Dai sotterranei della democrazia industriale

Pagine di diario


21 agosto 1989

Più ci penso e più mi appare una grande carognata questa cassa integrazione!
Oggi dovevo riprendere il mio lavoro manuale dopo le tre normali settimane di ferie. Ma il potere economico ha deciso diversamente, in modo unilaterale, senza accordo con il Cdf e i lavoratori: per 13 settimane 50 operai devono stare in cassa integrazione. Motivo? Puro guadagno economico.
Ci hanno comunicato la cosa alla vigilia delle ferie, con un telegramma fattoci pervenire tramite posta: ci hanno veramente spiazzati!
È vero che “i figli delle tenebre sono più furbi dei figli della luce”, ma questa volta hanno superato il limite.
Mi son detto: l’importante è non essere in un paese dell’Est, poi tutto diventa lecito e benedetto dalle varie gerarchie.
Domani passerò in fabbrica per verificare con i compagni del Cdf la situazione e per sentire cosa si pensa di fare, come si cercherà di reagire a questa ennesima prepotenza.

22agosto 1989

Questa mattina sono stato in fabbrica. Essendo delegato, le guardie non hanno fatto storie. Sono passato nel Cdf e poi ho fatto il giro nei capannoni.
Ho parlato con alcuni dei pochi delegati che sono già rientrati dalle ferie e ho rivisto i pochissimi compagni di gruppo che già da due giorni stanno producendo. Ho saputo che è già stato fissato un incontro tra il coordinamento sindacale e la direzione generale del Gruppo GIEM.
L’incontro è previsto entro la prima settimana di settembre.
Questo incontro non ci è stato regalato, ma è scaturito da un gesto di solidarietà di classe da parte dei compagni del Cdf di Pozzo D’Adda, dove c’è una fabbrica del gruppo: la Rotos Pompe. Avvertiti della “grande carognata” subita da noi, hanno detto no alla richiesta fatta dalla stessa Direzione del GIEM di mettere in cassa integrazione 20 lavoratori dello stabilimento, mandando sulle furie la controparte, quasi risentiti per questo gesto di solidarietà e di dignità!
Questo semplice gesto mi ha portato a riflettere su un punto tanto declamato della dottrina sociale della Chiesa, i cui capi dicono che scaturisce direttamente dal messaggio biblico: no alla lotta di classe, sì al dialogo.
Ma se anche, per ottenere il dialogo occorre lottare!
Cosa hanno in comune il lupo e l’agnello?…
Può esserci la pace tra la iena e il cane?…
Può esserci un’intesa tra il ricco e il povero?…
(Siracide)

Chissà perché questi pezzi della parola di Dio non entrano mai nei testi liturgici ufficiali della gerarchia religiosa.

23 agosto 1989

Ieri, passando nei capannoni, mi sono soffermato con alcuni operai su un particolare che loro stessi avevano osservato in questi primi giorni di ripresa lavorativa: nel settore avvolgimento piccoli motori stavano preparando del lavoro da decentrare.
Tanto più che in quell’area ci sono operaie in cassa integrazione!
Ho voluto chiarire la cosa con un delegato dell’esecutivo in fabbrica, il quale mi ha riferito che la cosa era già stata fatta presente al direttore generale del personale.
Il motivo è semplice: c’è gente che non lavora come dovrebbe.
Ci vogliono robot, sempre in movimento: testa bassa e via per otto ore di fila? Vogliono che dimentichiamo almeno per il tempo che siamo in officina, che siamo delle persone umane con proprie necessità e bisogni.
Mi viene il sospetto che questa volta la lista sia stata fatta con il proposito di eliminare quelli che a loro danno più fastidio, cioè quelli che reagiscono o non accettano sempre passivamente l’organizzazione capitalistica del lavoro;

“Figlio, quando vedi un bisognoso, non guardare altrove, non dargli motivo di imprecare contro di te; perché, se nella sua amarezza ti maledice, chi l’ha creato ascolterà la sua preghiera…
Strappa chi è oppresso dal potere di chi l’opprime, se devi far giustizia, non aver paura di chi è più forte.
(Siracide)

