Zanussi di Susegana: una realtà che ci interpella

Condizioni di lavoro


Le commissioni per la Pastorale Sociale e del Lavoro de La Colonna e di Conegliano hanno sentito l’esigenza di riflettere riguardo la problematica che caratterizza la vita di oltre 2000 lavoratori e lavoratrici della più grande fabbrica metalmeccanica della Regione: la Zanussi di Susegana.

Quello che si avvia ad essere il più moderno stabilimento d’Europa nella produzione di frigoriferi ci è parso rappresentare da tempo, con le sue innovazioni tecnologiche ed organizzative, una realtà emblematica del cambiamento sociale in atto nella nostra zona, soprattutto per l’ambiguità degli aspetti culturali ed etici che ne emergono.
Questa percezione ci ha indotto ad un adeguato approfondimento della situazione di questa realtà produttiva attraverso l’esame della nutrita documentazione giornalistica prodotta in questi anni, di quella diffusa dall’azienda, e nell’ascolto di sindacalisti, delegati e semplici lavoratori.
È un interessamento il nostro dovuto ad un preciso dovere pastorale che ci obbliga ad occuparci della vita dell’uomo concreto, dei suoi problemi, delle sue angosce, delle sue speranze. Un dovere di Chiesa quindi, che si fa interpellare dalla Fede, affinché diventi motivo di vita per un impegno ad un coerente agire, secondo il disegno di Dio sull’uomo.


Il risanamento da parte dell’Electrolux


In primo luogo l’analisi della situazione ci pone di fronte ad una società multinazionale, qual è appunto l’Electrolux, che rilevò il gruppo Zanussi nel 1984 in uno stato estremamente delicato, sia per la seria crisi finanziaria sia per la necessità di ristrutturazione e di riorganizzazione che si imponevano.
C’è da aggiungere che le caratteristiche proprie di ogni multinazionale, quali una accentuata determinazione nel perseguire le finalità del massimo profitto e una sorta di estraneità dalla realtà politico e sociale del Paese, hanno verosimilmente pesato nell’atteggiamento della società svedese.
Allora ecco che parti qualificanti dell’accordo sindacale riguardante l’esubero degli organici non hanno avuto adeguato seguito, come è stato per i corsi di formazione e i contratti di solidarietà. Ciò ha comportato nei fatti una drastica espulsione di diversi lavoratori, in particolare creando gravi difficoltà a non pochi impiegati che per qualifica ed età non potevano avere prospettive di sorta.

Ancora, il peso di questo atteggiamento si è manifestato con la rigidità emersa nel confronto sindacale, implicitamente e a volte esplicitamente, tesa alla strumentale finalità della “normalizzazione”, come è palesemente emerso nella vertenza sulle pause dello scorso anno.
Se è pur vero che oggi appaiono ormai alle spalle gli avvenimenti più drammatici, è altrettanto vero che ancor meglio emergono gli elementi caratteristici di una realtà economico – produttiva ispirata al mero efficientismo. È un sistema che pone in discussione valori come la solidarietà e il pieno rispetto della dignità dell’uomo.


