Evangelizzazione e popolo

Chiesa ed evangelizzazione



Parlare dell’evangelizzazione del mondo operaio a livello internazionale è praticamente impossibile, come già si diceva della diocesi di Torino.
Vi dirò le mie riflessioni a partire dai viaggi che ho realizzato in 25 paesi attraverso cui ho preso contatto delle esperienze di evangelizzazione a livello internazionale.
È chiaro che la Chiesa in questi ultimi anni si è interessata del mondo del lavoro. Quasi tutti i programmi pastorali dei paesi che ho visitato considerano come obiettivo prioritario l’evangelizzazione del mondo del lavoro.
Tutti i documenti a partire dal Concilio, passando per Medellin, Puebla, il sinodo dei vescovi del ‘71 e le ultime encicliche parlano dell’evangelizzazione del mondo del lavoro.
Tuttavia si ha sempre più l’impressione che il mondo del lavoro sia lontano dalla Chiesa e che la Chiesa sia sempre più lontana dal mondo del lavoro.
Che la Chiesa vuole impegnarsi veramente nell’evangelizzazione del mondo del lavoro, però non incontra le strade per realizzare questo desiderio.
Si è analizzata questa difficoltà e si sono individuate tre cause di questa distanza fra la Chiesa e il mondo del lavoro: la prima causa è che la Chiesa non dà dei segni chiari che raggiungano il cuore del mondo operaio, la seconda è che i cambiamenti, le trasformazioni sono così profonde che si fa fatica ad individuare dove sia la realtà operaia, il mondo operaio.
Il mondo operaio manca di radici che gli permettano di affrontare il suo futuro, il futuro della sua storia.
Il terzo motivo è che la Chiesa parla molto di evangelizzazione, però chissà, forse, non abbiamo riflettuto abbastanza per capire il significato di questa parola; l’evangelizzazione non può essere un semplice cambiamento etico, un cambiamento di valori che si propone al mondo operaio. Dobbiamo proporci di capire come trasmettere la fede in Gesù Cristo al mondo operaio, e la trasmissione della fede non si può realizzare se non si riesce ad arrivare all’uomo che ascolta il nostro annuncio, il nostro messaggio.
Molto spesso i documenti della Chiesa parlano in generale della realtà operaia, ma non presentano l’esperienza specifica del mondo operaio.
La evangelizzazione non serve per risolvere dei problemi ma è un annuncio di speranza per far sì che gli uomini possano riflettere sulla loro vita e trasformare la loro esperienza e la loro storia.
Vi presenterò tre punti: il primo punto come si presenta la realtà, l’esperienza oggi del mondo operaio; il secondo come la chiesa dovrebbe annunciare il Vangelo in questo contesto, in questo momento; terzo, le conseguenze pratiche di questa decisione e cosa significa questo per tutti noi che siamo impegnati in questo compito di evangelizzare i poveri.

 

