Preti operai e parrocchia

Chiesa ed evangelizzazione


Dopo molto dialogo, i PO di Roma mi incaricano di stendere qualche traccia di riflessione sul rapporto tra Preti Operai e la Parrocchia, con la raccomandazione di lasciare aperto al massimo possibile ogni percorso. Questo è il risultato, per quanto si riesce ad essere distaccati dalle proprie scelte.

Traccia di riflessione su Preti Operai e Parrocchia


1 – Mi sembra opportuno anzitutto operare una prima restrizione del campo della riflessione. Il fatto di scrivere su “Preti operai” cioè per così dire ad uso interno, evita di dover pensare alla grande parte dei nostri confratelli Presbiteri che PO non sono ed ai quali ci rivolgeremmo altrimenti.


2 – Ma anche limitandosi ad uno scambio tra noi ritengo ancora opportuno fare una scelta tra due possibilità. Potrei infatti prendere la via del “La Parrocchia con il PO parroco è o non è migliore delle altre? oppure “il PO parroco o no, sta meglio in parrocchia?” Le due piste sono chiaramente distinte, se si pensa che molti sottoscriverebbero la prima ma non davvero la seconda. Il nostro Egidio Van Broeckoven, gesuita operaio olandese, che morì d’incidente nel 1967 lasciò nelle sue memorie, stampate da Jaca Book nel 1973, la sua convinzione, che solo i PO avrebbero potuto salvare la Parrocchia, ma non giunse a dire che solo le parrocchie sono il luogo ordinario (intendo ovviamente il “luogo” non in senso fisico, ma il “locus ecclesialis”, il riferimento comunitario). È invece proprio la seconda via di indagine che scegliamo:
“Il prete operaio deve far necessario riferimento alla Parrocchia”?


3 – E mi sembra ancora opportuno rinunciare ai dati sociologi del problema, quali “la parrocchia non attira più” o “è fuori della mentalità operaia”, “è troppo grande”, e dall’altra parte “è sempre un luogo di attrazione”, “ci vanno tutti”, ecc…


4 – Credo che le limitazioni poste renderanno il dialogo più unitario e centrato su un preciso piano teologico. Sono però convinto che qualche restrizione sarà avvertita come eccessiva, per es. quella richiesta al punto 3, dato che molti PO hanno operato la loro scelta almeno inizialmente proprio su motivazioni relative a quell’ambito.


5 – Quello che segue è solo l’inizio di uno schema, tra coppie di argomentazioni contrapposte, per la discussione, in attesa che vengano precisate dal dialogo comune ed aumentate di numero. Ecco dunque le vie per le quali si indirizzano i due schieramenti. Per chiarezza le formuliamo nel modo più radicale possibile.

 

6 — Così quanti vedono meglio il PO svincolato da riferimenti parrocchiali.

 
a) L’affanno che la parrocchia mostra nel situarsi come realtà evangelizzatrice, dato il suo carattere di amministratrice della cristianità stabile, convince a situare fuori di essa il tentativo del PO di affrontare il mondo operaio o sociale per l’evangelizzazione.

Così quanti ritengono che il PO debba più o meno ampiamente legarsi ad una parrocchia.


a) Prima o poi l’evangelizzato dovrà incontrarsi con una comunità stabile in cui inserirsi, tanto vale esistere come PO in parrocchia. Prima di cacciare dentro un convertito meglio annidarsi e ricavare una fede vivibile per noi e così accogliere il nuovo venuto.

b) Fuori parrocchia il PO può collegare persone e vangelo senza la motivazione, a prima vista pesantissime di forme istituzionali per lo meno non sentite, o anche giudicate cariche di equivoci. b) Non esiste un richiamo ad una chiesa platonica. La chiesa è concreta nel bene e nel male. Per quanto l’evangelizzazione giunga spesso al già splendido risultato di riavvicinamento al vangelo, la chiesa non è un optional dell’evangelizzazione. La progressività nelle parrocchie non esclude che l’ultimum in executione sia anche il primum in intentione ed in preparazione! La presenza dei PO in parrocchia lascia nel non detto ma nel visibile il rapporto Vangelo-Chiesa davanti all’interlocutore.
c) La missione è centrata sul Vescovo. Da lui proviene. È possibile e sperabile che il Vescovo produca, per es. tramite i PO, nuove attualizzazioni della sua missione evangelizzatrice, per le quali egli veda le parrocchie o inadatte, o adattabili in tempi molto lunghi. Il Vescovo può celebrare e far celebrare Eucarestie ed anche istituirle stabilmente fuori della struttura locale – parrocchiale. La chiesa territoriale è una scelta storica, non assoluta. c) La proliferazione di agenti extra parrocchiali (cappellani d’ospedali, di carceri, militari, gruppi, movimenti, associazioni – perché i PO non sono figli dell’oca bianca) crea o accelera il decadimento progressivo delle strutture territoriali (dette teologicamente locali”) che sono generalmente parlando le uniche interclassiste, cioè le uniche che permettono il confronto, cioè la comunione. La territorialità è una scelta storica, ma è la scelta operata di fatto, e confermata dal Concilio.
L’alternativa ha prodotto nel fondo i cappellani di Corte, i confessori della regina, gli apostoli dei forzati e tutte le sottorealizzazioni dell’Eucarestia che conosciamo e combattiamo.

In attesa di riscontro…

Nicolino Barra


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