Rifugiati a Roma: il cammino della speranza

Nord – Sud (in Italia e nel mondo)


Dopo aver passato diversi anni in classe operaia, eccomi da quasi tre anni qui a Roma alle prese con un altro settore “caldo”: i rifugiati terzomondiali, specificamente i rifugiati etiopi che fuggono dall’Etiopia.

È nota la situazione di oppressione e di violenza che regna in Etiopia da quasi quindici anni, a seguito degli sconvolgimenti politici che portarono alla caduta dell’impero di Hailé Selassié. L’instaurazione di una dittatura militare di stampo marxista-leninista ha provocato il sorgere di una sempre più estesa guerriglia di vari fronti di opposizione. Il popolo si è trovato così tra l’incudine e il martello e la situazione di guerra civile endemica è diventata assai più grave perfino delle calamità naturali, quali la siccità o le cavallette.
La fuga da quell’inferno è apparsa per milioni di etiopi come la sola via di salvezza e di speranza per un domani migliore. Comincia così l’odissea dei profughi: la fuga clandestina; la permanenza in segreto in qualche stato vicino; poi il salto a Roma; da qui l’attesa spasmodica del visto per il Canada.
Perché Roma? Perché qui da noi c’è un’organizzazione di agenzie che regolano e gestiscono per conto delle ambasciate l’emigrazione di questa gente. Fino a poco tempo fa, inoltre, l’Italia non riconosceva i rifugiati provenienti dal Terzo Mondo: solo da poche settimane, grazie al decreto “Martelli” il governo ha ritirato la “riserva geografica” alla Convenzione di Ginevra, che permette ora di riconoscerli come tali.
Ma tutto l’onere di accoglienza e sostentamento è ancora a carico delle Organizzazioni non governative: a Roma la Caritas Diocesana e tante altre istituzioni religiose sono impegnate ad aiutare e sostenere questi rifugiati. In tale opera svolgono un ruolo fondamentale i volontari: persone che o a tempo pieno (per lo più obiettori di coscienza) o a tempo parziale dedicano il loro tempo in loro aiuto. Come nel precedente contesto operaio, posso constatare anche ora come la miseria e lo sfruttamento è effetto di situazioni politiche perverse di cui certamente anche il regime etiopico fa parte; ma il Corno d’Africa costituisce una vera e propria “vetrina” di esemplari del genere: dittature ideologiche (Etiopia), familiar-tribali (Somalia), fondamentalistico-religiose (Sudan) che evidenziano da complementari punti di vista quanto sia ingiusta ogni convivenza civile non fondata sulle libertà e i Diritti Umani.
Direi che per l’Africa è un gran cammino in buona parte ancora da percorrere ed è forse il vero messaggio che noi, nazioni più o meno sviluppate del Primo mondo, possiamo dar loro, anche perché proprio loro ce lo chiedono. C’è una sete enorme di rispetto delle persone, di solidarietà sociale, di sostegno civile e politico e la nostra tradizione europea occidentale democratica, riformista, gradualista, pluralista, tollerante credo possa venire incontro proprio a questi bisogni. Ciò, assai più che la cosiddetta cooperazione internazionale allo sviluppo, può costituire la vera ricchezza del vecchio occidente al giovane sud del mondo.
L’impegno per i Diritti Civili direi che sostanzia le giornate mie, dei volontari e dei militanti del nostro Centro di Accoglienza. Tutto questo si concretizza in diversi e svariati servizi: mense, dormitori, sanità, igiene, abbigliamento, sforzi di auto-promozione e gestione, inizi di formazione professionale. Ma anche sforzi di dialogo interreligioso con i musulmani e approfondimento di fede con i cristiani. È anche questo un aspetto non trascurabile: il povero fa ricco chi l’aiuta non solo umanamente, ma anche sul piano teologale: carità e giustizia veramente si baciano, come dice il Salmo.
Condurre avanti tutto questo non è facile né leggero, ma costituisce una sfida che proviene da un gruppo sociale che a buon diritto può rientrare nella categoria dei “nuovi poveri”.
Come nel passato, così oggi la cosa più importante è costruire solidarietà e operare saldature sociali, perché solo l’unione di italiani, immigrati, rifugiati e precari può costituire una forza e una presenza sociale capace di controbilanciare le “unità economiche” verso cui siamo diretti nel ‘93 – e che pure ci vogliono – ma che, lasciate a se stesse, genererebbero pure ulteriori disuguaglianze e ingiustizie.
L’unità europea o sarà unione di popoli, culture, razze e religioni diverse, o non sarà. Noi, nel nostro piccolo, ci sforziamo di spingere in questa direzione!

CARLO SORBI