I.
Cerchiamo di capire allora come si vive, come si realizza l’esperienza del mondo operaio oggi e questo a livello internazionale.
Scopriamo in primo luogo che il mondo operaio è prigioniero di un valore che è il valore dello sviluppo, della crescita. La crescita è una legge che è connaturale all’essere stesso dell’uomo; l’uomo tende a crescere: è un dinamismo buono e legittimo che è voluto da Dio.
Nella società neoliberista questo dinamismo, questa crescita è stata assolutizzata, e di conseguenza è diventata perversa e il lavoratore diventa una vittima di questa perversione.
In nome della crescita, dello sviluppo di alcuni paesi, si sta rubando, si sta impoverendo molti paesi del terzo mondo: i paesi ricchi crescono, provocando sempre di più la miseria dei paesi poveri.
Tutti i paesi ricchi (l’Italia è un paese ricco) devono sapere che possono mantenere questo livello di crescita soltanto scaricando le conseguenze sul terzo mondo.
Questa crescita implica una riconversione industriale continua: bisogna sostituire gli uomini con le macchine per poter crescere e produrre sempre di più. Aumenta di conseguenza sempre di più la disoccupazione, le situazioni di persone che lavorano nell’economia sommersa, nel lavoro nero e il lavoro si degrada sempre di più.
Ci troviamo di fronte ad una società staccata, rotta, divisa.
Questa crescita perversa genera nella società una violenza terribile: una violenza che provoca l’emigrazione, lo sradicamento di interi popoli che perdono la loro identità.
È una violenza che porterà nel ‘92 in Europa a far sì che intere parti dell’Europa siano escluse o considerate zone non produttive, zone agricole. Questa violenza che provoca una situazione di insicurezza, fa sì che i lavoratori siano non solidali fra loro, perché il lavoratore è condannato a cercare di sopravvivere e a mantenere ciò che ha acquisito negli anni precedenti.
La finezza di questo processo si manifesta nel fatto che i governi, gli stati che provocano questa violenza tentano di cercare dei palliativi per ammortizzarla. la preoccupazione prioritaria è salvare in ogni caso un ritmo di crescita indefinito.
Questa crescita indefinita mette in questione ugualmente l’equilibrio ecologico della nostra società: pensiamo ad esempio all’Amazzonia che si sta distruggendo quasi totalmente.
Pensiamo al fatto che intere foreste dei vari paesi stanno scomparendo e sono distrutte perché noi possiamo leggere i nostri giornali. Pensiamo al fenomeno della desertificazione che si sta sviluppando sempre di più in Africa.
Questa crescita non è quindi un fatto neutro, né per la classe operaia dei nostri paesi, né per la classe operaia a livello internazionale.
Questa crescita fa sì che gli uomini perdano sempre più il loro equilibrio anche come persone e l’esperienza che sta facendo la classe operaia nel mondo è che questa crescita si realizza sulle spalle della classe operaia, a sue spese.
Ci troviamo quindi di fronte a una classe operaia che fa continuamente esperienza di essere espropriata e di soffrire.


Un secondo elemento che caratterizza la condizione della classe operaia oggi è la produttività intesa come valore ultimo della persona: anche qui il punto di partenza è un valore, il lavoro è un valore.
È la strada perché la persona possa realizzarsi.
Gli ultimi fatti ce l’hanno ricordato con insistenza, cosi come l’enciclica di Giovanni Paolo II “Laborem exercens”.
Però dal contatto con i lavoratori si percepiscono altre cose: la produttività è tradotta nel principio che sta alla base dell’organizzazione della nostra società a tal punto che una persona può inserirsi in una società a secondo che produca o non produca: si riconosce e si valorizza una persona in base al suo essere produttiva.
Il lavoro non è la forma di esprimersi come uomini, ma è la forma per produrre ricchezza nella società.
Da ciò l’origine di una violenza diffusa nella nostra società, le cui vittime saranno i meno capaci, cioè i più poveri, i quali saranno esclusi perché non possono essere competitivi con gli altri: il mondo operaio entrerà così in competizione con se stesso. Questa violenza si esprime nei controlli di qualità, nei ritmi di produzione, tutte queste cose che si vivono nel mondo del lavoro, e dobbiamo essere molto coscienti di questo perché sono le cose che segnano la vita di una persona, la sua esperienza: è riconosciuto nella società colui che è più forte, più produttivo, quello che rende di più.
E questo pone la classe operaia in una situazione contraria al Vangelo. Il Vangelo ci parla di gratuità, ci parla del più debole, ci parla del fatto che Dio difende il più piccolo, il più umile.
Questa violenza della produttività ha delle conseguenze terribili, sia sulle famiglie, che sulle persone.
Faccio tre esempi che mi hanno colpito molto durante i miei viaggi: in Giappone, ad esempio, chi non lavora dodici ore al giorno ha l’impressione di essere sottooccupato; in Corea l’obiettivo che mobilita la classe operaia è l’essere più forti, vincere la battaglia con il Giappone: questo è un elemento che mobilita la classe operaia coreana. La convinzione diffusa tra quella classe operaia è: bisogna sacrificarsi perché il nostro paese vinca questa battaglia economica con il Giappone.
Esiste nel mondo una guerra economica: questa guerra fa sì ad esempio che in Messico ci siano a Juarez, una città ai confini con gli Stati Uniti, 120.000 persone che lavorano in Messico per gli Stati Uniti.
Il lavoro di un operaio messicano viene pagato otto volte meno dello stesso lavoro di un operaio statunitense: un’ora di lavoro negli Stati Uniti corrisponde ad un giorno lavorativo in Messico.
Gli Stati Uniti devono produrre a minor costo per poter vincere a loro volta la guerra economica con il Giappone.
Questa guerra è ciò che vive, che esperimenta il mondo operaio che è inserito in questa lotta per vincere, per sopravvivere.
Se non entriamo in questa esperienza di violenza che vive il mondo operaio, potremo certo dire delle cose simpatiche e interessanti, ma non riusciremo mai ad evangelizzare il mondo operaio.


