A 50 anni dal Concilio: “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”

Roma, 15 settembre 2012


1) Affollata assemblea di gruppi ecclesiali

Far vivere il Concilio Vaticano II. Dargli applicazione e con gioia, guardando con
speranza al futuro. Perché la sua piena ricezione è ancora lontana. Di questo si
è discusso ieri a Roma nell’affollatissima assemblea tenutasi al teatro dell’Istituto
Massimo di Roma. «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri» è il titolo dell’appuntamento
autoconvocato e autofinanziato a 50 anni dall’inizio del Concilio cui hanno aderito
oltre 104 sigle di associazioni, gruppi ecclesiali, movimenti, riviste e organizzazioni
tutte attente all’esigenza che non si disperda o si depotenzi l’insegnamento del Con-
cilio Vaticano II. Sono stati oltre settecento i partecipanti giunti da tutta Italia. Segno
di quanto forte ed estesa sia la domanda per una Chiesa che sappia dialogare con
fiducia e speranza con il mondo contemporaneo avendo il coraggio di cambiare se
stessa.
L’incontro si è aperto con un ricordo del cardinale Carlo Maria Martini e al suo co-
raggio profetico. Teologi, storici, studiosi e uomini di Chiesa hanno approfondito i
nodi posti dal Concilio alla Chiesa a partire dalla sua ermeneutica. Alla polemica su
rottura o continuità con la tradizione della Chiesa. «È una disputa da abbandonare
perché non coglie il nodo rappresentato dal Concilio. Perché il cambiamento era
già in corso nella Chiesa. Perché la dottrina cambia sempre e cambiano i significati.
Perché se la Chiesa è sempre la stessa, la Tradizione vivente è in continua evoluzione
per rendere “presente” e continuamente aggiornato nella nuova condizione storica
ciò che è stato tramandato» lo afferma il teologo padre Carlo Molari. «La pluralità
A 50 anni dal Concilio 101
delle dottrine presenti nella Chiesa ed anche le rotture sono importanti per il suo
sviluppo». C’è ancora bisogno che la Chiesa sappia «raccordarsi con la moderni-
tà». Lo storico Giovanni Turbanti ha inquadrato il contesto storico, sociale, politico
ed economico che ha portato alla sua convocazione. La biblista Rosanna Virgili
sottolinea la «festosità liberatoria dell’annuncio cristiano e l’apporto fondamentale
dato dalle donne. «Dio parla alle donne – afferma – che sono depositarie di una
fede che non esclude. Perché non ci sono più lontani quando si può comunicare e
si è abbattuta l’inimicizia fatta di leggi che distinguevano e discriminavano creando
inimicizia». Mentre Cettina Militello ha affrontato il nodo «delle prospettive future
nella speranza di un vero aggiornamento». «Bisogna passare dall’ermeneutica con-
ciliare all’attuazione del Concilio. All’attuazione di quanto faticosamente elaborato
dai padri conciliari» ha affermato. Sottolinea l’importanza dell’«aggiornamento»
della Chiesa. Invita a riflettere sulla speranza di un «vero rinnovamento» della Chie-
sa, di una sua autentica profezia rispetto alla mutazione culturale in atto. Ne indica
gli ambiti: «il piano della Liturgia, dell’autocoscienza di chiesa, dell’acquisizione
sempre maggiore della parola di Dio, del dialogo Chiesa con il mondo». Va pure
perseguita l’istanza ecumenica, e interreligiosa, l’istanza «dialogica». Sottolinea i li-
miti della partecipazione attiva, della sinodalità, dell’ascolto e del dialogo, necessari
per attuare quella trasformazione strutturale della Chiesa voluta dai padri conciliari,
per il suo ritorno a uno stile evangelico di compartecipazione e effettiva comunione.
Interviene da «testimone» l’allora giovanissimo abate benedettino della Basilica di
San Paolo, Giovanni Battista Franzoni. Parla della scelta per i «poveri» e del corag-
gio di Paolo VI. Porta la sua testimonianza il teologo valdese Paolo Ricca. Soprattutto
recuperando appieno il ruolo del «Popolo di Dio», dei laici nella Chiesa, successori
dei «discepoli». Lo sottolinea Raniero La Valle che conclude i lavori. «Perché – fa no-
tare – non c’è solo la successione apostolica da Pietro sino ai nostri vescovi e al Papa.
C’è anche una successione laicale, non meno importante dell’altra che è giunta sino
a noi». Senza questa «non vi sarebbe il Popolo di Dio e neanche la Chiesa degli
apostoli». Sottolinea come la forza del Concilio Vaticano II sia stata il fare l’ermeneu-
tica di tutti i concili precedenti. Per questo «non lo si può accantonare». Sta anche in
questo la ragione e la forza dell’assemblea convocata ieri. La Valle annuncia l’impe-
gno a raccogliere quella domanda che interpella ancora. Chiede una nuova politica,
una nuova giustizia, una nuova economia. Che chiede una Chiesa dei poveri e con
i poveri. Richiama i compiti nuovi che il Concilio affida e riconosce ai laici. «Sulla
riforma della chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri partenza. La
Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipen-
denza gerarchica» ma una Chiesa nuova è possibile. Vi è una storia da trasmettere.
Un impegno che, assicura La Valle, non si fermerà con questa assemblea. Vi sarà
un sito per mettere in rete riflessioni e iniziative e per partecipare alle iniziative delle
singole Chiese e a quelle internazionali che culmineranno nel 2015 all’anniversario
delle conclusioni del Concilio. Vi sarà un «coordinamento leggero» per far incontra-
re sforzi diversi e rendere possibile quel «Il Concilio è nelle vostre mani» soprattutto
le mani dei poveri invocato dallo stesso Raniero La Valle.
* Titolo redazionale
(L’Unità / 16-09-2012)

