1989 Salsomaggiore / Un’ipotesi come chiave di lettura della nostra storia aperta al futuro

“PRETIOPERAI QUALCHE ANNO DOPO”
Convegno nazionale 1989

Contributo dei PO piemontesi


Premessa

 

Il destino religioso della classe operaia è sempre stato una delle preoccupazioni dominanti della storia dei Preti Operai sin dalle origini e tale rimane oggi per noi PO piemontesi; non altrettanto possiamo dire delle nostre comunità cristiane di appartenenza e delle nostre chiese locali.
Per noi il punto di partenza è stato, sebbene con storie personali diverse, l’appello di Dio ascoltato nella massa operaia sempre più allontanata e lontana dalla conoscenza del Cristo liberatore e in conflittualità tra quanto esigeva la Chiesa per riconoscerli come credenti e l’interna esigenza di giustizia che normalmente era vissuta in conflittualità con la stessa Chiesa.
Questa assenza della Chiesa dalla classe operaia è apparsa a tutti noi come una grave carenza e responsabilità degli uomini di Chiesa, particolarmente vescovi e preti. Lo scollamento della chiesa dal “mondo moderno” costituito dalla classe operaia in ascesa e individuata tra “gli ultimi” della società occidentale industrializzata, spingeva tutti noi a fare il salto.
L’intensità religiosa, la generosità, il coraggio ci hanno permesso di collocarci all’interno della condizione operaia con atti espliciti di insubordinazione o perlomeno di conflittualità nei confronti delle autorità ecclesiastiche locali e superare gravi ostacoli.
Sono trascorsi numerosi anni. La classe operaia ha subito profonde trasformazioni a tutti i livelli; la Chiesa non è più quella conciliare; noi come persone e come collettivo di preti operai, nella condizione operaia e nella chiesa, non possiamo illuderci di essere gli stessi, né è la stessa l’attesa e l’accoglienza degli altri nei nostri confronti,
Per questo non possiamo esimerci dall’interrogarci sulla nostra storia, sulla nostra identità, sulla sua evoluzione, sul suo significato, coscienti che ogni revisione di vita ci spinge ad essere attenti ai segni ed agli appelli di Dio per essere aperti a prospettive impreviste, ma comunque governabili, del nostro essere segno nella Chiesa in condizione operaia.
La presenza di PO insieme ai militanti cristiani, è stata una delle componenti caratteristiche della grande stagione della classe operaia a Torino e in Piemonte.
Oggi qualcuno di noi è già in pensione, altri hanno fatto scelte complementari, altri riscoprono mansioni nuove all’interno della chiesa locale, altri hanno dato tutto il loro impegno nella formazione di militanti credenti e altri ricoprono ruoli direttivi all’interno del sindacato. Tutti abbiamo ancora dentro la “condizione operaia” che ha segnato la nostra esperienza umana e sacerdotale.
Oggi per noi è indispensabile riflettere su questa storia con occhio critico, senza preoccupazioni apologetiche. Interrogare noi stessi, come Chiesa, in rapporto ai nuovi problemi della classe operaia e del mondo. Non possiamo più rinviare. Ne va di mezzo la nostra fedeltà ai doni di Dio, la nostra missione nel mondo e il futuro dei PO.
Come possiamo intravvedere un avvenire dei PO se non analizziamo non le nostre coscienze ma la dinamica del segno espresso dalla nostra vita, nella chiesa e tra i lavoratori? La chiesa ci vuole come PO? O attende la nostra morte naturale? I lavoratori hanno colto il segno? e cosa si attendono dalla nostra presenza?
Partendo da questi ed altri interrogativi, sollecitati dalla divaricazione sempre più progressiva tra la chiesa e il mondo, ci siamo orientati nella riflessione sulla seguente ipotesi di lavoro: “mentre la parabola storica dei PO declina, riemerge con più chiarezza lo validità del carisma personale della condivisione, nella condizione operaia, in ordine alla evangelizzazione”.
Prima di inoltrarci in analisi e individuazioni di responsabilità fuori di noi, dobbiamo richiamare due elementi che, a nostro avviso, hanno condizionato dal di dentro la nostra storia:
1. Le relazioni, spesso dialettiche o almeno di reciproca indifferenza con la gerarchia ecclesiale locale e con altre realtà ecclesiali del territorio non sempre ci hanno permesso di trovare un posto sereno e costruttivo al nostro gruppo nell’ambito della chiesa.
2. La presenza di un pluralismo nel concepire e vivere il nostro “collettivo” ci ha impedito di svolgere un ruolo più efficace. Dobbiamo riconoscere che più che crescere è diminuito il senso del “collettivo” e il gruppo che, con gioia e partecipazione si ritrova periodicamente per la Revisione di Vita ed altri incontri, si è ristretto, mentre prende sempre più piede la logica della collaborazione di individui più che una presenza di collettivo.
Questi due elementi preliminari non ci hanno aiutato a camminare insieme con propositività nella trasformazione, né ha aiutato la chiesa a richiedere la nostra presenza come missione, né ha stimolato altri a seguire la scelta di essere preti in condizione operaia.

