Terzo incontro europeo della MOSJ

Notizie: 1-2-3 agosto 1989 / Aix-en-Provence


 MOSJ = Missione Operaia della Compagnia di Gesù

TEMA:

Di quale speranza siamo portatori nelle situazioni di ingiustizia e di emarginazione che viviamo, e attraverso le nostre diverse solidarietà?
Annunciare la speranza
– a partire dalle sfide di una società europea in via di costruzione;
– ma anche a partire dalle sfide lanciate dal 3° Mondo al 1° Mondo.

 

Erano presenti circa 80 gesuiti (e non) a questo 3° incontro, che ha fatto seguito a quello di Barcellona (1983) e di Lanzo-Torino (1986).
Erano rappresentati vari paesi europei (Belgio, Olanda, Polonia, Germania, Irlanda, Inghilterra, Malta, Italia, Spagna, Francia) e alcuni di altri continenti (Messico, Perù, Venezuela, Algeria, Isole Mauritius).
Ogni giornata era aperta da una relazione, cui seguiva il lavoro a gruppi; si è adottato il metodo ormai classico:
vedere (1° giorno: nel momento in cui si costruisce l’Europa che cosa stiamo costruendo noi?),
giudicare (2° giorno: su quale speranza fondiamo le nostre vite e il nostro impegno perché ogni uomo viva in pienezza?),
agire (3° giorno: gente più povera e disarmata di noi sa come lottare e conservare la speranza: e noi che cosa ci proponiamo di fare?).

Cerco di dare una sintesi ampia, ma certo lacunosa e disorganica, delle tre relazioni (è disponibile il testo completo per chi è interessato).

 

La prima relazione, di Eduard Rimman, olandese, professore di etica dell’economia, tenendo presente il Mercato Unico Europeo (MUE) del ‘92, ha delineato le sfide che esso comporta per i settori poveri dell’Europa e per i lavoratori, e le possibili risposte dei movimenti operai, delle Chiese e dei PO.
C’è in Europa un triangolo industriale Milano-Lione-Francoforte (con nel mezzo la Svizzera) che sarà probabilmente il centro del MUE e che non consentirà facilmente, malgrado gli intenti comunitari, che le zone povere e in ritardo dell’Europa (es. Andalusia, Irlanda, Sud Italia) raggiungano uno sviluppo equilibrato. Infatti, delle tre sfere che costituiscono le società moderne (struttura tecnico-economica – governo politico e garanzie dei diritti umani – senso e valori della vita: religione, scienze, arti), quella senza dubbio più forte e dinamica, e tendenzialmente restia a lasciarsi influenzare dalle altre due, è la sfera dell’economia.
Il MUE del ‘92 vorrà dire un enorme sviluppo economico, mentre la sfera della politica dovrà impegnarsi ad adattare e mantenere le garanzie degli obblighi costituzionali (diritti sociali dell’uomo), dell’ambiente e dei debiti dello stato. Essendo lo sviluppo politico più lento di quello economico, potrà esercitare un’influenza relativa sulla sfera economica, la quale spingerà l’Europa occidentale verso un ordine capitalistico molto forte, dinamico e senza pietà. Il Terzo Mondo e gli esclusi dell’Europa non potranno minimamente condizionarlo.

Che può fare la sfera della cultura, del pensiero, della religione, delle arti? Che può fare la Chiesa, le Chiese?
Le Chiese, superando le divisioni tra loro, dovrebbero:
potenziare una presenza di ordine spirituale e di ispirazione: essere elementi vigorosi e dinamici in modo da strutturare e influenzare tutta la sfera del pensiero e della religione;
trattare con le altre due sfere, economica e politica, a diversi livelli e in diversi modi.
I PO hanno dato una grande testimonianza cercando di stabilire un dialogo tra la Chiesa e il mondo dell’industria, della produzione, dei trasporti, facendo del lavoro manuale sporco e mal pagato una piattaforma per una presenza cristiana. Ma c’è stato dialogo con la sfera economica? C’è stato un effetto retroattivo nella Chiesa? E nella Compagnia di Gesù? E oggi, come gesuiti, vogliamo dialogare con la sfera economica e politica, impegnando PO, esperti in scienze sociali, riviste?
Dai movimenti operai possiamo sperare un aiuto molto limitato, poiché essi sono diventati associazioni che mirano a soddisfare i bisogni dei loro membri. Non c’è più una classe operaia potente, non c’è più un movimento operaio militante.
Senza dimenticare i perdenti del progetto di MUE, noi cristiani d’Europa dovremo porre una grande attenzione sui vincitori per rendere conto della nostra vocazione: proclamare il Regno in questo mondo,
A questa prima relazione ci sono state diverse reazioni di dissenso:
– non si tiene conto del fattore demografico (calo in Europa, forte crescita nei paesi vicini dell’Africa settentrionale e centrale, che premono verso l’Europa);
– si liquida troppo rapidamente la capacità dei movimenti operai di contrastare un processo che viene prospettato come ineluttabile;
– si sottovaluta la possibilità dei cittadini di influenzare e dare più vigore e dinamismo ai poteri politici (es. parlamentari europei).