Far vivere il Concilio Vaticano II. Dargli applicazione e con gioia, guardando con speranza al futuro. Perché la sua piena ricezione è ancora lontana. Di questo si è discusso ieri a Roma nell’affollatissima assemblea tenutasi al teatro dell’Istituto Massimo di Roma.
«Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri» è il titolo dell’appuntamento autoconvocato e autofinanziato a 50 anni dall’inizio del Concilio cui hanno aderito oltre 104 sigle di associazioni, gruppi ecclesiali, movimenti, riviste e organizzazioni, tutte attente all’esigenza che non si disperda o si depotenzi l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Sono stati oltre settecento i partecipanti giunti da tutta Italia. Segno di quanto forte ed estesa sia la domanda per una Chiesa che sappia dialogare con fiducia e speranza con il mondo contemporaneo avendo il coraggio di cambiare se stessa.
L’incontro si è aperto con un ricordo del cardinale Carlo Maria Martini e del suo coraggio profetico. Teologi, storici, studiosi e uomini di Chiesa hanno approfondito i nodi posti dal Concilio alla Chiesa a partire dalla sua ermeneutica. Alla polemica su rottura o continuità con la tradizione della Chiesa. «È una disputa da abbandonare perché non coglie il nodo rappresentato dal Concilio. Perché il cambiamento era già in corso nella Chiesa. Perché la dottrina cambia sempre e cambiano i significati. Perché se la Chiesa è sempre la stessa, la Tradizione vivente è in continua evoluzione per rendere “presente” e continuamente aggiornato nella nuova condizione storica ciò che è stato tramandato»: lo afferma il teologo padre Carlo Molari. «La pluralità delle dottrine presenti nella Chiesa ed anche le rotture sono importanti per il suo sviluppo». C’è ancora bisogno che la Chiesa sappia «raccordarsi con la modernità».
Lo storico Giovanni Turbanti ha inquadrato il contesto storico, sociale, politico ed economico che ha portato alla sua convocazione.
La biblista Rosanna Virgili sottolinea la «festosità liberatoria dell’annuncio cristiano e l’apporto fondamentale dato dalle donne. «Dio parla alle donne – afferma – che sono depositarie di una fede che non esclude. Perché non ci sono più lontani quando si può comunicare e si è abbattuta l’inimicizia fatta di leggi che distinguevano e discriminavano creando inimicizia». Mentre Cettina Militello ha affrontato il nodo «delle prospettive future nella speranza di un vero aggiornamento». «Bisogna passare dall’ermeneutica conciliare all’attuazione del Concilio. All’attuazione di quanto faticosamente elaborato dai padri conciliari», ha affermato. Sottolinea l’importanza dell’«aggiornamento» della Chiesa. Invita a riflettere sulla speranza di un «vero rinnovamento» della Chiesa, di una sua autentica profezia rispetto alla mutazione culturale in atto. Ne indica gli ambiti: «il piano della Liturgia, dell’autocoscienza di chiesa, dell’acquisizione sempre maggiore della parola di Dio, del dialogo della Chiesa con il mondo». Va pure perseguita l’istanza ecumenica e interreligiosa, l’istanza «dialogica». Sottolinea i limiti della partecipazione attiva, della sinodalità, dell’ascolto e del dialogo, necessari per attuare quella trasformazione strutturale della Chiesa voluta dai padri conciliari, per il suo ritorno a uno stile evangelico di compartecipazione e effettiva comunione.
Interviene da «testimone» l’allora giovanissimo abate benedettino della Basilica di San Paolo, Giovanni Battista Franzoni. Parla della scelta per i «poveri» e del coraggio di Paolo VI. Porta la sua testimonianza il teologo valdese Paolo Ricca. Soprattutto recuperando appieno il ruolo del «Popolo di Dio», dei laici nella Chiesa, successori dei «discepoli». Lo sottolinea Raniero La Valle che conclude i lavori. «Perché – fa notare – non c’è solo la successione apostolica da Pietro sino ai nostri vescovi e al Papa. C’è anche una successione laicale, non meno importante dell’altra che è giunta sino a noi». Senza questa «non vi sarebbe il Popolo di Dio e neanche la Chiesa degli apostoli». Sottolinea come la forza del Concilio Vaticano II sia stata il fare l’ermeneutica di tutti i concili precedenti. Per questo «non lo si può accantonare».
Sta anche in questo la ragione e la forza dell’assemblea convocata ieri. La Valle annuncia l’impegno a raccogliere quella domanda che interpella ancora. Chiede una nuova politica, una nuova giustizia, una nuova economia. Chiede una Chiesa dei poveri e con i poveri. Richiama i compiti nuovi che il Concilio affida e riconosce ai laici. «Sulla riforma della chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri partenza. La Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipendenza gerarchica», ma una Chiesa nuova è possibile.
Vi è una storia da trasmettere. Un impegno che, assicura La Valle, non si fermerà con questa assemblea. Vi sarà un sito per mettere in rete riflessioni e iniziative e per partecipare alle iniziative delle singole Chiese e a quelle internazionali che culmineranno nel 2015 all’anniversario delle conclusioni del Concilio. Vi sarà un «coordinamento leggero» per far incontrare sforzi diversi e rendere possibile quel «Il Concilio è nelle vostre mani», soprattutto le mani dei poveri, invocato dallo stesso Raniero La Valle.