Parabola socio-politica

 

Fare un bilancio di questi anni è difficile ma abbiamo segni sufficienti per trarne alcune linee essenziali.
Anche se la maggioranza di noi ha scelto prioritariamente la condizione operaia non per motivazioni politiche, di fatto tutti, strada facendo, abbiamo scoperto questa dimensione che rimane “costitutiva” del nostro essere operai, militanti credenti e preti.
La nostra evoluzione in tal senso è coincisa con il cammino della classe operaia dalla fine degli anni sessanta ad oggi. Oggi possiamo dire tranquillamente che gli obiettivi politici di allora non solo non sono stati raggiunti ma sono minati nella loro stessa formulazione ideologica. Il movimento, e noi con esso, ne è uscito sconfitto anche se non possiamo concludere che le sue scelte di fondo fossero state sbagliate.
Nella società e nelle fabbriche il clima è cambiato: alla fiducia è subentrata la stanchezza e l’incertezza, che a volte genera in ognuno di noi e nel collettivo un frustrante senso di impotenza. L’obiettivo stesso è duramente colpito; più nessuno di noi assume così criticamente, come allora, l’ipotesi del crollo del capitalismo e l’avvento del socialismo e del comunismo; siamo sempre più coinvolti, invece, in una prassi di “compatibilità” e miglioramento all’interno del sistema; caratteristica questa che, comunque, è sempre stata presente nel nostro gruppo, che a volte ci ha causato incomprensioni e difficoltà con altri PO italiani.
Come per tutti i lavoratori, anche per noi, l’esperienza che le lotte non pagano più ha toccato le nostre coscienze e messo in discussione la nostra militanza. La stessa analisi di classe fa riscontrare una caduta della centralità che si attribuiva alla classe operaia, della sua “cultura” e della missione “storica” che le attribuiva.
La nostra presenza nelle organizzazioni sindacali è diventata sempre problematica e vissuta come limitante rispetto alla complessità dei problemi causati dalla trasformazione. Sempre più spesso siamo indotti a fare scelte necessarie di cui non siamo pienamente convinti.
All’unità sublimante è subentrato lo schieramento di parte che ha evidenziato le nostre diversità.
Tutto questo ci induce ad una prima conclusione come PO: non siamo più sostenuti da un’onda socio-politica portante ma sperimentiamo quotidianamente con dignità e razionalità, anche se con amarezza, l’esperienza di chi è vinto ma non abbattuto, ridimensionato ma non annientato.
La data di questa sconfitta per noi piemontesi ha avuto un momento drammatico: la controffensiva della FIAT nell’ottanta. Come PO siamo stati profondamente coinvolti, in varia misura, alla storia della classe operaia in FIAT e alle organizzazioni sindacali. Cassa integrazione, trasferimenti, licenziamenti hanno modificato le nostre vite.
Col declinare della centralità e del fulgore della classe operaia e delle sue organizzazioni sindacali e politiche, siamo declinati anche noi nella valenza storica della nostra collocazione, ma questo costituisce una provvidenziale purificazione che ci induce ad una crescita di maturazione con la conseguente riscoperta dei valori costitutivi, essenziali che ci permettono di reggere e conservare la fede nelle scelte fondamentali, all’interno dei processi storici della stessa condizione operaia.
Uguale maturazione non sempre viene registrata all’interno dei partiti di sinistra e del sindacato che, nei militanti, ci fanno riscontrare poche volte una vera comprensione del significato e delle potenzialità della nostra presenza, oltre gli immediati interessi di organizzazione. Ma anche la nostra presenza al loro interno, a volte, ha eclissato, anche se involontariamente, le motivazioni di fede e di pregnanza del nostro esserci dentro per il Regno. Lo stesso sofferto tentativo di allargare i nostri interventi sull’insieme dei lavoratori subalterni e in situazione di non garanzia, riprova nella prassi la non tenuta del concetto di classe in termini esclusivi operaistici e la necessità di mettersi in cammino per una riespressione della nostra incarnazione all’interno della condizione operaia, ma in piena evoluzione storica.
Il movimento operaio non ha più il ruolo trainante della storia; se la composizione dei lavoratori dipendenti all’interno delle aziende è in piena mutazione, “l’operaio” rimane, con i suoi problemi di vita, di lavoro e di subalternità.
All’interno di questo assetto “provvisorio” dobbiamo ritrovare un ruolo come militanti – credenti e come presbiteri. È la fede coniugata con la politica, vissuta nella “fedeltà” a Cristo che fa essere ancora viva, significativa e motivata la nostra vita con e per i lavoratori dipendenti, qualunque sia il destino del movimento operaio.