 

La seconda relazione di Adolfo Chèrcoles, spagnolo, ha cercato di individuare qual è la speranza che fa vivere l’uomo che viene emarginato dal tipo di sviluppo del nostro mondo occidentale.
Basandosi sulla sua esperienza di vita di parecchi anni con i gitani dell’Andalusia e con gli indios Guarani del Paraguay (da dove fu espulso per ordine del dittatore), il relatore ha presentato una stimolante testimonianza di una speranza che solo coloro che noi chiamiamo “emarginati” (in rapporto ad un “centro” dove si pone chi ha ricchezza, sicurezza, potere) possono avere.
Gli emarginati non accettano le nostre regole del gioco, il nostro sistema di valori, non entrano nella nostra logica. Possiamo dire che non gareggiano per la stessa meta. Spesso noi diciamo di loro: “non hanno alcuna ambizione” o “non si può far strada con loro”.
Si considera l’emarginato incapace di qualunque decisione e perciò condannato ad una relazione di dipendenza. Non è un essere “utile” per la nostra società “sviluppata” che ha l’ossessione dell’efficienza, del rendimento, della produzione.
Fra i gitani c’è una frase che inquadra la loro esistenza: «buscar a la vida»; è un impegno fondamentale che bisogna affrontare ogni mattina.
Per noi del 1° Mondo invece la vita è qualcosa di scontato con cui non ci mettiamo in relazione direttamente, ma che ricopriamo di tante cose che costituiscono la nostra sicurezza (casa, risparmio, lavoro fisso anche se non soddisfacente, ecc.). Questo «cercare la vita» ogni giorno non lo sopporteremmo né fisicamente né psichicamente. Per noi vale più il ruolo, il personaggio che la realtà della vita. Abbiamo il panico dell’insicurezza economica; cosi la vita protetta ed assicurata (anche attraverso le istituzioni dello Stato) sparisce come rischio ed esistenza vissuta.
I riferimenti biblici mettono in crisi questa nostra smania della sicurezza:
Mt 16,26: “A cosa servirà a un uomo guadagnare tutto il mondo, se rovina la sua vita?”. La ricerca della sicurezza diventa idolatria (potere, ricchezza, piacere, ecc.).
Deut. 24,6: “Non prenderete in pegno le due pietre che uno usa per macinare il grano e neppure una sola di esse, perché in questo modo si prende in pegno la vita stessa”. Dio si fa garante del povero, dell’orfano, del forestiero, perché l’unica cosa che resta loro è la vita; la cosa più fragile e di maggior valore, che è in mano a Dio e non a noi stessi.
Ebrei 2,14s: “per timore della morte erano soggetti alla schiavitù per tutta la vita”. Accettare il nostro “essere-per-la-morte” scommettendo sul Dio dei vivi.
Altri testi: Lc 12,15 – I Cor 15,17-32 – Mt 25,31ss.

Dagli emarginati che ogni giorno «cercano la vita» viene l’esempio della vera speranza cristiana (“sperare contro ogni speranza”, Rom. 4,18), perché essi vivono l’insicurezza, la debolezza: l’emarginato è l’insicurezza fatta carne; una speranza genuina è possibile solo quando è sparito ogni orizzonte di speranza manipolabile che mi potesse offrire una sicurezza di futuro.
La “volontà di potenza” di tipo nietzschiano esclude ogni speranza perché tende ad eliminare il povero, il debole, l’inutile, negandogli dignità umana.
Non è invece vero che “l’unico modo di vivere meglio è produrre meno, consumare meno, lavorare meno” (A. Gorz), poiché è possibile fare di più con meno, “creare per tutti quanti più felicità con meno opulenza” (I. Illich)?
Il sovrasviluppo non crea una super-vita, anzi crea selezione ed emarginazione; e nessuno può comprare la sua vita con l’abbondanza dei beni (Lc 12,15 – Mt 16,26).
Inoltre si comincia a sospettare che il potere economico portato al limite può trasformarsi in una potenza autodistruttrice ed inutile.
Neppure la concezione di Marx apre alla speranza, perché Marx parte dal lavoro e non dal dono della vita e vede l’uomo come essere produttivo di mezzi che permettono di soddisfare le sue necessità. Il marxismo porta dunque all’ottimismo, alla sicurezza; ma la speranza è fondata sulla debolezza e sull’inutilità.
Potremmo dunque stabilire il seguente parallelismo:

Il discorso sulla giustizia e la verità non si può fare partendo dal potere. Gesù si proclama re e testimone della verità quando è nella massima debolezza di fronte a Pilato.
Vedere la meditazione dei Due Vessilli negli Esercizi di S. Ignazio.
Si può dunque concludere che “la speranza che sostiene la nostra vita e il nostro impegno affinché l’uomo viva” sono gli ultimi. E non come energia latente e trasformante della storia attraverso il potere, ma come denuncia profetica permanente, partendo dalla fragilità della vita stessa come valore inalienabile di dignità e verità.
Qualunque progetto liberatore che parta dal potere sarà oppressivo (Mt 20, 25-28). “dare la vita” è l’unica cosa che riscatta, che libera, non dà ricchezza e potere.
Dice un gitano che fa scuola per adulti a Granada: “dato che nessuno siamo maestri, tutti ci possiamo aiutare”.
Questa seconda relazione, pur stimolante e affascinante, è stata percepita come troppo legata ad una esperienza di gruppi particolari per poter aiutare il cammino di chi lotta all’interno del mondo della produzione, della ricchezza, del potere: la classe operaia, ad esempio, non sembra rivendicare il diritto di non avvalersi dei diritti della società del benessere, come invece fa il gitano o l’indio. Qual è il cammino giusto per annunciare veramente il Regno di Dio e la speranza cristiana?

 

Nella terza relazione Carlos Rodriguez, messicano, studente di teologia dopo aver fatto alcuni anni di lavoro in fabbrica, analizza la situazione di dipendenza dei paesi dell’America Latina (AL), dove operano alcune équipes di gesuiti che hanno stabilito tra loro un coordinamento di Missione Operaia e un bollettino di collegamento (ENLACE).

A.
Situazione dei nostri paesi e delle lotte operaie alle quali prendiamo parte

 

1. Dove siamo e cosa facciamo in AL (America Latina):
– siamo in Paraguay, Honduras, Nicaragua, Colombia, Perù, Bolivia, Uruguay, Brasile, Venezuela, Cile, Rep. Dominicana, Argentina, Messico;
– settori di impegno: lavoro manuale (5 gesuiti), pastorale operaia (3), centri di formazione operaia (10), studi teologici “con un piede nel movimento operaio” (7), sindacato (1), scuole tecniche (6), gesuiti della MOSJ europea attualmente in AL (4): totale 36. (I gesuiti in AL sono 3500),

2. lI debito estero rende la vita impossibile per la classe operaia: si lavora solo per pagare gli interessi del debito. È un problema di portata mondiale e va risolto a livello mondiale.

3. Stagnazione e debito estero hanno inferto nuovi colpi e ravvivato vecchie minacce alla classe operaia:
– salari bloccati o in caduta verticale;
– disoccupazione crescente, lavori a tempo determinato o lavori precari;
– repressione contro i sindacati;
per dare così spazio all’egemonia finanziaria e ai modelli neoliberisti nel quadro di politiche autoritarie.
“Con voi, fratelli e compagni d’Europa, noi dovremmo riflettere sul ruolo che il capitalismo internazionale impone ai paesi di AL dipendenti (ad es. il Messico lo vediamo diventare un paese di sub-appalti e un paradiso fiscale) e sui modi di farvi fronte. Se no che significa quello che dite: ‘fortificare i legami con il 3° mondo’? o ‘la concorrenza tra la classe operaia europea e il terzo mondo’?”.

4. Anche sotto i regimi formalmente democratici molti intralci sono posti alla sindacalizzazione; c’è repressione di movimenti democratici, di scioperi, arresti e detenzione di dirigenti sindacali. La borghesia è ancora egemonica e non consente una vera democratizzazione politica, economica e sociale. Ma è questa la lotta che bisogna fare oltre alle rivendicazioni salariali. Bisogna rifiutare la politica di riaggiustamento del FMI, che tende a rendere i paesi di AL sempre più dipendenti dai paesi creditori.

5. Senza la possibilità di migliorare la situazione globale il sindacato e i partiti di sinistra perdono ogni credibilità nelle masse sempre più povere.

B.
Solidarietà tra poveri ed emarginati e classe operaia industriale dell’AL

 

I lavoratori sono in maggioranza poveri ed emarginati e quindi non sono avvantaggiati rispetto al resto della popolazione oppressa. L’operaio è il primo ad essere solidale con i più poveri, assumendone anche le rivendicazioni; ma a volte avviene il contrario: è la gente povera che sostiene le lotte operaie.
Gli operai hanno perso forza o perché sono diventati talvolta corporativi o perché sono stati repressi.
È forte l’organizzazione contadina e popolare (quartieri, comitati di base): è questo il proletariato che può dare speranza di cambiamento.
La crisi tocca in particolare le donne, i giovani e le minoranze etniche (neri, indios), ma anche lavoratori professionalizzati e tecnici.
Strategicamente bisogna arrivare ad una alleanza operaia – contadina – popolare per poter incidere sui cambiamenti di struttura.