Nuove tecnologie: possibilità e limiti


Le condizioni più appariscenti del cambiamento della società industriale sulle quali maggiormente è attratta l’attenzione generale sono senz’altro quelle rappresentate dalla innovazione tecnologica. Fenomeno, come si sa, in atto alla Zanussi di Susegana.
Che l’automazione presenti degli enormi vantaggi, non solo per l’azienda sul piano produttivo ed economico, occorre decisamente riconoscerlo.
Basti pensare alla maggiore salubrità dell’ambiente, alla minor fatica fisica, all’arricchimento professionale per sempre più larghe fasce di lavoratori.
Inoltre i maggiori investimenti hanno consentito nuove forme dell’orario di lavoro (come il 6×6) la cui validità va comunque verificata nelle situazioni concrete.
Ma non mancano disagi e problemi. Innanzitutto lo sforzo richiesto per l’adattamento al nuovo, come l’apprendimento di nuove mansioni e l’aggiornamento professionale, vede i lavoratori più anziani in difficoltà.
Se da un lato è inevitabile chiamare in causa lo spirito di iniziativa dei singoli, è però anche indispensabile che l’azienda sappia riconoscere il gradualismo come criterio guida per i mutamenti. La scontata maggiore funzionalità dei giovani al nuovo non può e non deve diventare elemento di discriminazione, personalizzazione ed emarginazione dei più anziani. Questi vanno opportunamente aiutati per consentir loro di potersi integrare nel processo di cambiamento.
E non poche difficoltà si presentano per i portatori di handicap, verso i quali non vi è sempre un atteggiamento di comprensione; in ogni caso si manifesta ostilità per la loro assunzione.
Ancora, non possiamo ignorare che la problematica dell’automazione può far sorgere quella dell’occupazione. Al momento non se ne parla, ma qualche preoccupazione è pur legittima quando il processo di innovazione tecnologica è ancora da ultimare.

Ci auguriamo che tutto sia stato correttamente programmato, pur mancando ancora esplicite assicurazioni in tal senso da parte aziendale.


L’organizzazione all’insegna dell’efficientismo


Il cambiamento della fabbrica non si presenta solo sotto il profilo strettamente tecnologico; esso presenta anche riflessi organizzativi del tutto inediti, quali ad esempio le isole di montaggio.
Di certo esse offrono maggiori gratificazioni professionali (quanto meno minor ripetitività) ma non altrettanto positive sono le conseguenze dal punto di vista della socializzazione. Si verifica in effetti una sorta di “frantumazione sociale” rispetto a quanto operato, malgrado tutto, dal modello taylorista.
Naturalmente nessuna nostalgia per le catene di montaggio. Le sfide del nuovo vanno assunte. Occorre però evidenziare che questa impostazione organizzativa è foriera di una cultura ambivalente. Senz’altro essa valorizza la competenza, l’autonomia, la responsabilità, ma contemporaneamente espone maggiormente alle sollecitazioni dell’individualismo, della competizione e dell’arrivismo.
Se poi già nella nostra società il messaggio etico è debole e contraddittorio, si capisce quanto difficile sia considerare l’azienda comunità di uomini solidali tra loro. Di più, a scoraggiare e a contrastare questa visione della vita aziendale, si sta affermando una organizzazione dell’impresa tutta protesa a plasmare in termini “nipponici” il personale.
I criteri organizzativi mutuati acriticamente dal modello giapponese stanno sottoponendo tutti, operai, impiegati e dirigenti ad una forte tensione dovuta al grande impegno ed agli alti ritmi richiesti. L’obiettivo della “qualità totale” (il miglior risultato al più basso costo) da realizzarsi nel cosiddetto just-in-time (la migliore risposta al tempo giusto) appaiono probabilmente scelte valide dal punto di vista tecnico-organizzativo ed economico, ma non sempre rispondenti al “metro” dei valori e dell’etica. E che vi siano degli stridenti contrasti tra una filosofia efficientistica e quella che mira a salvaguardare la dignità della persona appare evidente nei fatti.
Ciò emerge ad esempio quando si invitano i dipendenti a farsi carico dei problemi organizzativi nei “Circoli Qualità”, impegnandosi fuori dell’orario di lavoro, rinunciando peraltro alla retribuzione. Se l’attuazione pratica di questa “raccomandazione” si è verificata solo marginalmente nel Gruppo Zanussi, non meno grave però rimane l’intendimento manifestato dall’azienda.
Inoltre altro atteggiamento contrastante con il rispetto della persona si constata – nelle pressioni, e perfino intimidazioni, esercitate nei confronti dei dipendenti – specialmente impiegati, per ottenere la disponibilità allo straordinario in deroga ai limiti posti dal contratto di lavoro. Infatti lo straordinario abituale al sabato e perfino alla domenica sta interessando sempre più ampi strati di lavoratori.
A Susegana il fenomeno assume certamente aspetti di particolare pesantezza a causa della trasformazione tecnologica in corso mentre tutto continua a pieno ritmo (si cambia il motore in volo – dice l’azienda), ma il problema è presente in tutto il Gruppo Zanussi, come del resto nella generalità delle aziende della nostra zona.
Non ci dogliamo certo del buon andamento della nostra economia che consente sempre maggiori opportunità di lavoro. Ci preme però evidenziare l’affermarsi prepotente della logica di un’impresa totalizzante, che sempre meno spazio lascia alla persona, alle sue esigenze familiari e sociali.
Purtroppo, occorre dirlo, non pochi dimostrano di accettare di buon grado l’occasione di guadagno che viene offerta dallo straordinario e dalle varie incentivazioni messe in atto dall’azienda. A volte non si tratta di vero bisogno, ma più semplicemente di uno stile di vita che si è assunto più o meno consapevolmente. In effetti ideologia del consumo che induce a cambiare più di frequente l’automobile, ad avere due o tre televisori, ad arricchire sempre più il guardaroba ecc. porta a rinunciare ad importanti doveri verso la famiglia e la vita sociale.


