No, non siamo pronti

Sguardi e voci dalla stiva


 

No, Sig. Professore, non siamo pronti!
Lo saremmo, parafrasando un bell’articolo di Barbara Spinelli su “La Repubblica” del 28, se qualcuno ci dicesse quale uscita ci si prospetta da questa lunga e traumatica crisi economica, se l’Italia e l’Europa che si vuol costruire è diversa da quella “dei mercati” che sta dettando l’agenda economica, politica e sociale dei singoli paesi, se il diritto e l’esercizio della democrazia (la polis) avesse il progetto di un suo “luogo” in cui esercitarsi prendendo il posto di istituzioni, tecnocrazie e potentati finanziari che, fuori da ogni processo democratico, ci stanno imponendo la restaurazione dello stesso modello sociale neocapitalista che è causa della crisi.
Il sospetto che ci era sorto fin dalle prime mosse del governo dei professori, si trasforma sempre più nella certezza che, dietro la realtà di una crisi di cui si conosce assai bene i colpevoli ed il come, si sia ponendo in atto una delle restaurazioni più dure dell’ultimo mezzo secolo: un tempo si facevano le guerre per stravolgere i sistemi, ora si usa la finanza.
Già la prima manovra era sembrata assai poco “equa” nonostante gli sforzi di farla credere tale a destra e a manca: era così bello ritrovare toni sobri, parole appropriate, persone competenti dopo anni di urla sguaiate e fuori tema e poi, soprattutto, si era davvero sull’orlo del baratro e non si è stati tanto a guardare per il sottile.
La sospensione dell’adeguamento al costo delle vita per le pensioni di 1.000 euro al mese, la riforma pensionistica nel suo insieme, la reintroduzione dell’ICI (IMU) di queste proporzioni (avete provato a fare il calcolo?), le addizionali retroattive che gravano proprio sulle buste paga di questo mese, l’aumento di Iva sui consumi ed accise sulla benzina e, per l’opposto, l’assenza di ogni concreta ed immediata misura su capitali, grandi patrimoni e finanza davano già la sensazione da quale parte pendeva la bilancia e su chi avrebbero gravato i sacrifici ed il peso del risanamento.
Anche le liberalizzazioni (taxi, notai, farmacie) appaiono quasi di facciata rispetto al “grosso” che dovrebbe essere intaccato: non una norma per banche e mercati della finanza (i veri responsabili della crisi che sono premiati anche in Europa le prime con finanziamenti enormi ed i secondi lasciati ancora senza regole e controlli), ma anche per petrolieri, per i fornitori di energia, per i trasporti, ecc.
Con questa ultima riforma del lavoro, accanto ad alcune indubbie positive norme, viene confermata una sostanziale “deregulation” che, come ben si sa, in regime di libero mercato, significa la predominanza (prepotenza?) del più forte. Al taglio dei redditi, si aggiunge l’insicurezza del lavoro.
Dalla Cina Monti dichiara che “sulla riforma non accetto incursioni in Parlamento” dimenticando che (aldilà dell’impresentabilità di questo Parlamento frutto della porcata elettorale e della corruzione del denaro berlusconiano) siamo ancora in presenza di una democrazia parlamentare.
Ci pare che dallo stile sobrio e compassato, si stia passando a quello supponente di chi pensa di possedere la verità che in democrazia non esiste, ma nasce ogni volta dal confronto e dalla partecipazione: questa crisi economica si sta portando dietro una crisi della democrazia, del concetto e dell’esercizio della democrazia?
Se questo è il quadro italiano, non meglio si può dire del quadro europeo dietro cui tra l’altro ci si trincera per giustificare ogni misura: ce lo chiede l’Europa, ce lo dice la BCE, lo sottolinea l’Ocse o il FMI, così fanno gli altri stati… e la Germania poi… un faro! ( peccato non la si imiti anche per salari e stipendi che sono quasi il doppio dei nostri, per l’indennità di disoccupazione, per le tutele dei lavoratori sia sotto l’aspetto dei diritti che della salute e sicurezza).
Quale idea di Europa gira nelle diverse cancellerie d’Europa?
Ci pare in questo momento molto povera, chiusa sulle sole logiche del mercato e dei conti pubblici, priva sia dei sogni di chi l’aveva pensata, sia di quello sguardo lungimirante che dovrebbe essere la caratteristica del politico capace di progettare il futuro.
Custode di “conti economici” non sa ancora intraprendere l’unica strada che ci può aprire orizzonti diversi di crescita democratica e di sviluppo sociale ed economico. in una parola servirebbe “più Europa politica” per cui necessiterebbero però ingegno e creatività, superamento di confini, particolarismi, sovranità, veti e gelosie: insomma, un progetto diverso di sviluppo ed una vera visione sovranazionale.
Temiamo invece che anche l’orizzonte dei nostri “professori” sia tristemente limitato a riproporre le stesse logiche che ci hanno condotto in questo vicolo cieco.
E per questo non siamo, ma soprattutto non vogliamo, essere pronti.

 

Alessandro Monicelli

per Libertà e Giustizia Mantova