1990 / Time for Peace

Nord – Sud (in Italia e nel mondo)


Questo è il motto che ha fatto incontrare circa 1500 europei pacifisti con gruppi Palestinesi ed Israeliani nell’ambito delle manifestazioni di fine anno ‘89 a Gerusalemme.

L’incontro di pace – promosso dall’Associazione Italiana per la Pace, ACLI, ARCI – è nato dal lavoro di un gruppo di donne italiane che nell’estate del 1987 ed ‘88 hanno promosso alcuni campi estivi con le donne palestinesi dell’Intifada ed anche con le donne israeliane di Peace Now facendo crollare il muro del sospetto ed offrendo la possibilità di confronto e dialogo.
Nei giorni precedenti le manifestazioni ufficiali abbiamo cercato di contattare alcune esperienze significative dei due popoli in conflitto mettendoci in una posizione di ascolto e così capire più a fondo la complessità, i prezzi pagati, le speranze, ma anche il nostro possibile ruolo di pacifisti europei.
Il 27 dicembre lo abbiamo dedicato alle problematiche palestinesi. Con i rappresentanti dei vari movimenti raggruppati nell’Intifada abbiamo tentato d’incontrare la gente di Gerico e dei campi profughi, ma tutte le zone calde (Hebron, Beit Sauhr, Nablus, la striscia di Gaza…) erano bloccate dall’esercito per cui abbiamo dovuto ripiegare su esperienze di organizzazioni intermedie a Gerusalemme. Un centro di salute che raccoglie anche una ricca documentazione sulle conseguenze mediche della repressione in atto, l’ospedale palestinese dove siamo rimasti sconvolti alla vista di bambini mutilati, un centro agricolo che funziona da consorzio, scuola e cooperativa di vendita dei prodotti, una cooperativa artigianale di donne combattive ed impegnate anche nella coscientizzazione.
Abbiamo compreso meglio cosa sia Intifada: “scrollarsi di dosso un’oppressione”. I Palestinesi stanno maturando la coscienza di essere popolo e nazione e la esprimono contro Israele che li opprime non solo con le pietre dei ragazzi, ma in tutti i campi della vita del popolo: la scuola (che è spesso chiusa, specie l’università), l’economia (cercando l’autonomia ed il boicottaggio dei prodotti d’Israele), il recupero della tradizione popolare, ma anche lo scontro con la modernità, la liberazione delle donne e dei giovani, l’impianto sanitario di base, la solidarietà popolare, la partecipazione popolare democratica ai vari movimenti ed organismi…
È un movimento complesso di resistenza non armata ed, in alcune forme, anche non-violenta inarrestabile.
Più problematico è stato il nostro incontro con Israele, sia pur dei movimenti pacifisti, poiché eravamo fortemente motivati dalla parte dei Palestinesi oppressi. Lo stato d’Israele pensa al massimo di concedere un’autonomia amministrativa ai Palestinesi dei territori occupati nella guerra del ‘67, e non intende trattare ad un tavolo dove sia presente l’OLP, che è invece l’unico riconosciuto a livello internazionale, oltre che dai Palestinesi.
Volevamo capire le ragioni profonde di questo blocco.
Ci siamo recati per primo a visitare il Museo dell’Olocausto che conserva le testimonianze dello sterminio del popolo Ebraico programmato dal nazifascismo mondiale. Irene, una donna di Peace now, ci ha fatto comprendere (anche con il suo vibrare) il meccanismo scattato nelle varie epoche storiche contro gli Ebrei: il diverso (gli Ebrei) che non è omologabile ed assorbibile si cerca di eliminarlo perché è diabolico e destabilizzante. Da qui sono nate le cacce all’Ebreo, i ghetti. i pogrom e da ultimo i campi di sterminio. Gli Ebrei coltivano una paura innata dello sterminio: è una paura storica che ora si rivolta contro i Palestinesi (di cui hanno occupato le terre) che fanno parte del grande mondo Arabo circostante.
Hanno ancora da sperimentare una solidarietà internazionale nei loro confronti: si sono sempre trovati soli e quindi pensano di doversi garantire da soli.
È nata in noi un’ammirazione per la forza e il coraggio che dimostrano i pacifisti Israeliani: le donne in nero del Venerdì che si trovano ogni settimana a manifestare in silenzio contro l’occupazione dei territori palestinesi, medici, avvocati, parlamentari, insegnanti…, che hanno a cuore la sorte dei Palestinesi. Si trovano ad aver contro i Palestinesi e sono considerati traditori da parte dei propri connazionali perché vanno contro l’unità nazionale – espressa anche dal governo di unità nazionale tra il Likud di destra ed i laburisti di sinistra – e contro l’ideologia della sicurezza nazionale molto vicina a quella dei generali fascisti latinoamericani.
Il pericolo per Israele, a parte i milioni di dollari spesi ogni giorno per reprimere l’Intifada, è l’autoritarismo espresso nelle leggi, nella palese violazione dei diritti umani, nella intolleranza, nella paura, vedi la violenta reazione della polizia nella manifestazione delle donne del 29 dicembre e le cariche alla porta di Damasco durante la catena umana intorno alle mura di Gerusalemme il 30 dicembre.
Una ragazza palestinese intervistata nel corteo delle donne diceva: “Questo incontro tra donne di due popoli in conflitto è potuto avvenire perché ci siete voi pacifisti europei, voi siete una garanzia”.
Penso che il Sionismo (come movimento nazionalista israeliano) sia nato, anche, per le persecuzioni antiebraiche dell’Europa. Il Sionismo ha creato il problema palestinese. Noi europei abbiamo quindi delle responsabilità verso il popolo d’Israele e verso il popolo Palestinese. Non risolveremo noi il problema, ma dovremo creare quel clima politico perché Israele non si senta solo ed in balia della paura; e perché i Palestinesi sentano la concreta solidarietà nel costruire la propria storia, riconoscendo entrambi che possono vivere in pace su una stessa terra: due popoli in due stati.

LUIGI FORIGO