Parabola ecclesiale

 

In questi ultimi dieci anni anche noi stiamo vivendo nelle nostre realtà ecclesiali, come nella chiesa universale, un rilancio della tradizione, anche se non codificabile semplicisticamente, caratterizzata dalla riaffermazione di alcuni valori fondamentali come l’unità universale della chiesa, la comunione delle chiese particolari e l’incisività capillare di movimenti ecclesiali con spiccata accentuazione di spiritualità che tendono a ricostruire le due città contrapposte.
Anche l’evoluzione teologica rivaluta “la dottrina sociale della Chiesa”, dalla quale come PO insieme ad altri credenti e movimenti avevamo preso le distanze.
All’interno di questa dottrina riprende piede persino l’ipotesi dei cappellani del lavoro e la presenza dei preti operai la si valuta sorpassata dalla presenza di un laicato “ormai maturo” all’interno delle realtà terrestri, compresa la fabbrica.
La stessa Sollicitudo rei socialis nello stesso tempo in cui compie un passo avanti, rispetto alla proposta di una “terza via” cattolica, rivaluta implicitamente la dottrina sociale della chiesa, intendendola come valore etico, religioso, di fede. In questo senso ha in sé una certa ambiguità nel prospettare strade nuove mentre rievoca vecchi contenuti. Ancora più preoccupante è la distanza che si riscontra fra gli enunciati sulla Chiesa e la prassi di base dove, insieme ad alcuni cammini nuovi, predominano le maniere preconciliari sul rapporto col mondo e col sociale, in modo particolare con i lavoratori dipendenti.
Nel passato abbiamo sentito ripetere più volte che tra la classe operaia e la Chiesa si era costituito un muro secolare con responsabilità reciproche.
Molti lo hanno denunciato, noi l’abbiamo sperimentato. Siamo andati in fabbrica per abbattere questo muro.
Oggi dobbiamo riconoscere non solo che il muro è rimasto ma si è allungato e si è sempre in meno a sviluppare le intuizioni teologiche recepite dal Concilio, fondate sull’incarnazione, sulla missione e sul primato della testimonianza della fede come presenza sacerdotale a pieno titolo. Mentre noi rifiutiamo di limitare il sacerdozio alle sue funzioni sacramentali e cultuali, privilegiando la testimonianza di fede come fondamento della presenza della Chiesa nel mondo e dunque nella condizione operaia, nella Chiesa si rilancia la figura sacerdotale classica che avvalora le funzioni sacramentali e disincentiva la condivisione evangelizzatrice.
Per questo abbiamo saltato il muro. Il fatto che esso si sia allungato non solo legittima la nostra presenza ma, mentre mette in discussione la nostra missione, richiede più audacia per le altre presenze, nella stessa linea, lungo il muro.
Ci chiediamo che fine ha fatto la nostra aspirazione che sarebbe arrivato il tempo in cui la Chiesa, nel suo insieme, avrebbe fatto la scelta di campo, sarebbe andata oltre le sue mura, avrebbe fatto la scelta dei poveri?
Che fine ha fatto l’opzione pastorale missionaria intravista da Pellegrino a Torino, di una diocesi che si pone prioritariamente sulla strada di ascolto e attenzione per il mondo produttivo e subalterno, che caratterizza inequivocabilmente la città?
Se nel ‘68 i responsabili della Pastorale di Torino respinsero la proposta della Missione Operaia maturata e promossa da alcuni di noi e si è poi giunti alla mediazione della Camminare insieme, oggi il problema non lo si pone affatto né a partire dalla condizione operaia, né da quella più complessiva degli ultimi.
Al contrario si ripropone la centralità della Chiesa e noi, con altri credenti, non abbiamo più lo spazio per affermare la centralità dei poveri e, tra questi, della condizione subalterna dei lavoratori.