Ambiguità di una politica salariale


In questo terreno trovano certamente facile accoglimento proposte di politica salariale miranti ad ottenere efficienza e produttività, così come la valorizzazione degli aspetti meritocratici. Tutto bene fino a quando questi obiettivi non si pongono in contrapposizione ai valori dell’equità e della solidarietà.
L’accordo salariale stipulato lo scorso anno nel Gruppo Zanussi, come quelli alla Fiat e all’Olivetti, per citare i principali, sono in effetti il segno di un nuovo corso delle relazioni sindacali e della stessa politica salariale.
Non è certo nostro compito soffermarci sugli aspetti tecnici di questi accordi, quanto piuttosto quello di coglierne le motivazioni culturali e di valore che li ispirano.
Ci pare allora di poter individuare in questi accordi un aspetto senz’altro positivo. Esso è rappresentato dallo sforzo di dare oggettività al rapporto salario / andamento aziendale, per riconoscere legittimamente il contributo dei lavoratori ai risultati dell’impresa.
Tuttavia sorgono pure delle perplessità nel constatare che contemporaneamente sono posti in discussione importanti vincoli solidaristici, negando i benefici economici nel caso di malattia e di maternità.

Nel passato i livelli di assenteismo potevano forse giustificare simili misure, ma ora che il fenomeno è assolutamente nella normalità, non pare proprio motivata una penalizzazione dei lavoratori che si trovano in uno stato di maggior bisogno.
La nuova cultura dell’efficientismo ha contagiato molti lavoratori ponendo il sindacato in difficoltà nella sua azione educativa alla solidarietà, rendendo peraltro difficile pensare di regolamentare e controllare l’ampia fascia retributiva unilateralmente gestita dall’azienda.
La politica dei superminimi e dell’una tantum”, usata talvolta per riconoscere professionalità ma, più di frequente, per compensare obiettivi e risultati fatti conseguire nella assoluta indeterminatezza di criteri e parametri di riferimento, non può ritenersi davvero una politica salariale rispettosa della dignità delle persone.
Non si tratta certo di negare in assoluto l’utilità di riconoscimenti individuali, ma semplicemente di evidenziare che la totale unilateralità dei criteri di riferimento, oltre ad alimentare invidie e gelosie, competizioni ed arrivismi che incrinano i rapporti interpersonali, diventano una deprecabile forma di ricatto che induce ad una totale subalternità alla gerarchia aziendale che va al di là del semplice rapporto professionale.