C.
Relazione tra i problemi dell’AL e quelli europei

 

In entrambi i continenti bisogna saldare insieme operai e nuovi poveri ed emarginati, che sono una forza potenziale di cambiamento. La massa diventi popolo e il popolo diventi classe.
Ci sono legami strutturali tra ciò che avviene in Europa e negli USA e ciò che avviene in AL.
Noi siamo in un tempo di liberazione, di solidarietà e quindi di internazionalizzazione. Liberazione dallo stato di dipendenza nel sistema capitalistico mondiale.
Qual è oggi il soggetto di cambiamento in Europa?
In AL bisogna ripensare le teorie della lotta di classe in contesti nuovi, di un capitalismo periferico e di nuovi spazi per aggregazioni popolari (cfr. esperienza sandinista). Si tratta non solo di ribaltare le classi, ma di perseguire valori nuovi, utopici.

 

D.
Speranza contro ogni speranza che ci sostiene nella lotta

 

Il momento di liberazione in AL è anche un momento di grande sofferenza a causa delle sconfitte, del senso di impotenza.
Qual è la nostra speranza?

speranza nei nostri stessi compagni, che ci adottano nel lavoro, nella vita sindacale, nel lavoro popolare ed ecclesiale. La lotta coraggiosa e creativa dei poveri è la presenza salvifica di Gesù e del suo Regno;
speranza in quello che facciamo, o meglio, in quello che ci lasciamo fare, come singoli e come Compagnia: la speranza consiste nel fatto che la fabbrica, il quartiere, il centro di formazione e tutto il mondo operaio ci presentano numerose esperienze di vicinanza al popolo, che noi non avevamo immaginato;
dare senso cristiano alla lotta; fare della nostra Chiesa discreditata una Chiesa del regno, cosa importante per un popolo che è profondamente credente;
speranza per il lavoro e il coraggio di fratelli gesuiti sperduti nel continente, ma collegati in un lavoro comune;
l’inserimento operaio è la volontà di Dio per noi, è dunque esperienza interamente evangelica e ignaziana. Noi chiediamo, come Ignazio alla Storta, di essere messi con il Figlio. Egli agisce prima di noi e noi abbiamo speranza in Lui. Ci farà crescere e maturare alla sua sequela;
infine, in modo radicale, la nostra speranza si fonda nel fatto che il Verbo si è fatto Classe” (Casaldaliga);
a nome degli altri gesuiti latino-americani nel mondo operaio, nel 10° anniversario della rivoluzione sandinista.

A questa relazione proveniente da oltre Atlantico è stato risposto un po’ brutalmente, ma per non creare illusioni, che la classe operaia europea non è (più) rivoluzionaria e quindi non potrà dare un grande contributo (a meno che non soffi un vento nuovo) alla lotta degli operai e dei popoli dell’AL.

Nel lavoro a gruppi, che ha occupato buona parte delle tre giornate, si sono ripresi i temi delle relazioni, si è cercato di comunicare le varie esperienze vissute in paesi e contesti diversi, e si sono formulate alcune questioni ,tra le quali queste tre sono state selezionate per il dibattito nell’assemblea conclusiva:

1. L’autonomia della sfera economica, che sembra svilupparsi in maniera deterministica, permette un dialogo nella speranza di influenzarla, o chiama solo la denuncia / l’opposizione / la resistenza?

2. Secondo la tesi del 2° intervento la scommessa / scelta evangelica per gli emarginati è il luogo a partire dal quale si deve comprendere la realtà. Quali sono gli obiettivi e quali sono le mediazioni che noi dobbiamo sviluppare attualmente al posto degli obiettivi e delle mediazioni tradizionali e abituali (partiti, sindacati, associazioni)?

3. A partire dalla situazione dell’AL e di tutto il 3° Mondo, di dipendenza e di espropriazione a profitto del 1° Mondo, come evolve il nostro atteggiamento (come Missione Operaia) di fronte alla sfera economica? Quali sono ora i nostri obiettivi, quali mediazioni dobbiamo privilegiare?
L’ampio dibattito su queste questioni non intendeva giungere a definizioni e scelte vincolanti, ma stimolare ogni gruppo nazionale e locale a riprendere queste tematiche e a rinnovare la propria prassi.
È ciò che cercherà di fare il gruppo italiano (MOPSJ e settore emarginazione) nel convegno dell’8-9 dicembre ’98.
A livello europeo ci si è dato appuntamento nel fatidico 1992, nel cuore della CEE (Belgio).

Sintesi a cura di
ANTONIO MELLONI