24 agosto 1989

In mattinata sono uscito in quartiere. Al giovedì c’è un mercatino. Dovevo comperare della frutta. Ho incontrato un pensionato con cui ho condiviso assieme 15 anni di fabbrica.
Gli ho riferito queste ultime vicende e come si è comportata la direzione. Il suo commento è stato: “Loro sono pagati per far questo”. Forse è stato un tentativo per comprendere questa carognata!
Ritornato a casa, ho continuato da solo la mia riflessione.
È vero che sono pagati dal padrone per fare anche queste cose: però loro queste cose le fanno, le decidono.
Ognuno si guadagna il suo pane; questo è vero.
Ma mi viene spontaneo farmi una domanda: tutti i modi di guadagnarsi il pane hanno la stessa dignità?
Una persona vale non tanto in base a quanto guadagna, ma in base a come lo guadagna!
Mi è venuta in mente una frase evangelica:
“Ogni ricchezza puzza di ingiustizia» (Lc. 16, 9)

25 agosto 1989

Ormai è fuori di dubbio: l’unico motivo che ha spinto la direzione a metterci in cassa integrazione è la possibilità di ricavarci un po’ di milioni.
Soldi e poi soldi e poi altri soldi!
I seguaci di questo idolo continuano a fare stragi di vite, di cervelli, di dignità in ogni parte del pianeta.
Europa ‘92: il grande appuntamento. Ma per chi?
Dobbiamo prepararci bene: ma per che cosa?
I fatti parlano: non è ideologia!!
Il grande tradimento della verità. La disonestà intellettuale imperante con la collaborazione mistificante delle varie gerarchie religiose. I giornali di questi giorni non fanno che parlare della grande svolta storica avvenuta in un paese dell’Est Europeo: dopo 40 anni un cattolico è capo del governo.
Da noi invece i cattolici sono 40 anni che governano.
Come siamo fortunati!
È vero che c’è disoccupazione, povertà, emarginazione, selezione, sfruttamento. Però qui da noi c’è libertà, democrazia, libertà di religione, libertà di stampa, di parola!!

28 agosto 1989

Oggi rientro massiccio degli operai e impiegati in fabbrica. La cultura dominante lo chiama “controesodo”.
Per noi cassintegrati l’esodo continua!
Termini biblici che vengono manipolati, mistificati.
Non sono gli unici: si può fare una lunga lista nella nostra lingua italiana. Non bisogna essere rigidi, settari, dogmatici: questo è vero. Il linguaggio è solo uno strumento per capirci: niente da dire. Ma è abbastanza irritante, almeno per me, sapere come tantissimi vescovi e preti nel dialogo con te, subito si bloccano quando, nel descrivere le condizioni proletarie di lavoro, fai uso di termini presi da un’altra tradizione culturale.
La reazione migliore è un risolino in faccia.
Da una parte li capisco, specialmente se ripenso a come in seminario ci hanno presentato la cultura marxista.
Siamo a livello di paranoia!
Niente c’è più di diabolico di questo modo di procedere.
In una società divisa in classi anche il linguaggio non è neutrale.

29 agosto 1989

In mattinata sono stato in fabbrica: ho rivisto i miei compagni rientrati dalle ferie. Sono passato prima in Cdf e ho parlata con alcuni delegati dell’esecutivo.
La situazione sta peggiorando!
Si sente dietro la mano di Patrucco, uno dei vicepresidenti della Confindustria, ex rappresentante dei giovani imprenditori in seno all’organizzazione dei Padroni.
Giovane, ma sempre Padrone è.
Entro due o tre anni le due fabbriche di Sesto S. Giovanni devono diventare un centro commerciale: è il modo dei nostri padroni di prepararsi al “grande appuntamento”: Europa ‘92.
Questo significa che dagli attuali 800 lavoratori si passerà a un centinaio. Tutta la realtà manifatturiera, o quasi, deve scomparire: verrà decentrata in piccole unità, possibilmente in zone affidabili, così da poter ricavare più profitti con minori costi.
È un vecchio progetto che sempre hanno avuto in mente i Padroni prima di lui. E che questa volta, con l’aiuto di manager rampanti, lo stanno attuando! Ieri, infatti, abbiamo visto la conferma di questa soluzione, non perché ce l’hanno detta loro, ma perché i fatti lo stanno a dimostrare.
In zona Brianza c’è un tale che sta preparando il capannone per realizzare una tranceria: e questa è la nostra! Dieci posti di lavoro in meno. Un ex capetto andato in pensione ha messo su un gruppo di lavoro di 15 persone, dove verrà fatto l’avvolgimento di una certa gamma di motori. Gente che lavora in nero, senza contributi e a tempo perso (cioè il secondo lavoro). E questo vuol dire altri 40 posti che scompaiono! Così il costo del lavoro diminuisce e potranno affrontare la concorrenza con maggior sicurezza!
È la famosa teoria della imprenditorialità diffusa; sempre logica capitalistica è, con le sue leggi, i suoi meccanismi, la sua finalità.
In una situazione così, cosa possiamo fare per contrastare la realizzazione di questo progetto?
Sarà un po’ dura, anche perché lo stato non è con noi.
Venerdì riprenderemo contatto con tutta la gente della fabbrica mediante uno sciopero con assemblea e poi si vedrà il da farsi. Speriamo che la paura non tagli le gambe alla gente.
Peccato che non facciamo parte della categoria degli ultimi: avremmo potuto sperare almeno nella solidarietà dell’ordine sacerdotale! Ci resta solo Dio e la nostra capacità di organizzarci e di lottare!!!