Relazioni sindacali al bivio


Ora lo sguardo non può non rivolgersi allo stato delle relazioni sindacali. Dopo le gravi tensioni dello scorso anno sembra essersi instaurata una certa normalità, basata forse sulla reciproca convinzione che occorra sperimentare in concreto la validità di nuove relazioni.
Ci auguriamo veramente che il senso di responsabilità riesca a produrre positivi risultati, indispensabili per dare concretezza alla cultura partecipativa evocata dalle due parti.
Ma gli sforzi da compiere e gli ostacoli da superare non si presentano facili.
Che la cultura partecipativa sia veramente l’unica vera prospettiva per umanizzare i rapporti e dare corpo ad una solidarietà che dia senso al lavoro, è certo convinzione diffusa in buona parte del sindacato, anche se permangono reticenze dovute in particolare alla oggettiva fatica di assumere una complessità in continuo divenire.
La strada della partecipazione è dunque estremamente importante, ma essa non può significare la ricerca del consenso solo ai fini efficientistici, quanto piuttosto il dar voce ai lavoratori anche in materia di scelte e decisioni che non siano strettamente circoscritte ai meri aspetti del rapporto di lavoro.
E qui sorgono le maggiori difficoltà. Infatti non appare sempre chiara la disponibilità dell’azienda nel convenire sulla pratica partecipativa.
Troppo di frequente l’azienda dimostra di consentirla solo per stato di necessità. Anche all’azienda allora è richiesto un salto di qualità, di uscire dal tatticismo e cominciare a guardare con occhio critico quanto di negativo è insito nella sua logica economicistica, produttivistica ed efficientistica.


Superare l’individualismo


L’impegnativa fatica di coniugare conflittualità e partecipazione, alla ricerca di equilibri più rispondenti ad una gestione aziendale rispettosa dell’uomo, deve essere un impegno per tutti: azienda, lavoratori e sindacato.
Occorre però evidenziare che questo equilibrio è davvero conseguibile se non viene negata una premessa: la legittimazione reciproca tra le parti. È chiaro che su questo terreno la parte in maggiore difficoltà è quella sindacale. Ciò può essere dovuto sia alle interferenze destabilizzanti dell’azienda, così come alle divisioni sindacali e ancor più a un non adeguato rapporto con i lavoratori. Determinanti pertanto sono la capacità propositiva del sindacato, la sua unità e il positivo rapporto con i lavoratori.
Ed è su quest’ultimo aspetto che merita soffermarsi per cogliere il particolare atteggiamento di alcuni soggetti.

Gli impiegati


Si tratta innanzitutto della categoria impiegatizia.
Essa rappresenta un’entità significativa di oltre 200 lavoratori che, proprio per la loro funzione, rappresentano una componente aziendale ad una gestione di tipo partecipativo.
Purtroppo la loro modalità di partecipazione avviene in termini acritici e subalterni all’azienda, essendo in effetti il settore maggiormente integrato nella logica dell’impresa.
Al di là delle pur insufficienti attenzioni poste dal sindacato a questa categoria, rimane quanto mai evidente la loro storica incapacità di porsi il problema dell’aggregazione, dell’affermarsi come componente sociale e di ricercare un costruttivo rapporto con gli operai.
La loro insignificante sindacalizzazione (poco più di 20 iscritti al sindacato) rimane il segno di un individualismo che proprio nulla ha consentito di fare per salvaguardare importanti specificità e, meno ancora, per favorire soluzioni più corrette dei problemi aziendali.


Pur considerando i timori, a volte legittimi, nel manifestare una scelta sindacale, a monte ci sono retaggi culturali che non si giustificano più in una realtà così consistente e moderna. Ma, al momento, ha ancora un gran peso l’antico e miope calcolo utilitaristico a favore di una subalternità che, pur appagando economicamente, in ogni caso fortemente svilisce e modifica la dignità personale.