Un terzo aspetto che caratterizza l’esperienza del mondo operaio è che il capitale è ciò che decide della vita dei lavoratori: il capitale è in qualche modo un idolo che attira la persona umana, è un potere anonimo che determina le regole del gioco e la guerra nel mondo economico. Dobbiamo conoscere bene quest’esperienza di peccato, di struttura del peccato generato dal capitale perché in ultima istanza si arriva all’avarizia del cuore dell’uomo.
E ricorderei, anche perché sono in Italia, l’esperienza dell’umanità, che è molto importante da tenere presente per l’evangelizzazione.
L’impero romano integrava tutti i vari idoli nella misura in cui essi rispettavano il primato, la supremazia di Cesare e cercò di integrare anche il cristianesimo, perché non dava nessun fastidio un Dio in più. Il dio denaro fa la stessa cosa: oggi coloro che detengono il potere economico cercano di integrare alla loro logica tutte le religioni; promuovono anzi alcune di queste religioni in modo particolare, come ad esempio le sette.
Anche la Chiesa cattolica sarà facilmente accolta dal sistema capitalistico se lo rispettiamo nel suo potere che diventa l’unico Dio.
Quando qualcuno mette in questione, non rispetta questo potere considerato divino, come ad esempio ha fatto Oscar Romero, allora il capitale cerca di eliminare queste persone.
Se cerchiamo di introdurre nel capitalismo un’etica che lo regolamenti un po’ di più, accetterà questo facilmente, l’evangelizzazione però deve mettere in questione tutti gli idoli della nostra società.
Chissà, forse non sarà anche qui il motivo per cui l’evangelizzazione non riesce a raggiungere il mondo operaio?
Proponiamo dei valori, cerchiamo di dare un’etica ma chissà; forse non mettiamo sufficientemente in discussione ciò che rende schiavo il mondo operaio.
Il mondo operaio, con le sue sofferenze e le sue lotte, ci ricorda che sta cercando il vero Dio.
Certo, il mondo operaio non è perfetto, e il peccato è presente anche in questa realtà; il mondo operaio però soffre in primo luogo ed è vittima dello sfruttamento.
La sofferenza del mondo operaio interroga tutti noi, se veramente stiamo compiendo la nostra missione di evangelizzazione, le sue lotte per un po’ più di giustizia nel mondo ci ricordano anche che Gesù è venuto nel mondo per instaurare una giustizia nuova.
Sono convinto che non si tratta tanto di essere profeti verso il mondo operaio, ma si tratta piuttosto di accettare la profezia che il mondo operaio lancia nei confronti della chiesa; e se la chiesa non evangelizza abbastanza è perché non ascolta abbastanza le parole che Dio rivolge alla chiesa attraverso il mondo operaio.
Se ascoltassimo di più le parole che dice il mondo operaio, forse potremmo fare come Paolo una vera evangelizzazione in questa realtà.

 

II.