La stessa teologia terzomondiale se da un lato ha motivato la ricerca di riespressione della-fede all’interno di culture diverse, dall’altro canto ci spinge ad una ricerca più approfondita e complessiva della condizione operaia, con la sua “cultura” in trasformazione all’interno della società occidentale scristianizzata, dalla quale è condizionata e in correlazione.
Due esempi concreti della nostra storia testimoniano l’evoluzione di questa parabola ecclesiale: le “zone franche” e gli operai-preti.
Col passare degli anni l’ipotesi di costruire dei pezzi di chiesa locale con la presenza di alcuni di noi in collaborazione con quanti, in qualche modo, condividevano l’opzione di fondo, riconducibile al “progetto comune”, è diventata sempre più problematica, sia per le più o meno tacite opposizioni della chiesa locale, sia per i nostri limiti espressi in indecisioni e in non disponibilità individuale a rimuoversi da situazioni consolidate.
Per quanto riguarda gli operai preti la storia è ancora più emblematica e problematica. Noi riteniamo il problema ancora attuale anche se la chiesa ripropone la strada vocazionale tradizionale in tutte le sue articolazioni e se la formazione offerta ai seminaristi risponde sempre più ad una “missione” sacerdotale relegata nello spirituale, comprendente le funzioni classiche del prete: l’adorazione della preghiera, la celebrazione del sacrificio della messa, sacramenti, catechesi, pastorale ordinaria.
Una riflessione più attenta sul cammino degli “operai preti” maturati al nostro interno, pur facendoci rilevare le difficoltà incontrate, ci induce a riproporre la problematica al collettivo dei PO nazionale e alla chiesa.
Una delle intenzioni maturate dai PO fu proprio quella che, in seguito alla loro presenza di condivisione, di testimonianza e di annuncio, degli operai credenti, militanti, scegliessero di diventare preti.
La previsione era che in futuro ai preti-operai, sarebbero subentrati gli operai-preti:
uomini cresciuti e maturati nella condizione operaia, forgiati dalla “cultura” operaia…
militanti che, attraverso il cammino di presa di coscienza, diventano protagonisti in fabbrica, nei sindacati, nel sociale…
credenti che vivono la fede e traducono l’annuncio di Gesù Cristo nella condizione operaia. Lì dentro riscoprono una scelta vocazionale per il ministero ordinato, per far nascere esperienze di chiesa…
Non fu questa solo una intuizione rimasta tale; segni di realizzazione ci sono stati (almeno a Torino): alcuni operai hanno accolto la proposta, hanno fatto la scelta e sono diventati preti rimanendo operai.
Il nostro giudizio a questo riguardo è positivo.
Siamo convinti che la strada vada ripercorsa: alla testimonianza e all’annuncio devono seguire proposte concrete anche in ordine al presbiterato.
È una strada aperta dai PO e non deve essere abbandonata e tanto meno dimenticata: la sua validità si inserisce e fa parte del progetto globale.