30 agosto 1989

Questa mattina sono uscito: dovevo portare il ciclomotore dal meccanico. Mi ha chiesto, come al solito, della fabbrica. Gli ho descritto la situazione.
Sottovoce mi ha presentato una possibile, secondo lui, soluzione.
Visto che ormai la situazione è quella che è, bisognerebbe lasciare a casa le donne sposate, soprattutto quelle con figli: tanto lavora già il marito. Certo – continua – occorrerebbe dare qualcosa di più al marito…
È la soluzione democristiana della “crisi occupazionale”.
Non sono entrato nel merito: non ne avevo voglia e poi mi sembrava di gettare del seme in un terreno che già sapevo sassoso.
Siccome, oltre che bottegaio e artigiano, quest’uomo è anche cattolico praticante, ho ripensato al problema dell’evangelizzazione nel Primo Mondo, alla condizione sine qua non è possibile evangelizzare, o meglio, l’evangelizzazione diventa nei contenuti pura trasmissione di una ideologia, costruita da una casta privilegiata e mantenuta, che ha degli interessi materiali da difendere e usa il nome di Dio per farlo.

31 agosto 1989

Giorno di paga anche per noi cassintegrati: pertanto sono passato in fabbrica a ritirare il salario di luglio. Altra botta… in testa!
La direzione generale ha dato inizio alla procedura di licenziamento per 30 lavoratori della Rotos Pompe di Pozzo d’Adda (sono quelli che hanno rotto le trattative per la cassa integrazione in solidarietà con noi di Sesto S. Giovanni).
Questo è terrorismo! Questo è puro ricatto! Questa è lotta di classe! Guai a disturbare il manovratore: c’è tutto da perdere!
Dicono che la nostra epoca è caratterizzata dal crollo delle ideologie. Ma quali ideologie? Tutte le ideologie?
Che grande mistificazione! Quale tremenda confusione!
L’ideologia dominante sta facendo scuola.
E la casta sacerdotale milanese? È preoccupata di come reperire i soldi per la costruzione di 25 nuove chiese e per il proprio sostentamento economico! Ognuno ha i suoi problemi!
Se non inventiamo un nuovo modello di Chiesa, di clero, di credente… faremo la fine del sale insipido!

1 settembre 1989

Sciopero con assemblea: abbastanza partecipata, anche se, ancora una volta, si notava l’assenza della stragrande maggioranza degli impiegati.
Un clima di tensione, ma anche di chiara coscienza della gravità della situazione.
Il funzionario del sindacato ci ha presentato bene i termini di questa vicenda, senza nascondere o camuffare niente.
Sarà una verifica se siamo cresciuti o no come singoli lavoratori, soprattutto come lavoratori organizzati.
E mentre riascoltavo con i miei compagni di squadra le cose che già sapevo, una ridda di pensieri affollavano il mio cervello.
Mi venivano in mente le parole dette dal papa nel recente incontro con i giovani a Santiago di Compostella: “Cara Europa, riscopri le tue radici cristiane. Fino ad ora hai esportato guerra, ora devi cominciare ad esportare Pace”.
Belle parole: ma con quale contenuto?
Radici cristiane, pace: cosa vogliono dire nell’impero, in una civiltà ad economia capitalista?
Se non si vuol fare del semplice moralismo, del puro ideologismo, occorrono scelte di vita concrete che costringono i vari “chierici” a una virata di 180 gradi nei confronti della storia, quella concreta, quella di tutti i giorni, cercando di essere il più onesti possibile dal punto di vista intellettuale.
Già sarebbe molto se imparassero a collegare cause ed effetti e viceversa. Non si straccerebbero ipocritamente le vesti quando scoprono che la zizzania è più del grano buono!

