che sottolineò la sforzo dell’azienda per potenziare la produzione a tutela dei posti di lavoro, lodando l’impegno degli operai senza nascondere alcune difficoltà per il futuro.
E venne il momento di don Renato. Non si poteva non restarne affascinati: fisico forte del trentenne, chiara intelligenza nello sguardo, la folta capigliatura brizzolata e la barba trascurata. Iniziò con una lista di ringraziamenti: “Grazie” – disse – “per la cena natalizia e per l’iniziativa collettiva che ci raduna tutti insieme prima delle feste; grazie per il posto di lavoro che ci garantite all’interno degli stabilimenti del gruppo nella nostra fabbrica a tutela del territorio, a fronte di ventilate ristrutturazioni e trasferimenti; grazie per l’una tantum natalizia che ci permette qualche spesa in più; grazie per tute, scarponi, guanti, occhiali, per il panettone e lo spumante; ma grazie soprattutto – pausa – per le tonnellate di polvere che ogni giorno ci fate mangiare con l’aria che respiriamo, che ci zavorra i polmoni e ci rende bolsi come ronzini dal futuro segnato…!”.
Ci fu un blocco mentale e una frazione di silenzio assoluto: era il problema degli aspiratori, delle maschere, dell’eccessiva permanenza in ambiente nocivo, degli operai che preferivano i soldi al risanamento dell’ambiente… poi furono gli applausi scroscianti dei compagni di lavoro e i sorrisi contenuti dei dirigenti, che avevano abboccato al suasivo elenco dei “grazie” iniziali! Il responsabile di produzione, comunque, strinse la mano al “prete”, rendendogli l’onore delle armi per l’ironia provocatoria e… conviviale!
Don Renato, taciturno ed essenziale, divenne un elemento importante all’interno della fraternità di cui aveva chiesto di far parte. Quando la fabbrica delle tegole chiuse per l’inflessibile logica della razionalizzazione del lavoro, divenne l’anima della cooperativa agricola che si fondò per sopperire alla perdita di lavoro salariato. Non disse, don Renato, nelle riunioni comuni, perché fosse venuto in cascina e perché vi fosse rimasto. Di certo, essendo sacerdote, inserito in una diocesi governata dai tradizionali apparati burocratici, preferì la semplicità della struttura della fraternità, dove si viveva il quotidiano. Aveva un temperamento mistico; quando la comunità si riuniva per la preghiera e la meditazione, restava a lungo immobile, totalmente assorto, come si estraniasse. Era un virtuoso della fisarmonica e allietò di canzoni tante serate.
Il perché fosse rimasto nella cascina degli Scalzi, tramutando la richiesta di ospitalità temporanea in condivisione di vita, lo spiegò Gianni in una delle ricorrenti riunioni. Salito per caso alla fraternità, vi rimase per cinque anni. Egli era reduce da percorsi europei dove cercare l’’ubi consistam’, dove mai fermarsi. Questo ventenne dai capelli scarmigliati, di buona famiglia, uscito dalle file di gioventù studentesca, spregiudicato e timido, in attesa di un risveglio annunciato, fu catturato dall’atmosfera della casa. Ricordando anni dopo quell’impatto, disse che lo colpirono le prime impressioni suscitate dalle persone che lo accolsero: nessuna domanda, solo se avesse intenzione di fermarsi qualche giorno; un’accoglienza disarmata, da restare spiazzati e da accettare l’ospitalità se non altro per curiosità.

 

Paolo Casiraghi