Le realizzazioni concrete per un verso e le trasformazioni avvenute in campo sociale ed ecclesiale per l’altro, ci suggeriscono due indicazioni importanti:
1. È opportuno che il candidato al presbiterato, nel suo cammino di preparazione, non rimanga chiuso ermeticamente entro i muri della fabbrica, ma entri in contatto e si confronti con altre esperienze di credenti e di Chiesa. Ciò è importante sia per una maturazione più globale e sia per una maggior fermezza nelle sue scelte…
2. Partendo dal dato che la cristianizzazione non riguarda più solo la classe operaia, ma tocca fasce più o meno ampie dell’attuale società, sarà indispensabile che colui che sceglie di farsi prete sia attento a questo fenomeno e sia messo in condizione di entrare in rapporto per il ministero dell’evangelizzazione. Dal punto di vista della parabola ecclesiale ci pare di poter dire, a mo’ di conclusione, che la problematica del rapporto condizione operaia – chiesa rimane in tutta la sua interezza anche se occorre collocarla in una cornice più ampia di scristianizzazione, tenuto conto che la Chiesa, riconoscendo – almeno nelle sue forze migliori – di non dover limitare la sua azione nel gestire una minoranza, si pone in un’ottica “missionaria”. Non possiamo non allargare il nostro orizzonte e non ricercare spazi di collaborazione superando, dove ci fossero, forme di arroccamento elitario.
In questa prospettiva non può non essere affrontato da noi, dalla e con la Chiesa locale, il nodo della “missione” e del “mandato” di ognuno di noi e dell’insieme del collettivo, in ordine alla evangelizzazione della realtà operaia che rimane con tutti i suoi problemi personali e strutturali, anche se il movimento operaio, nella sua valenza “profetica” è in declino. La parabola ecclesiale discendente certo non sollecita né aiuta la nostra presenza né ci fa intravvedere proficue prospettive. Ciò nonostante l’equilibrio personale e collettivo trovato in questi anni, nella chiesa, non ci fa avere un pentitismo di fuga né tanto meno fa mettere in discussione la prosecuzione del cammino. Occorre piuttosto chiederci se non sia giunto il tempo di portare oltre il concetto “dell’esserci dentro”, per incamminarci in modo esplicito, sostenuti dallo Spirito di Dio e dalla speranza, verso una presenza che non è solo “testimonianza” ma che diventa “cherigma” e “didaché” in ordine al sacramento per i lavoratori con i quali viviamo. Questo perché pensiamo alla condizione operaia, al Vangelo, alla Missione della Chiesa e abbiamo ancora la speranza che la necessità del ministero dei PO sia valutata e richiesta come un tassello indispensabile dalla Chiesa che si vuole porre in rapporto con la società scristianizzata e secolare d’oggi.

Riemerge con più chiarezza la validità del carisma personale

 

…A questo punto però ci vogliamo interrogare: perché rimanere ancora in classe operaia pur assumendoci la missione evangelizzatrice in un contesto di scristianizzazione che va oltre la classe operaia?
Una prima risposta è: perché è dall’inserimento nella vita operaia, nelle sue organizzazioni, nello stile di vita, nel linguaggio… che noi abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere e a vivere di quegli elementi di secolarizzazione che ci permettono di dialogare con il mondo odierno, di leggere il messaggio biblico e la storia della chiesa con occhi diversi, di riscoprire e purificare la nostra fede. Siamo quasi come in una posizione privilegiata.
Una seconda risposta (che svilupperemo più ampiamente tra poco) è: perché la scelta di povertà che deve accompagnare l’annuncio evangelico si realizza pienamente nell’assunzione del lavoro manuale nella vita operaia. In questa società molto divisa, l’identificarsi significa assumere connotati precisi di scelta di campo, che ci mettono in condizione di chiarezza di fronte a tutti.
Perché è nei meccanismi della struttura produttiva che vanno ricercate le cause della dimensione disumana della vita di oggi e dello sfruttamento del mondo. È quindi, il nostro, un calarci nel peccato di oggi.
Non si può parlare agli uomini senza partire da dove nascono le cause della divisione, dello sfruttamento, del degrado, delle alienazioni, cioè dal sistema produttivo.
È anche il sistema produttivo che si colloca nell’autonomia più assoluta di fronte a Dio e di fronte agli uomini, al di là di ogni principio che non sia quello della produttività e del profitto,
Questo si sente molto più nelle piccole realtà di lavoro dove non affiorano neppure i grandi temi del movimento operaio, quali la solidarietà e l’uguaglianza.
L’insieme di queste realtà esprime meno bisogno di vite come le nostre, perché le progettualità, nel sociale, hanno in questa fase meno lucidità e le esigenze personali non trovano sufficienti spazi per essere condivise da altri.
La Chiesa stessa con “la cultura del sazio”, con i suoi enunciati e le certezze di cui è “benefattrice” ha ritenuto opportuno non valorizzare il nostro lavoro accettando di preferenza, una presenza giornaliera (modesta per altro) nella Chiesa per le sue esigenze di una certa religiosità e molto meno per le tensioni di cambiamento che essa (classe operaia) esprimeva in termini culturali di lotta e di solidarietà o in termini più drammatici per la sua sopravvivenza. La classe operaia, come territorio esclusivo della nostra presenza, è meno motivata di prima, la lotta di classe è molto cambiata, ma il problema operaio rimane ed è ora in condizioni di subalternità e noi siamo dentro. Alcuni elementi di fondo della nostra vita escono rafforzati ed aprono nuove e stimolanti prospettive in ordine all’Evangelo vissuto e annunciato.