3 settembre 1989

Ieri sera ho letto su un quotidiano parte di una intervista che il professor Mortillaro, anima culturale della Federmeccanica, l’organizzazione dei padroni dei metalmeccanici, ha rilasciato. Trascrivo un pezzo che mi ha aiutato a inquadrare meglio la nostra vicenda, sia nell’immediato che in prospettiva.

“A fine giugno scorso la Confindustria ha deciso di confermare la scala mobile fino al 1990, abbiamo cioè pagato in largo anticipo la nostra obbligazione (oh, come è generoso il mio padrone!), ora spetta ai sindacati rispettare gli accordi, affrontando concretamente la trattativa sul costo del lavoro. Perché una cosa è certa: se non si affronterà questo nodo, molto difficilmente si potrà passare al rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici”.

Il tema del costo del lavoro è il ritornello che i nostri Direttori ci hanno fatto sentire in questo ultimo anno e che li ha visti costretti, per il bene dell’azienda, ad agire come hanno fatto: questo ci dicono!

4 settembre 1989

Dalla Costituzione conciliare sulla Chiesa nel mondo contemporaneo:

“Lo sviluppo deve restare sotto il controllo dell’uomo. Non deve restare nelle mani di pochi o di gruppi economicamente potenti, nemmeno nelle mani di una sola comunità politica, né di certe nazioni più potenti”. (GS 65)

Mi piacerebbe vedere come i vescovi italiani applicano queste parole alla nostra realtà italiana: anche perché queste parole sono tratte da una Costituzione pastorale, quindi una costituzione che si propone di dare degli avvisi, cioè suggerimenti di comportamento anche per tutto l’ordine sacerdotale italiano.
Mai prendere le cose sul serio, altrimenti rischi di essere fatto fuori ‘canonicamente’!
Non per niente hanno inventato un’altra parola accanto alla parola ‘ortodossia’: quella di ‘ortoprassi’.
Penso che con una istituzione così, di strada ne faremo poca nel mondo. Per fortuna che non possono togliere l’autonomia allo Spirito Santo!

6 settembre 1989

Questa mattina sono passato in fabbrica: c’era il coordinamento sindacale di gruppo in vista anche dell’incontro che ci sarebbe dovuto essere nel pomeriggio con la direzione generale. La notizia bella è che è stata interrotta la procedura di licenziamento per i 30 lavoratori della Rotos Pompe di Pozzo d’Adda.
È stata una semplice provocazione: così si è espresso il direttore.
La cosa però mi fa riflettere parecchio: che sia questa la nuova filosofia che ci sta dietro al progetto di ‘nuove relazioni industriali’?
Ci è stata presentata una fotografia delle singole unità produttive: Arzignano, Bari, Pozzo d’Adda, Caronno Pertusella, Sesto S. Giovanni. C’è poco da stare allegri!
Chissà cosa vogliono ancora da noi: magari sangue e sudore (ammesso che ne abbiamo ancora da dare).
Ci vogliono vedere spremuti fino in fondo!
Mi vengono in mente alcune parole del profeta Amos:

“Basta! Non voglio più sentire il frastuono dei vostri canti, il suono delle vostre arpe.
Piuttosto fate in modo che il Diritto scorra come acqua di sorgente e la Giustizia come un torrente sempre in piena”.

(Amos 5, 23s)

Il Diritto di chi? La Giustizia verso chi?
Se quel che facciamo, se le decisioni che prendiamo non mirano al cambio totale della società, non sono in quella direzione, tutto ciò che appare progresso e passo in avanti si riduce a un movimento apparente che di fatto è uno star fermi.
Questo mi si chiarisce sempre di più!

