Insurrezione: alcune riflessioni da una prospettiva cristiana

Nord – Sud (in Italia e nel mondo): dalle Filippine


Trattando il tema dell’insurrezione affrontiamo uno dei problemi più sentiti e controversi dello nostra vita nazionale.

L’insurrezione tocca la questione della pace, dell’ordine e della stabilità, la questione della strategia militare, delle nostre relazioni estere: l’ambasciata americana torna su questo argomento tutte le volte che si parla della situazione del governo Aquino e più recentemente essa è stata oggetto di commenti durante la visita del presidente Aquino insieme al Presidente Suharto della Indonesia. Riguarda la questione del risanamento economico: ci viene continuamente ricordato che finché non ci sarà una soluzione concreta al problema dell’insurrezione, gli uomini d’affari stranieri non saranno molto propensi a fare investimenti nel nostro paese. Riguarda soprattutto la questione dell’orientamento politico e sociale, cioè quale forma può assumere il nostro impegno per la giustizia e la libertà e che tipo di società cerchiamo di costruire.
L’insurrezione ha quindi acceso un aspro dibattito nell’organizzazione politica nazionale. L’istituzione militare è guardinga su qualsiasi cosa che non collimi con la sua idea a questo riguardo. Il Gabinetto è diviso sulla soluzione del problema. Le gerarchie ecclesiastiche sono molto caute.
È perciò più che opportuno che si abbiano discussioni su questo tema. Una cosa va comunque precisata: nessuno ha l’ultima parola sul problema eccetto gli insorti stessi; a chi vuole formarsi una opinione su di loro conviene ascoltare attentamente quello che essi hanno da dire, piuttosto che ascoltare gente come noi, anche quando ciò che diciamo ha l’etichetta di cristiano, teologico o ecclesiale.
L’insurrezione ha una sua forza che trascende il potere della benedizione ecclesiale. Quanto detto da Juan Ponce Enrile, “se possiamo risolvere il problema della gente di chiesa, il problema (dell’insurrezione) si risolverà da sé” è lontanissimo dalla credibilità storica. Un solo sguardo superficiale alla storia dell’insurrezione nel nostro paese e in qualsiasi altra parte nel mondo mostrerà che essa ha generato una propria forza non grazie all’appoggio della Chiesa, ma il più delle volte malgrado la resistenza della Chiesa.
In realtà ho il sospetto che una delle principali ragioni per le quali l’insurrezione crea queste inquietudini, se non panico, ai vertici istituzionali delle chiese è appunto il fatto che essa ha un proprio potere che rifiuta di essere assoggettato ai consigli e all’approvazione della chiesa. Essa riconosce una sorgente di potere e autorità che è fuori dal controllo di ammonimenti di natura teologica, e mentre ha cercato in molti casi la solidarietà dei cristiani, non per questo rispetta ipso facto i freni ecclesiastici. In breve, essa sfida il ruolo ed il potere sociale che le Chiese si sono attribuite e che hanno tradizionalmente svolto nella vita politica e sociale.