Lavoro manuale

 

Siamo in condizione di lavoro manuale e lo riteniamo una componente fondamentale. La nostra vita incolta e di parte scopre ogni giorno la radice del guadagnarsi il pane come beatitudine. Il lavoro manuale ci dà il segno della concretezza, limita il campo del nostro vivere quotidiano e ci costringe a ragionare di più sul senso della dipendenza, ci pone in condizione di subalternità e ci tiene legati alle grandi masse operaie del mondo e alla loro e nostra condizione di povertà.
Non leggiamo questo fatto “lavoro manuale” come una irriducibilità al sistema, ma come un luogo dove vivere, come potrebbero vivere tutte le persone della Terra, come un luogo per cercare spazi politici, creativi e critici.
“Ama il tuo sogno seppur ti tormenta”!
Da questa realtà siamo stati profondamente segnati: molte storie di persone e molti cambiamenti sociali, ascoltati e vissuti con la tuta a tempo pieno, ci hanno costretti a riflettere di più su ciò che nel mondo del lavoro è ultimo. Questa esperienza di umanità semplice e tribolata a fianco dei nostri compagni e non al di sopra sta alla base del nostro ministero di PO.
Nell’ambito dei molti compiti affidati all’interno della chiesa rivendichiamo l’originalità del nostro compito e ci sentiamo abilitati a porre dei segni e degli interrogativi là dove i credenti non hanno strutture e progetti credibili.
Il patrimonio di lotta e di condivisione, intendiamo rileggerlo come un “gratuito” e metterlo al servizio per una radicalità della fede.
Proprio in questo campo meglio si focalizza, in ordine al carisma, la testimonianza evangelica di una fede povera.
La fede non è andata persa, ci è di compagnia, è trasmissibile anche ad altri sia il vivere la fede che l’annuncio, impostati in un modo molto semplificato, diventano esperienza liberante.
Ci giochiamo la fede non nei tempi tradizionali del nascere, del crescere, dello sposarsi, del morire, ma nella evoluzione della società (qualcuno dice anche nella dissolvenza storica e politica), nel contraddittorio di ogni giorno.
È l’esperienziale (l’unità fede e vita) il terreno per approfondire i mutamenti avvenuti; proprio perché vitale, questo cammino è lento, perfino poco brillante, ci muta all’interno, ci ridona la libertà di parola e il coraggio di usare il termine “evangelizzazione” nella sua purezza storica; più legata alla tradizione biblica persa.

Il nostro essere prete risulta trasformato, per il non mantenersi con il sacro, per la profonda presenza tra la gente, per l’accettazione di strade assolutamente originali per vivere e annunciare, per l’accettazione dei limiti di povertà e di tempo con la volontà di porre tutto questo nostro vivere in una prospettiva più ampia (i tempi di Nazareth possono essere lunghi).
Sirio nei manifesti di un convegno ipotizzava la presenza PO come un cuneo capace di spaccare… Oggi è, forse, in posizione contraria che ci poniamo, come un germoglio radicato nell’humus comune.

