Eternit: sentenza contro un’industria assassina

Sguardi e voci dalla stiva


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Nel febbraio scorso al tribunale di Torino è stata emessa una sentenza storica, la prima al mondo, nel processo contro lo svizzero Stephan Schmideiny e il conte belga Louis de Cartier de Marchienne, i due responsabili della multinazionale svizzero-belga, produttrice di eternit. Sono stati condannati a 16 anni di reclusione e a provvedere agli indennizzi per un totale di 95 milioni di euro, di cui 25 per la sola città di Casale, 20 per la regione Piemonte e 15 all’Inail. Altre 1897 parti civili dovranno ricorrere ad un processo civile per essere risarcite. In precedenti tentativi processuali, salvo rari casi individuali, le famiglie dei deceduti a causa dell’esposizione all’amianto ne erano uscite sconfitte.
Questa volta invece ecco : «un sogno di giustizia che diventa realtà» ebbe a dichiarare R. Guariniello, capo del pool dei pm.
Poco prima della sentenza i due imputati avevano offerto 18 milioni per chiudere “amichevolmente” la questione. “Offerta del diavolo” o “i trenta denari” era stata la risposta a chi profetizzava ai casalesi: “vedrete che non risolverete niente, combattete contro gente più importante di voi, vi metteranno un po’ di soldini in bocca e vi faranno stare zitti”.
Per i Pubblici Ministeri, che chiedevano 20 anni di carcere, questa strage è stata compiuta scientemente, sapendo che l’amianto causava il cancro alla pleura e ai polmoni. E mistificando inoltre la realtà, minimizzandone i rischi, in nome del profitto.
Dal 1946 al 1992, anno in cui in Italia è stata sospesa la produzione, sono state estratte e lavorate 3,7 miliardi di tonnellate di questa sostanza. Il brevetto del cemento-amianto conosciuto con il marchio di fabbrica Eternit, risale al 1901 e da allora la lavorazione è andata crescendo. Nella maggior parte dei paesi la lavorazione con questa fibra killer prosegue.
Sin dal 1962 era noto in tutto il mondo che la polvere di amianto, generata dall’usura dei tetti e usata come materiale di fondo per i selciati, provoca una grave forma di cancro, il mesotelioma pleurico (oltre che la classica asbestosi). A Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Broni (Pavia) e Bari la Eternit e la Fibronit continuarono a produrre manufatti sino al 1986 (1985 per Bari e 1992 per Broni), tentando di mantenere i propri operai in uno stato di totale ignoranza circa i danni (soprattutto a lungo termine) che le fibre di amianto provocano, al fine di prolungare l’attività dello stabilimento e quindi accrescere i profitti.
A Casale Monferrato, 36.000 abitanti, nello scorso anno sono stati diagnosticati 47 nuovi casi di mesotelioma pleurico. Il dato è sottostimato perché non tiene conto delle diagnosi fatte altrove. L’incidenza aumenterà per altri 10 -15 anni, poi si stabilizzerà con 40 – 50 casi all’anno per altri 20 – 30 anni. Così dice l’oncologa Daniela De Giovanni.
In particolare a Casale Monferrato i morti e i contaminati da amianto sono e saranno migliaia, anche perché lo stabilimento disperdeva con dei potenti aeratori la polvere di amianto in tutta la città, causando la contaminazione anche di persone non legate alle attività produttive dell’Eternit.
“E’ stata colpita in particolar modo la generazione dei bambini degli anni ’60 – spiega l’oncologa di Casale Monferrato Daniela De Giovanni – giocavano con i sacchi di amianto che venivano scaricati alla stazione e lasciati li’ per un po’, sollevavano nuvole che attiravano molto i bambini, che si divertivano a fare lo scivolo sul polverino. Quei bambini hanno oggi tra i cinquanta e i sessant’anni e i nuovi ammalati hanno soprattutto questa età”.
Ci troviamo, dunque di fronte ad una vera e propria attività criminale, non solo per le morti causate, ma per la situazione di angoscia permanente determinata nelle migliaia di persone:
”Accanto a questa sofferenza quotidiana che ha toccato ogni famiglia c’è quella morale, la paura di ammalarsi con cui si è costretti a convivere. Una sofferenza che ha chiesto giustizia e che ha trovato accoglienza da parte delle istituzioni nel processo di Torino, il più grande d’Europa e forse del mondo su questi temi”.
“Nessuno restituirà la vita alle migliaia di persone uccise dall’amianto, operai e cittadini colpevoli solo di aver lavorato nelle fabbriche della morte, oppure di aver lavato le tute impregnate di veleno dei loro compagni, o di aver respirato in casa o al bar quelle maledette fibre. Una strage, a Casale Monferrato e nelle città di tutto il mondo in cui il miliardario svizzero Schmidheiny e il barone belga de Cartier hanno ucciso e intossicato in nome di un profitto che sapevano fondarsi sul sangue di tanta povera gente. Nessuno restituirà il sorriso a chi ha perso il marito o il figlio, o l’uno e l’altro, in base al principio criminale per cui la salute e la vita di chi lavora sono variabili dipendenti del plusvalore, architrave dell’impresa capitalistica.
Eppure, la sentenza di condanna a 16 anni per disastro doloso e omissione dolosa di misure antinfortunistiche emessa dal tribunale di Torino, ha un grandissimo merito: restituisce a intere comunità vittime dell’amianto il rispetto che meritano e, insieme, la fiducia se non in un futuro ormai intimamente compromesso, almeno nella giustizia. Questa volta gli assassini non l’hanno fatta franca, uccidevano sapendo di uccidere e per questo sono stati condannati” (Loris Campetti).
Possiamo concludere con le parole del Pubblico Minitero Raffaele Guariniello che nel giorno della sentenza ebbe a dichiarare: “ Casale oggi rappresenta il mondo, perché nel mondo si è usato l’amianto. Ci sono tanti morti per causa d’amianto che finiscono negli archivi degli ospedali senza che nessuno faccia giustizia. Ecco, questo processo dimostra che è possibile fare giustizia. Le istituzioni hanno capito che questi sono processi di fondamentale importanza” ..
Una grande vittoria, dunque, al processo, ma anche l’amara constatazione che i processi distruttivi attivati dall’amianto continueranno inesorabilmente e a mietere vittime. Oltre al migliaio che ogni anno cadono per incidenti sul lavoro, occorre aggiungerne altri 3.000 che muoiono in Italia come conseguenza dell’esposizione all’amianto. E’ uno degli esempi più evidenti della irreversibilità dei fattori di rischio che scaricati nell’ambiente producono danni irreparabili. Come pure della logica perversa del profitto privato che avvelena l’ambiente di tutti scaricando i costi sul pubblico. E questo, nonostante l’esemplare condanna.

a cura di ROBERTO FIORINI


 

SCHEDA AMIANTO
Ogni anno in Italia muoiono 3.000 persone per l’amianto
20 milioni di italiani sono esposti al rischio di amianto
6 milioni di italiani vivono in siti considerati a rischio
5 quintali: la quantità di amianto per individuo ancora presente in Italia
20 – 40 anni: periodo di latenza dei tumori
2025: l’anno in cui si prevede il picco di morti
1982: l’anno della prima regolamentazione dell’amianto in Italia
1992 : l’anno del bando definitivo
Un rapporto 2001 dell’Agenzia Europea per l’Ambiente stimava che da lì al 2035 l’amianto avrebbe provocato ancora tra i 250.000 e 400.000 decessi
(da La Repubblica del 14 febbraio 2012)