I. Da dove viene quindi la forza dell’insurrezione?


Da dove viene la forza dell’insurrezione se non viene dall’ortodossia teologica ed ecclesiastica? Questa è la questione nodale che dovremmo affrontare se vogliamo avere una giusta conoscenza della cosiddetta questione dell’insurrezione. Com’è avvenuto che un gruppuscolo di non più di cinquanta persone formatosi alla fine degli anni ‘60 sia diventato l’esercito che è ora? Com’è avvenuto che un pugno di uomini e donne probabilmente armati in modo rudimentale, sia potuto diventare una potenza minacciosa che rende nervosi ecclesiastici e teologi? Come ha ottenuto che un intero esercito teso a cercare nuove strategie e potere come gli Stati Uniti, non solo prenda atto della sua esistenza ma si preoccupi sempre di più, tanto che ora l’insurrezione è diventata uno dei principali punti di riferimento delle sue decisioni politiche verso questo Paese? Alcuni hanno etichettato gli insorti “senza Dio”. Allora il loro potere viene dall’assenza di Dio? Alcuni considerano gli insorti e la loro ideologia sostanzialmente antiumana. Allora il loro potere viene dalla loro disumanità e dalla loro sinistra capacità di ‘abbindolare’ la gente perché segua le loro vie disumane?
La loro forza viene dalla loro ideologia, da quel marxismo che ha dominato la loro mente e che presumibilmente predicano ad altra gente? Non c’è dubbio che l’ideologia ha un ruolo importante nella vita degli insorti. E tuttavia questa stessa ideologia, forse anche in una forma più sofisticata, è predicata e insegnata anche negli Stati Uniti ed in Giappone, ma pare che là nessuna NPA (Nuovo esercito del popolo) si stia formando per minacciare la sicurezza nazionale.
Non c’è alcuna insurrezione negli Stati Uniti nonostante tutta la libertà con cui il marxismo è predicato, insegnato e pubblicato in quel Paese.
Da dove viene, mi chiedo ancora, la forza dell’insurrezione? Da dove viene la potenza che ha fatto combattere il popolo sulle colline e sulle catene delle montagne e nelle campagne della nostra terra? Che cosa ha sostenuto la gente in prigione, a volte in isolamento e poi venuta fuori ‘ridendo’, per usare le parole di una nota poesia? Quando abbiamo dato tanto e sofferto tanto, così da poter rispondere dalle profondità della nostra vita? Quale autorità morale e teologica abbiamo per sollevare dubbi sul loro umanesimo se noi abbiamo dato molto di meno e sacrificato ancor meno? Quale esperienza hanno avuto di Dio, di quale umanità possono parlare? Nel porre ancora queste domande cerco di indicare alcune possibili chiavi di lettura che mi sembrano basilari per capire la domanda iniziale. importante, credo, tener presente tre cose:


A – La forza dell’insurrezione viene dal modo con cui essa riesce prima a identificare e poi a capire le condizioni disumane in cui vivono da secoli le masse popolari della nostra società. L’insurrezione è un’immagine della condizione intollerabile in cui vivono gran parte dei filippini nelle città come nelle campagne e riflette fin troppo bene l’assoluta insensibilità del nostro ordine sociale nei confronti della loro sofferenza.
Essa capisce la povertà, le vergognose condizioni di vita nelle masse, la qualità disumana della loro esistenza e il perché non gli sia stato consentito di realizzare lo sviluppo umano nel bel mezzo del lusso scandaloso e dell’opulenza in cui a pochi è consentito di vivere.
Si fonda sulla convinzione che le condizioni disumane in cui vive la gente non sono dovute alla sorte, ma sono un prodotto preciso di cause storiche, di cause umane, che hanno un inizio nel tempo e quindi anche una possibile fine del tempo.
Si fonda sulla convinzione che questa condizione disumana è il risultato di un preciso progetto che assegna ai poveri un determinato ruolo nella società. Così si capisce non solo la povertà ma anche l’enorme prigione in cui sono racchiuse le masse popolari. Per i poveri affermare la propria umanità significa liberarsi dalle forze che li tengono prigionieri e distruggere quel sistema di relazioni sociali, quel potere, quell’ordine in cui sono costretti a vivere.
La testimonianza di Bernabe Buscayno appena uscito di prigione illustra bene queste affermazioni. Parla delle condizioni intollerabili in cui vivono i contadini di Luzon centrale. Descrive la loro incapacità a procurarsi quanto è necessario per i bisogni essenziali, le pene della ricorrente carestia, la mancanza di attrezzature igienico – sanitarie e l’immobilità che tutto ciò produce. Buscayno riconosce come dietro a tutto ciò vi sia il vincolo di assoluta dipendenza in cui i contadini vivono da secoli e un vero e proprio ciclo di assoluta povertà.
Chi romperà questo circolo in cui sono imprigionati? Il governo? La Chiesa? Uomini “morali” in un sistema immorale? Il governo è là da secoli. La Chiesa è là da secoli. E così gli uomini dall’alta moralità. Cos’hanno fatto questa gente e queste istituzioni in tutto questo tempo? Sono o non sono parte del problema? Sono o non sono parte della soluzione? Chi paga il prezzo di questa oppressione? Chi porta il peso del “progresso” della società?
Mi pongo queste domande per arrivare a una conclusione. Non credo che si debba essere degli insorti per vedere il fatto della sofferenza umana. Si può essere studiosi, si può essere gente di Chiesa, si può essere tutto e solo questo e capire il problema. È importante fare una tale affermazione perché quando si parla della realtà dell’insurrezione spesso non si parte dalla “materia prima” da cui l’insurrezione è nata e cresciuta.
L’insurrezione dei nostri giorni trae la propria forza dal modo coraggioso con cui affronta la realtà della povertà e della sofferenza e dallo sforzo che fa per cambiare le condizioni che la alimentano. Numerose affermazioni tendono a spostare il problema: si parla di “atei”, di “senza Dio”, si parla della moralità dell’uso delle armi, si parla di seguire le vie della pace. Credo che si debba anzitutto riconoscere l’assoluta immoralità e la violenza di questa condizione umana e poi decidere sul da farsi, se ancora ce ne rimane il tempo.
Se non si riconosce questo fatto e non si risponde a questo quesito per me è moralmente e teologicamente ambiguo sollevare questioni di probità morale e di esattezza teologica su quanti si sono sollevati per cambiare questa situazione di ingiustizia. Invocare la pace ma rimanere inerti di fronte alle condizioni che producono la guerra è profondamente ingiusto.


