Frate minore e prete

Testimonianze


Divenni prete neI ’70. Feci teologia negli anni del rifiorire di speranze postconciliari (comunità di base, Chiesa povera…). Fui segnato da una breve, ma intensa partecipazione ai problemi dei baraccati e firmatario della “Lettera ai cristiani di Roma” che chiedeva alla Chiesa di assumerne la provocazione evangelica.

Dal ‘73 sono in una comunità francescana che è stata costituita per occuparsi dei problemi della zona industriale di Porto Marghera.
Da subito ci domandammo su come organizzare la nostra forma di vita francescana in questo ambiente operaio.
Senza molte difficoltà, forti
– della conoscenza diretta dell’esperienza dei preti operai che spesso si riunivano a casa nostra
– e della rilettura delle Fonti Francescane, (cap. V della Regola Bollata, del Testamento di S. Francesco: “… e io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare, e tutti gli altri frati voglio che lavorino di lavoro quale si conviene all’onestà. Coloro che non sanno, imparino…”), decidemmo che la comunità si sarebbe mantenuta con il lavoro. Tarcisio ed Angelo continuarono nella loro opera di cappellani del lavoro. Luciano imparò a fare l’infermiere e io a dare da mangiare alla mensa della Deltasider. Le varie convenzioni economiche con la provincia religiosa e con la diocesi di Venezia vennero meno, e anche le offerte per le SS. Messe.
Da anni convivono nella nostra comunità queste diverse esperienze: i cappellani del lavoro con il loro storico aggancio nelle fabbriche e con le “S. Vincenzo”, il Gruppo Biblico, l’Unitalsi internazionale, le SS. Messe in fabbrica, la collaborazione con le parrocchie vicine; Luciano che oltre al lavoro e all’assistenza infermieristica alla comunità di Villa Renata (ex-tossicodipendenti) è quasi “viceparroco” a S. Giacomo dall’Orio; io… da sempre ho privilegiato l’essere prima di tutto frate minore. Non sono passato attraverso l’esperienza pastorale della parrocchia; dagli studi (tentativo di capire Dio, il mondo, l’uomo) sono approdato al lavoro (la gioia di condividere la vita e da questa interrogarmi sull’uomo, sul mondo, su Dio). In questi anni il cambiamento meno databile, ma progressivo e significativo, è proprio questo approccio problematico al mio esistere, al mio essere cristiano, e anche al mio essere prete.
Ho quasi imparato ad accettarmi con tutti i miei casini, ad accettare l’altro con molta curiosità e insieme rispetto, a rileggere la Parola e l’esperienza del Cristo perchè si mostri a me il volto del Padre.
Come prete, presiedo la liturgia del sabato sera con un piccolo gruppo e insieme ci confrontiamo sul Vangelo. I temi dominanti penso siano oggi il passaggio da:
– convento – nicchia – cella oppure il mio chiostro è il mondo;
– religione, condizionata socialmente; fede, incontro con il Cristo risorto;
– testimonianza e annuncio: annuncio me stesso o parlo di Cristo;
– prete che si assume il compito di continuare ad essere il mediatore tra Dio e l’uomo, oppure il prete che con la sua vita e il suo domandarsi fa da specchio all’uomo perché ritrovi al suo fianco (sulla strada verso Emmaus) l’unico sacerdote Gesù.
Ma soprattutto mi interrogo sul significato del discorso su Dio.


fra Mario Faldani


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