E passerei a parlare di Paolo al secondo punto per delineare i tratti più importanti di una esperienza di evangelizzazione del mondo operaio. La lettera in cui S. Paolo ci dice con più chiarezza come lui ha pensato all’evangelizzazione è la lettera ai Corinti. Questa lettera ai Corinti è molto interessante studiarla perché parte dall’esperienza degli uomini che S. Paolo incontra.
Corinto era un porto, una città in cui erano confluiti popoli da tutte le parti, di tutte le religioni, di tutte le razze come un po’ succede nelle nostre città.
Paolo ha scoperto che ci sono due leggi più importanti che governano questi uomini: per i Giudei c’è la legge, ciò che prescrive la legge, per i Greci è la logica della ragione, e queste due logiche si pongono al servizio dell’interesse di pochi. Questo significa che i deboli, i poveri, sono sistematicamente esclusi dalla città.
Se voi leggete la 1a lettera ai Corinti, 1,26, scoprirete che la prima comunità cristiana si sta formando con quelli che sono esclusi.
Paolo propone allora l’evangelizzazione come un’alternativa nuova, l’alternativa che ci propone Gesù Cristo.
Per essere breve, S. Paolo ci richiama quattro aspetti fondamentali dell’evangelizzazione.

1. Primo, la grande confessione di fede: Gesù è il Signore, questa è la dimensione principale dell’annuncio del Vangelo, la buona notizia che un maledetto, uno schiavo è stato costituito da Dio Signore del mondo, dell’universo.
Il Dio che è apprezzato dalla legge, il Dio/ragione non possono capire questo.
Questo provoca lo scandalo e il rifiuto del cristianesimo.
Tenete presenti le conseguenze di questa affermazione della fede: se Gesù è il Signore e il più povero, il più povero e il più debole è il primo, e deve essere il nostro Signore ugualmente.
È l’affermazione secondo cui il più debole deve essere superiore ai più forti, a chi è più importante nella società, e non termineremo mai di scoprire le conseguenze profonde di questa affermazione: Gesù è il Signore, colui che gli uomini hanno trattato come un maledetto e colui che Dio pone come giudice di tutti gli altri.
Il povero è colui che ci giudicherà tutti.
Per questo ci sarà detto:”Avevo fame, e mi avete dato da mangiare”, il povero diventa cioè il Signore e il giudice. Il credente deve entrare in questa dinamica nuova della fede e osservate la cosa importante: la scelta per i poveri è al centro della nostra fede, e non è soltanto quindi una questione di carità.
Questo è cambiare l’immagine che spesso abbiamo di un Dio buono che ci invita ad aiutare chi ha bisogno. Dio ha fatto molto di più: ha costituito eredi del Regno i poveri, in Gesù li ha fatti diventare i primi, sono loro che ci precedono nel regno dei Cieli.
L’evangelizzazione è con i nostri gesti, con le nostre parole, io non intervengo sulla pedagogia. Evangelizzare è dunque entrare in questa affermazione: “Gesù è il Signore”. Ciò che diciamo al povero è che Dio ha preso le sue difese, sta dalla sua parte, e gli diciamo che anche noi come Chiesa stiamo dalla sua parte: avremo altrimenti un discorso su Dio, ma non ci sarà evangelizzazione.
2. La seconda cosa, il secondo aspetto che ci presenta Paolo è che soltanto l’amore costruisce, non è la legge, non è la ragione, non è l’azione, ma è soltanto l’amore. L’amore suppone per S. Paolo questo: dare priorità ai deboli. Per questo dirà: non è la scienza che costruisce, ma è l’amore, non è rispettare la legge che costruisce, ma è l’amore. –
E l’evangelizzazione è confrontare questa economia di Dio, come dicono i Padri, con l’economia del mondo.
L’amore non cerca di produrre sempre di più, ma cerca di donarsi all’altro, nella logica della produttività; quello che conta è che cosa mi può dare qualcun altro, una cosa.
Nella logica dell’amore il problema è come posso donarmi agli altri.
Tutto ciò ha delle conseguenze importanti sulla classe operaia quando si propone la sua azione nel mondo.
Per esempio, come il sindacato prende in considerazione i più poveri della società, come la classe operaia dei nostri paesi ricchi tiene conto della classe operaia dei paesi poveri, come formiamo in questa sensibilità verso i più poveri. L’amore pone in primo luogo, dà più importanza all’altro che a se stesso.
Questo deve tradursi nella rivendicazione della classe operaia per mettere al centro i più poveri, i più umili. Il cristiano è perciò un profeta all’interno stesso della classe operaia, tra i poveri.
3. Il terzo aspetto che S. Paolo sottolinea in modo molto forte è che l’uomo non cresce per le sue proprie forze, ma per la forza dello Spirito. La salvezza e la liberazione non ci vengono dalla legge, né dalla ragione: la liberazione viene dallo spirito.
Il credente deve perciò farsi collaboratore dello spirito nel mondo; non è soltanto colui che fa del progetti e poi chiede a Dio la forza per realizzarli; il credente è colui che si mette in ascolto dello Spirito per collaborare con lui, per costruire cose nuove.
Il credente è uno che prega per accogliere lo Spirito e grazie alla sua forza trasformare il mondo.
S. Paolo ha sviluppato questa riflessione soprattutto nel capitolo 8 della lettera ai Romani.
Paolo VI riassumeva questo dicendo che il compito della Chiesa è formare dei cristiani liberi che si dedichino alla liberazione dei loro fratelli.
L’evangelizzazione significa che noi siamo capaci di annunciare che questa è l’opera dello Spirito in noi stessi.
Questa nostra collaborazione con lo Spirito deve concretizzarsi nella complessità della società e del mondo.
Però dev’essere chiaro che non è l’uomo che si salva ma è lo Spirito che ci sta trasformando e salvando, perché il rischio della classe operaia sarebbe pensare che è la sua azione che può salvarla.
Quando parliamo di evangelizzazione della classe operaia intendiamo che la classe operaia deve diventare collaboratrice dello spirito che sta costruendo cieli nuovi e terra nuova.
In questa ottica il vero trasformatore del mondo è lo Spirito.
Quando si va ad evangelizzare deve essere chiaro che molti non capiranno, e alcuni potranno rifiutare questa impostazione: per questo S. Paolo sarà cacciato fuori dalla città.
E chissà se la Chiesa tornerà a questa dimensione… può darsi che sia anch’essa messa ai margini della città.
4. Il quarto aspetto che sottolinea S. Paolo è che la Chiesa evangelizza nella misura in cui diventa essa stessa una buona notizia per il mondo, cioè nella misura stessa in cui si organizza secondo l’annuncio principale della sua fede: Gesù Cristo è il Signore; cioè una Chiesa povera per i poveri, questo come conseguenza della sua fede, una Chiesa che si realizza secondo il principio dell’amore, una Chiesa che vive per il mondo e mette al suo centro i poveri.
È perciò una Chiesa che non ha paura perché ha con sé la fiducia della forza dello Spirito.
Una Chiesa non ripiegata su se stessa ma che la Pentecoste ha lanciato all’esterno, una Chiesa verso il mondo, una Chiesa che vive nell’umiltà e nell’audacia.