B – Chi pagherà il prezzo di questa oppressione, chi romperà il ciclo dello sfruttamento? Sta qui la seconda sorgente di forza dell’insurrezione; sta nella convinzione che la redenzione viene dalle stesse vittime dell’oppressione. La forza dell’insurrezione è la forza degli espropriati e dei diseredati. È una forza che viene da secoli di sofferenze e di privazioni. È la forza che viene da coloro che poco altro hanno da offrire se non il loro corpo e la loro vita. È la forza dei senza terra che tuttavia la coltivano. È la forza di coloro che non hanno né esercito né armi che li proteggano, eccetto quell’esercito e quelle armi che da sè si sono creati. È la forza di coloro che non hanno né giornali né mass media per far conoscere ciò che pensano e ciò che vogliono e con cui fare opinione. È la forza di coloro che non hanno ricchezze con cui comprare o vendere protezioni politiche.
Non voglio esser capito male. Non intendo dire che l’insurrezione non abbia le sue pubblicazioni e la sua propaganda. Non dico nemmeno che non abbia una struttura organizzata, né una direzione, né una strategia. Non voglio dire nemmeno che l’insurrezione non abbia il sostegno di ampi strati della società. Né alleati. No. Voglio soltanto dire che la forza fondamentale e il centro propulsore sta in ciò che Gustavo Gutierrez ha chiamato “la forza dei poveri nella storia”. L’insurrezione è l’ultima manifestazione focale e organizzata della forza dei poveri. È una forza rivoluzionaria. Non una forza rivoluzionaria che viene dall’alto, né dal centro, né dai giusti, né dai migliori. È una forza rivoluzionaria che viene dal basso e che si rigenera in continuazione dal basso. Senza questa forza dal basso l’insurrezione perderebbe non solo la base ma anche il suo segno distintivo.
È in questo contesto che sorge il problema delle armi e della violenza. Con cosa combattono dopo tutto i poveri quando decidono di combattere? Con delle armi povere. Se divengono violenti non è perché amino la violenza, ma perché l’hanno subita e perché sanno che l’ordine e il sistema in cui soffrono è difeso e mantenuto con la violenza.
Come ricorda Paulo Freire, quando finalmente parlano coloro che hanno sofferto nella cultura del silenzio, spesso parlano con il linguaggio della violenza. Il problema perciò non è quello della moralità, ma piuttosto della inevitabilità della violenza. Vi è una violenza nativa nella vita dei poveri e degli espropriati. L’insurrezione e la violenza che essa a volte comporta è l’atto collettivo e organizzato di autodifesa del popolo che è stato vittima da sempre di una violenza istituzionalizzata.