Che cosa ne facciamo dell’essere PO?
All’aperto giochiamo la nostra vita.
Questa uscita impone una maturità diversa, con presenze meno ecclesiastiche e più evangeliche, con meno preoccupazioni per il numero raggiunto: “Ho gente, ma… voglio amare in maniera universale” (Don Milani).
Non ci basta più essere dentro, potrebbe addirittura essere un privilegio, manteniamo il gusto del confine come andare oltre alla normalizzazione della Chiesa, per addentrarci in un’appassionata ricerca di un terreno più ampio ed inesplorato, da noi, in questi termini.
Ma ancora, a scanso di equivoci, e per non dare l’impressione di una indebita autodifesa, si è rafforzata un’altra dimensione del nostro vivere che definiremo del “Come loro”.
Non andiamo palesando lucidità inesistenti, semplicemente andiamo camminando sulle strade di Nazareth, come la gente ci sentiamo credenti e preti a tempo pieno.
In questa condizione dello stare alla pari, senza potere, come lievito nella pasta, si esplicita il nostro carisma.
Dobbiamo anche ammettere che questo essere indifesi permette che la nostra vita sia lacerata da molte tensioni; quasi esemplificando:
– nelle organizzazioni sindacali, nella militanza
– il celibato, difficile e incomprensibile segno oggi
– la presenza, nelle realtà popolari, con le loro esigenze e tradizioni religiose e i loro valori
– il rapporto con il mondo secolarizzato e la ricerca di dire “Dio” con poche parole
– i carismi e le esperienze personali in rapporto al collettivo del PO
– il mantenere una viva coscienza della mondialità
– i difficili rapporti con le chiese locali.

Missione come evangelizzazione

 

Un ministero con queste tensioni non è riconducibile ad una visione “talare”, ma ad una pluralità di esperienze di missione che come collettivo abbiamo l’urgenza di affrontare con serietà, senza svendere la primogenitura del lavoro manuale.
Non si tratta dunque di un “ritorno a casa” entro mura rassicuranti, quanto piuttosto di accettare positivamente la sfida del mondo secolarizzato.
Il bagaglio delle nostre esperienze di preti operai è tutto da giocare, forse in termini nuovi, in ordine alla fedeltà a Gesù Cristo in questo mondo.
I tratti che delineano il nostro “essere dentro e a servizio’ si è assai destrutturato e diversificato per il fatto che siamo figli della situazione in cui viviamo e anche perché, nelle traumatiche condizioni di cambiamento, desideriamo avere la possibilità di cercare e di scoprire, con i nostri compagni, l’utopia cristiana.
Forse è ambizione costruire una Chiesa nella provvisorietà, finalizzata alla liberazione e orientata al Regno di Dio.
Le caratteristiche non sono di mediazione tra l’uomo e Dio, ma di ricerca rispettosa e attiva rivolta a non credenti e inseriti in un territorio con tutte le sue problematiche e rivolti ad una società multirazziale, interdipendente, planetaria.
Come intravvedere la “conversione” di questo mondo?
Mentre, in passato, si è parlato molto della purificazione della fede, della testimonianza, pochissimo abbiamo elaborato, in questo contesto di secolarizzazione e di laicità, sulla celebrazione dei sacramenti, in particolare dell’Eucarestia, dell’essere preti nell’ambito ministeriale. Si è avvertito il problema e, come risposta, ci sono state le giornate di studio di Verona dell’87, ma non si contano esperienze significative.
Non ci turba più di tanto. Il fenomeno ampio della secolarizzazione e l’aggravarsi a livello locale e mondiale del problema dei “poveri”, hanno allungato il muro.
Non vogliamo abbandonare il progetto di costruire comunità cristiane dove non esistono comunità cristiane, ma soltanto agglomerati di persone espropriate della propria cultura, della propria identità, del proprio tempo. In questa prospettiva ci poniamo.
Non è nostra intenzione disperderci, quanto piuttosto ci sentiamo appassionati da questa evoluzione.
Dalla condizione operaia, dal nostro stare dentro, mentre la Chiesa è ormai lontana da tutto, rivisitiamo la nostra capacità di essere evangelizzati e di evangelizzare e costringiamo la nostra ricerca ad uscire per compiere gesti di liberazione efficaci con i compagni di lavoro e con il mondo che subisce profonde trasformazioni,
Mentre dunque il dato storico fa riscontrare un calo di significato dei PO come movimento, queste motivazioni personali di scelta della condivisione della condizione operaia ne escono rafforzate.
Ci ritroviamo nelle stesse problematiche e nella condizione delle prime mosse dei primi preti operai, nuove mosse di tipo evangelico in una società secolarizzata.
Non abbandoniamo nulla della lotta, ma, sentendoci ancora innamorati dentro, vogliamo andare in questo convegno ad un confronto serrato e rispettoso per verificare le nuove prospettive che si pongono davanti a noi.

I PO piemontesi