 

III.

La prima conseguenza che ci deriva da questo messaggio di evangelizzazione è la scelta di una Chiesa povera per i poveri.
La Chiesa non può limitarsi a fare qualcosa per i poveri; sarà credibile nella misura in cui sarà povera. E non basta.
Non basta dire una Chiesa dei poveri, una Chiesa povera, una Chiesa che non evangelizza in modo prepotente, ma partire dall’umiltà, una Chiesa che non evangelizza dando delle cose, ma dando Gesù Cristo: una Chiesa che crede nella forza del Vangelo.
Questo è un motivo per cui i lavoratori più coscienti si mettono contro la Chiesa e non accettano le parole della Chiesa.
È molto curioso: i poveri vengono in chiesa cercando delle cose, cercando potere, influenza, ma siccome la Chiesa non è povera, non sentono il bisogno di venire a cercare il Vangelo e Gesù Cristo. Dobbiamo dimostrare di fronte al mondo che la nostra ricchezza è Gesù Cristo e nessuna altra cosa. La nostra forza è il Vangelo e se ciò non si realizza non ci sarà un’evangelizzazione del mondo operaio.
Non nego che ci siano degli operai nella nostra Chiesa, neppure che difendiamo i diritti dei lavoratori, ma dico che questo è insufficiente quando parliamo di evangelizzazione del mondo del lavoro.
Quindi questa è una prima considerazione che implica che non facciamo tanto delle cose, da parte del mondo operaio, ma che realizziamo una conversione della Chiesa stessa.