C – Questo ci porta al terzo punto. L’insurrezione trae la sua forza dall’ideologia per mezzo della quale descrive le condizioni inumane in cui si trovano le masse popolari, collega questa condizione di sofferenza alla lotta che occorre intraprendere e poi prospetta un futuro alternativo verso cui la lotta deve tendere. Da notare che metto come ultimo, anziché come primo, questo punto sulla ideologia. Il motivo è basilare. L’ideologia, così come la concepisco, non precede la realtà, ma la segue e cerca di spiegarla.
L’ideologia deve affondare le sue radici nella realtà, altrimenti ha ben poco significato dal punto di vista pratico, diventa solo un problema accademico e teorico. L’ideologia, in questo senso,illustra e dà un ‘nome’ alla realtà, ma non la sostituisce. Nel “chiamare per nome” la realtà, nel descrivere la condizione umana in un preciso luogo e tempo, collega anche quella condizione con le più ampie dimensioni della condizione umana nel mondo. L’ideologia come tale ci impedisce di rendere frammentaria la condizione umana e la condizione della sofferenza umana in cui noi o la nostra società ci collochiamo. Ci impedisce comunque anche di arenarci nelle descrizioni e comprensione teorica e spiegazioni. Suggerisce anche i mezzi con cui si può cambiare una determinata situazione e chi può farlo, e il ruolo che potremmo avere in questo processo di cambiamento.
È per questo motivo che ogni sforzo a favore di un mutamento sociale e politico non può non diventare ideologico. È anche per questa ragione che in ultima analisi un’ideologia la si può affrontare a livello di pratica più che di teoria.
In questa ottica dovrebbe essere vista la questione del marxismo. Non credo che si dovrebbe trattare del marxismo andando a chiedersi se esso abbia o meno una teologia, cioè in termini di una fede o non fede in Dio. Non penso che lo si dovrebbe affrontare nei termini di una sua antropologia astratta. Tutto questo potremo farlo in modo teorico e forse riusciremo anche a demolirlo, ma la sua forza comunque resterà, proprio perché si radica nella sintonia con la situazione precaria e le aspirazioni degli spodestati e diseredati della terra, coglie la disumanità di tale condizione, analizza la mancanza di anima e la capacità distruttiva degli attuali poteri e ordine di cose, e propone le forme di azione che le vittime di questa oppressione possono assumere per cambiare la situazione.
Esso ha le proprie teorie, le proprie idee, ha i propri “dati e cifre”; soprattutto, comunque, appare alla gente che subisce le sofferenze della schiavitù e che aspira a liberarsi da quelle sofferenze come qualcosa che coordina e armonizza le loro idee e sentimenti sul dove essi si collocano e su come essi potrebbero costruire nuovi mondi.
Come ha sottolineato giustamente José Comblin, non si combatte, ammesso che si debba combattere, il marxismo attaccandolo; lo si combatte affrontando quelle situazioni di sofferenza a cui si rivolge e a cui fornisce forza di fantasia e di azione.
Finché non si è capaci di far questo, l’attacco al suo ‘ateismo’ e alla sua ‘falsa’ antropologia resta sostanzialmente futile. Che lo si voglia ammettere o no, il marxismo resta nel nostro tempo l’ideologia rivoluzionaria che offre il principio organizzativo alla gente che ricerca un cambiamento rivoluzionario nella società.
Vorrei riepilogare quanto detto finora. L’insurrezione trae la propria forza dal fatto che si identifica e coglie in profondità le condizioni disumane e disumanizzanti in cui vivono masse di uomini. La sua forza coinvolgente non viene da quanti vogliono aiutare i poveri o che sono spinti a prestare attenzione morale o teologica alla loro condizione. La sua forza è la forza degli spodestati e diseredati stessi. La sua direzione la riceve da una ideologia che mette a fuoco la realtà di condizioni disumane e le loro cause prime e dà agli spodestati e ai diseredati il ruolo di agenti primari della loro liberazione e trasformazione sociale.