I giovani


La notevole immissione di giovani attraverso i Contratti di Formazione – Lavoro (circa 600) ha comportato, nonostante la precarietà di questa forma di rapporto di lavoro, una nuova ventata anche per il sindacato.
La maggioranza infatti, oltre a dimostrarsi impegnata nel proprio lavoro, manifesta una sensibilità sociale sconosciuta qualche anno addietro.
Ma non si può ignorare che vi è una consistente minoranza ancora chiusa in una mentalità individualistica e utilitaristica, tutta rivolta al carrierismo, riluttante a considerare la dimensione sindacale dei problemi.
Che i giovani siano privi di memoria storica rispetto alle problematiche sindacali e sociali, o peggio di queste abbiano recepito gli aspetti più negativi, può essere vero. Resta comunque il fatto che un gran peso ha in loro la cultura consumistica e individualistica da portarli a rifiutare ciò che non offre un immediato vantaggio.


Le donne


Anche le donne hanno assunto un significativo peso (sono circa 500) all’interno dello stabilimento di Susegana. Ridotte alcuni anni fa ad una esigua minoranza, peraltro trascurata socialmente sia dal prevalere di una cultura maschilista sia da un miope ideologismo femminista che fece perfino da freno al riconoscimento del diritto al part-time, ora le donne si presentano sulla scena con una rinnovata sensibilità sociale e sindacale.
Le tematiche delle pari opportunità, della valorizzazione della maternità e più in generale le esigenze che la famiglia pone al mondo del lavoro, riaffiorano attraverso questa componente sociale con stimolanti sollecitazioni.


La necessità di andare oltre


Le riflessioni e le considerazioni fatte a partire dalle trasformazioni che l’applicazione delle nuove tecnologie sta introducendo nel più grande complesso industriale del Veneto vogliono essere un doveroso segno di attenzione, di solidarietà con l’uomo e la donna che lavorano, con chi vanta una lunga anzianità di lavoro e con chi vive l’esperienza della prima occupazione.
Ci siamo sforzati di capire quel che sta avvenendo, ma abbiamo avvertito anche il bisogno di andare oltre, di leggere dentro e dietro gli avvenimenti.
Ci è sembrato importante darci come metodo il capire i cambiamenti, lo stare dentro la complessità delle trasformazioni, cercare di illuminare quel che avviene alla luce dei valori del lavoro e della Parola di Dio.


Dalla parte dell’uomo


L’angolazione della nostra lettura ha il suo punto focale nel porre al centro l’uomo che lavora, la sua dignità come persona, il suo diritto a pensare e a contare anche nelle scelte aziendali, nelle scelte economiche.
Viviamo e pensiamo il lavoro non come un’esperienza qualsiasi, non come condizione in cui “lavorare e basta”, “lavorare e tacere”, “lavorare e fidarsi” della programmazione di altri che pensano.
Guardiamo al lavoro come luogo in cui non solo esprimere capacità manuali e tecniche, non solo cercare una realizzazione e un senso personale, ma anche potersi esprimere e contare su quei meccanismi e scelte che condizionano e determinano il come produrre e il cosa produrre.

L’economia non è regola a se stessa


Le leggi economiche hanno bisogno di trovare un fondamento in una visione etica, cioè in un orizzonte più grande di valori; non sono capaci da se stesse di trovare una giusta armonia tra esigenze diverse dei diversi gruppi sociali, non sono capaci di distribuire equamente tra tutti i cittadini la ricchezza prodotta.
Al loro interno non possiedono criteri per i quali ognuno abbia secondo i suoi bisogni e sia accolto e valorizzato secondo le sue capacità.
Senza un riferimento all’uomo concreto, colto nelle sue potenzialità e nella sua materialità, l’economia diventa terribilmente crudele.
Non basta la crescita quantitativa di cose; la competizione produttiva sfocia facilmente nell’individualismo, nell’affermazione del più forte, nel creare emarginazione.

Lavorare è importante ma non è l’unico valore


In questo momento la nostra zona conosce una grande espansione occupazionale: è un fattore che fa ben sperare.