Seconda conseguenza, a mio parere, (sono cose tutte discutibili, ma sulle quali io ho riflettuto) partendo da questa considerazione: la Chiesa vorrebbe evangelizzare il mondo operaio, ma non riesce a farlo.
La Chiesa deve dirigersi all’esperienza profonda dei lavoratori anche se spesso, nella sua predicazione, tocca problemi del mondo del lavoro.
L’evangelizzazione deve rivolgersi all’esperienza di popoli, di uomini concreti. I discorsi delle nostre prediche, che fanno i nostri vescovi, possono essere ottimi, ma non nascono da un ascolto, da una condivisione di quelli che lavorano.
Sono risposte a problemi, non dialogo con una esperienza.
L’evangelizzazione significa che l’esperienza degli uomini entra in dialogo con la parola di Dio.
Questo è il ruolo della Chiesa: permettere che l’esperienza degli uomini entri in dialogo con la parola di Dio.
Certo, la Chiesa può fare delle cose per il mondo operaio e nonostante questo non essere la mediazione tra l’esperienza degli uomini e il dialogo con la parola di Dio.
Questa mediazione passa perciò sempre attraverso delle persone concrete. In questo senso si possono spiegare delle esperienze come quella dei preti che lavorano per facilitare questo dialogo fra l’esperienza degli uomini e la parola di Dio.

Terza scelta, la evangelizzazione degli operai attraverso gli operai: è già stato accennato, ma vorrei insistere su un aspetto che non è stato sufficientemente sottolineato: la necessità cioè che gli operai arrivino ad essere una parola per gli altri operai e per la Chiesa, una parola di Dio.
Non dimentichiamoci che la parola di Dio non è un libro, ma è la testimonianza di una comunità, la testimonianza di uomini concreti, attraverso cui la parola di Dio si trasforma in carne, in corpo, come si è trasformata in un libro scritto.
Soltanto quando un operaio è diventato parola viva per un altro, dopo questo potrà dare ragione della sua speranza.

Un quarto aspetto che mi pare importante è la creazione di comunità e l’articolazione in movimenti apostolici.
È molto importante non presentare questa prospettiva come alternativa: o la comunità o i movimenti.

Un quinto punto: è necessario che la Chiesa sia conseguente con le priorità che si propone.
Se diciamo che nei nostri programmi pastorali la priorità ce l’ha il mondo operaio, i presbiteri diocesani, le Chiese, le diocesi dovrebbero far sì che i migliori sacerdoti, la maggioranza dei suoi sacerdoti, si dedichino al mondo operaio, altrimenti questa priorità non è reale.
Se ad esempio è una priorità, le religiose dovrebbero dare davvero e in concreto questa priorità, e non rivolgersi piuttosto alle scuole cattoliche.
Bisogna cioè trarre le conseguenze delle priorità che ci si propone e orientare in questa direzione gli strumenti e i mezzi necessari.
Se è una priorità, la settima conseguenza è che dovrebbe tenersi molto in considerazione la formazione del popolo di Dio nei suoi livelli più significativi: i seminari, la formazione dei seminaristi, come si formano i seminaristi per una evangelizzazione del mondo operaio e del mondo dei più poveri; come si formano quelli che si stanno preparando per la vita religiosa. Perché l’impressione che ho, viaggiando in America Latina, dove si è fatta questa scelta prioritaria verso i più poveri, è che il discorso è perfetto, però la formazione si muove in altre direzioni, per cui questa scelta preferenziale rimarrà solo scritta sulla carta.
Un’altra conseguenza è che la Chiesa deve credere profondamente nella classe operaia, e lavori perché nascano delle vocazioni apostoliche sacerdotali a partire dalla classe operaia: proporre cioè al mondo operaio la vita religiosa, la vita sacerdotale con umiltà ma anche con audacia.
So benissimo che questo significa cambiare le nostre strutture di formazione, di pastorale di accoglienza della nostra Chiesa.

ANTONIO BRAVO


(Sintesi a cura di Tony Revelli e Carlo Carlevaris)