 

Roberto Monteforte


2) L’intervento dei pretioperai

 

I preti operai, dopo l’inizio in Francia negli anni ’40, si sono diffusi in molti paesi europei. Essi sono stati un’esegesi vivente del Vaticano II, all’interno di un’Europa in pieno sviluppo capitalistico, contro i processi di disumanizzazione del lavoro umano, che oggi appaiono sempre più dirompenti.
Addirittura Paolo VI nella Octogesima adveniens del 1971 affermava che «la Chiesa ha inviato in missione apostolica tra i lavoratori dei preti» che condividono «integralmente la condizione operaia».
E però, appena 14 anni dopo, al primo Convegno della Chiesa italiana a Loreto (“Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”), nella commissione 14 si collocavano i preti operai tra i casi di «appartenenza con riserva alla Chiesa», assieme ai «divorziati» e alle «persone che vivono in condizioni patologiche o marginali». Essi rappresentano, pur nella varietà di accentuazioni una parabola evangelica da narrare con alcuni insegnamenti precisi:

1. La gratuità del ministero ordinato sul modello paolino (vedi tutta l’opera di Luisito Bianchi che si dipana da questo leitmotiv) reso possibile mediante il lavoro, quale testimonianza dell’amore gratuito di Dio, in un mondo dominato dalla logica dell’interesse individuale.

2. La visibile condivisione di condizioni di vita segnate spesso dalla precarietà, e dalla riduzione del lavoro a pura merce, dentro le quali sperimentare la speranza dell’Evangelo annunciato ai poveri.

3. I preti operai con la loro storia segnalano la crisi vistosa che attraversa il ministero ordinato secondo il modello tridentino in rapporto ad un ideale di cristianità andato in frantumi. Dinanzi al divieto del 1954, formulato del documento del S. Ufficio del 1958, per il prete di praticare il lavoro operaio per la presunta incompatibilità con il ministero presbiterale, c’è l’aperta smentita rappresentata dalla nostra stessa esistenza e lo svelamento dell’elevato tasso di ideologia clericale che connota la canonica figura del prete cattolico, che non ha nulla da spartire con la diakonìa evangelica.

Per quanto riguarda il messaggio evangelico da testimoniare quale compito primario della chiesa, denunciamo due limiti molto gravi:

1. nel linguaggio ecclesiale vi è l’eclisse della parola giustizia. Si parla sempre più di “carità sociale”, non di “giustizia sociale”. In un mondo globalizzato dove sempre più sfacciata è l’iniquità e l’ingiustizia che grida vendetta a Dio, è una perdita gravissima. Nel documento finale del Sinodo dei vescovi del 1971 l’annuncio e la pratica della giustizia sono stati dichiarati costitutivi del Vangelo e quindi della missione della chiesa, mentre ora il magistero dice che è la carità non la giustizia l’elemento costitutivo della missione della chiesa.

2. L’altro elemento lo sintetizziamo con le parole di Ernesto Balducci: «noi siamo i cristiani della parola incatenata. Le catene che abbiamo costruito sono costruite con metalli preziosi. La parola di Dio l’abbiamo chiusa in scrigni di perfetta fattura, con le perle della filosofia greca, con cinture metalliche di diritto romano».
Il card Martini nell’ultima intervista così ci ha salutato: “Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (…) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa”.

a cura di Roberto Fiorini