Occorre chiedersi se il lavorare è per tutti o se permangono discriminazioni nei confronti di persone di una certa età o dei portatori di handicap; se il premio di presenza non sia una punizione per il lavoratore assente per malattia o la lavoratrice assente per maternità.
Un dato è certo; oggi si lavora molto: orari, ritmi, tempi di lavoro con slittamenti anche alla domenica mettono in discussione il senso stesso della vita facendola scivolare verso la corsa all’avere, al consumare. Vivere per lavorare è impoverire il senso stesso dell’esistenza.
Oggi va ricercata una nuova armonia tra lavoro e tempo libero, tra esercizio delle proprie capacità professionali e spazi culturali e ricreativi, tra l’impegno nella fabbrica, nell’ufficio e il fare politica nella società.
Non ci si può ridurre alla dimensione del solo lavoro.
C’è bisogno di fermarsi, di riflettere, di ripensarsi come uomini e donne, di riprendere in mano il senso pieno della vita. Per questo serve ancora la domenica: tempo di riposo dal lavoro, tempo per intensificare i rapporti familiari e sociali, tempo per ascoltare la coscienza e… Dio.
Vorremmo infine far riaffiorare una domanda:


Lavorare perché?


La risposta oggi è diversa rispetto ad alcuni anni fa.
Il reddito familiare oggi sempre più frequentemente fa fronte non solo al soddisfacimento di bisogni primari, ma ci ha introdotto nel consumismo.
Il consumare cose ha significato spesso chiusura su se stessi, preoccupazione di conservare le proprie posizioni, indifferenza per la realtà degli altri. È così venuta meno la solidarietà, sono cresciuti l’isolamento, l’individualismo…
Specchio di queste situazioni sono i giovani che, privi di memoria storica, facilmente finiscono nella logica del “farsi da soli”, del “farsi una carriera”, spesso sulle spalle dei più deboli.
Se il lavorare si chiude nella sfera del “produrre per consumare”, fa decadere la qualità della vita, fa perdere definitivamente il valore della solidarietà.
Se il lavorare si apre alle prospettive del farsi carico insieme dei problemi, si ripercorre in modo nuovo, creativo la strada della solidarietà e anche gli strumenti storici di tali solidarietà (come il sindacato) possono trovare nuovo senso e slancio.

A tutti offriamo questo materiale di analisi e di riflessione, nella speranza che esso aiuti a leggere più profondamente la realtà del territorio in cui viviamo e diventi stimolo per ricercare nuove vie di incontro tra persone e di impegno per una crescita umana e sociale.

Annunciare e testimoniare il Vangelo


Come credenti ci rivolgiamo alle nostre comunità di appartenenza.
Anche a noi sta a cuore che l’Evangelo del Signore, il Suo Annuncio di giustizia piena e di piena comunione con Dio e tra gli uomini sia anche oggi annunciato: annunciato nelle assemblee liturgiche, nelle catechesi ma anche vissuto nella testimonianza.
Proprio questo ci spinge a dire che una più viva attenzione alla vita sociale, ai problemi del lavoro e alle sue trasformazioni è essenziale alla fedeltà all’Annuncio Evangelico.
Ci sta a cuore la fede testimoniata con la vita di impegno dentro le concrete situazioni. Una fede che senza arroganza sa nutrire di senso il cammino degli uomini a partire dalla loro vita.
Come credenti in Gesù Cristo sentiamo che un terreno di verifica dell’autenticità della nostra fede è la solidarietà.
I vescovi nel documento “Chiesa e lavoratori nel cambiamento” (17/1/87) chiedono alle comunità cristiane di diventare “cattedra alternativa alla pedagogia della società dei consumi e della frantumazione individualistica” e indicano nella solidarietà, intesa come “risvolto socio – politico della carità” la strada da percorrere.
Anzi ci mostrano una meta: “Passare dalle solidarietà corte dell’assistenza a quelle lunghe dell’impegno sociale e politico” (n. 29).
Non solo questo, ma anche questo è vivere e annunciare il Vangelo nel mondo del lavoro oggi.


A cura del gruppo PO di Conegliano Veneto


Comments are closed.