II. La comprensione cristiana


Come possono rispondere a tale movimento i cristiani e le Chiese? Se c’è una qualche verità in ciò che ho cercato di dire e descrivere, mi è facile capire che ci sono dei cristiani che vedono in tale movimento un mezzo per conseguire giustizia e libertà umana. Nello sviluppo del pensiero cristiano si è accumulato sufficiente senso di realismo perché i cristiani capiscano che un cambiamento sociale e politico va al di là della questione dei consigli morali e teologici e deve procedere e affrontare la questione del potere.
Nel pensiero teologico recente ci sono molti che han riconosciuto il primato dell’identificazione con i poveri e la loro assunzione di potere come la posizione fondamentale che i cristiani devono prendere nel decidere quale sia il loro ruolo. Nel grido agonizzante dei poveri nel quale si radica l’insurrezione c’è un collegamento reale con la protesta profetica che il racconto biblico spinge i cristiani a esprimere. C’è anche tanto, negli obbiettivi dell’insurrezione, che si avvicina alle aspirazioni di giustizia e libertà a cui i cristiani danno testimonianza.
Gli ostacoli che sono stati messi alla comprensione cristiana non sono, secondo me, insormontabili. In primo luogo, il problema della violenza è qualcosa che non è nuovo per la coscienza cristiana.
Fin dai suoi inizi la Chiesa ha dovuto affrontare questa questione. È un problema che non può, né deve, essere accantonato facilmente, e la Chiesa nella sua storia non ha mai proibito in modo drastico il ricorso alla violenza, sia per la difesa della giustizia sia per il raggiungimento di fini giusti.
Di fatto la Chiesa molte volte in passato ha sostenuto che in certe circostanze e dati precisi requisiti si può ricorrere alla violenza come mezzo possibile per una giusta causa.
Un giudizio drastico contro la violenza nel bel mezzo dell’epoca così violenta in cui viviamo e le condizioni violentemente disumane in cui vivono masse di uomini semplifica la complessità del problema, taglia alla radice i parametri della scelta e della solidarietà cristiana.
In secondo luogo anche il problema dell’ateismo è un problema che il pensiero e l’azione dei cristiani ha dovuto affrontare nel passato. I marxisti non sono stati i primi a inventare l’ateismo, anche se è pacifico che gli han dato una forza sociale e politica mai espressa prima. Il problema è stato affrontato in precedenza e i cristiani e la cristianità hanno convissuto con esso in modo creativo nei tempi passati. L’ateismo ha un aspetto umano che i cristiani han saputo scoprire. È possibile accorgersi che anche oggi, nella forma in cui il problema si presenta, è riconoscibile lo stesso volto umano.


Due cose, credo, sono particolarmente importanti e vanno tenute presenti quando si tratta il tema dell’insurrezione:
a) la prima è la questione della collocazione storica. Dove sono stati la chiesa e i cristiani nella storia che ha portato all’oppressione e alla sofferenza di tanti esseri umani nella società e nel mondo? Siamo stati gli oppositori delle forze di oppressione e disumanizzazione? Siamo stati silenziosi spettatori? Siamo stati consapevolmente o meno solidali con l’emergere di quelle forze che han portato alle condizioni disumane in cui vive oggi la gente? Abbiamo tratto dei benefici da questo sviluppo sociale?
La questione è importante perché, come ho cercato di dimostrare, ciò che ci troviamo ad affrontare è l’emergere di una “storia” la cui forza dirompente esula da ogni controllo ecclesiastico e religioso.

L’insurrezione potrà continuare o cessare di esistere non come risultato di ragioni ecclesiali o teologiche ma per motivazioni che derivano da altre parti. Non credo, come alcuni hanno prospettato, che questo significherebbe una perdita del senso della trascendenza. Potrebbe significare, al contrario, una nuova scoperta della trascendenza in luoghi e in modi non conosciuti prima e come risultato si potrebbe avere una comprensione nuova della nostra collocazione nella storia.
b) La seconda cosa importante è che dobbiamo riconoscere che l’insurrezione è guerra. Un tipo particolare di guerra, ingaggiata dalle vittime dell’ingiustizia sociale.
È vano parlare di pace là dove prevalgono le condizioni che alimentano quella guerra e perpetuano l’ingiustizia. In questo contesto sollevare il problema della violenza e dell’ateismo è a parer mio un errato senso della priorità. La questione dell’insurrezione va vista nel contesto del problema della giustizia fondamentale. Se ne cerchiamo le motivazioni altrove, allora sia la questione dell’insurrezione sia la risposta cristiana ad essa non han più la loro vera collocazione.
Una recente dichiarazione del concilio dei vescovi della Chiesa Unita di Cristo nelle Filippine imposta bene il problema:


La pace genuina si ha quando si serve la giustizia.
Perché fino a quando i contadini resteranno senza terra, e i lavoratori non riceveranno una giusta paga,
e noi saremo dominati e politicamente e economicamente da nazioni straniere,
e destineremo più denaro ai militari che ai servizi sociali elementari,
e resteranno intatte le cause dell’inquietamento sociale, non ci sarà alcuna pace.


Credo che questo per un cristiano sia un punto nodale per capire l’insurrezione.


FELICIANO V. CARINO
pastore protestante