7 settembre 1989

Non so se ridere o piangere! Siamo di fronte ad una situazione tragicomica. Comica per le cose che ci ha detto la Direzione generale, tragica per quello che invece non ha voluto dire: il loro vero progetto, le loro vere direttrici di marcia verso”Europa ‘92”.
Certo, ci sono delle difficoltà strutturali nei due stabilimenti di Sesto, ci hanno detto, ma la situazione è sotto controllo.
Lavoro ce n’è: occorre che “tutti insieme” ci diamo da fare, anche perché nei prossimi mesi dovremo raggiungere gli obiettivi economici prefissati. Beato te, se riesci a capirci qualcosa!
Lavoro a iosa da una parte, cassa integrazione dall’altra!
Necessità di fare fatturato da una parte, occupati diretti in meno dall’altra!
La sensazione che si è avuta è che stiano bleffando.
Ci si rivede al 14 settembre con l’impegno della Direzione di mettere per iscritto le cose che ci ha detto a voce. Vogliamo verificare se hanno bleffato oppure no!
A meno che pensino di voler raggiungere i loro obiettivi produttivi solo con gli operai diretti presenti in fabbrica!
Ci si può aspettare di tutto: fa niente se per noi vorrà dire aumento dei ritmi, aumento di orario, aumento dello sfruttamento.
È la legge della concorrenza, è la logica di mercato.
Ho saputo poi, girando nei capannoni, che a luglio l’amministratore delegato ha fatto pervenire una circolare a tutti i quadri dell’Azienda con l’elenco dei principi che devono regolare il gruppo GIEM.
Al primo posto è stato messo il profitto!!!
Logiche vecchie con parole nuove!
Mi sono venute in mente alcune parole di Gesù: «State alla larga da quelli che possono uccidere la vostra anima».
E poi di Malachia: «Il Signore dell’universo annuncia: “Verrò in mezzo a voi per il giudizio. Mi affretterò a testimoniare contro quelli che diminuiscono ingiustamente il salario del lavoratore, opprimono le vedove e gli orfani o fanno torto agli stranieri”» (Malachia 3,5).
Signore, vieni presto e non tardare!

12 settembre 1989

Oggi sono passato in fabbrica per sentire se c’erano novità, anche in vista dell’incontro di giovedì con la Direzione generale. Mai fidarsi di questi paladini della democrazia: infatti ieri pomeriggio hanno incominciato a introdurre elementi di divisione nella squadra tranciatori. –
Un loro obiettivo, mai abbandonato nel tempo, era quello di portarci ad un autoaumento dei ritmi trancia.
Visto che finora non sono mai riusciti a spuntarla, stanno approfittando di questa situazione mia di cassintegrato per giocare su alcuni elementi deboli del gruppo, cioè i più timorosi.
Con fatica ho trattenuto la voglia di urlare e assieme abbiamo tentato di ricucire lo strappo.
Fino a giovedì nessuno, né il caporeparto, né ciascuno di noi operai deve sentirsi in diritto di cambiare le regole del gioco.
Se la richiesta di un aumento dei ritmi trancia ci verrà ufficializzata dalla direzione, assieme, come squadra, prenderemo una decisione sul da farsi. L’unità della squadra è sempre stato il nostro orgoglio: guai a chi tenta di distruggerla!
Tornato a casa mi è venuta in mente una frase che ho letto domenica su uno dei tanti giornalini parrocchiali che proliferano nella Diocesi di Milano: «Verso una Europa unita e cristiana: partecipiamo numerosi alla fiaccolata”.
È un invito rivolto soprattutto ai giovani di quel paese!
Rabbia, angoscia, tristezza dentro di me. Mi sento mancare la terra sotto i piedi!
Signore, perché? Fino a quando?

14 settembre 1989

Ore 14,30: ha inizio la trattativa con la Direzione aziendale: c’è tutto il Coordinamento sindacale al completo. C’è tanta tensione da parte mia. Questo mi succede tutte le volte che partecipo a queste riunioni ad alto livello.
Il dovermi controllare di fronte a questi leviti del capitale mi costa parecchio.
Si viene subito al nocciolo della questione che per noi delegati è capire il perché della cassaintegrazione richiestaci.
In breve: “La situazione del mercato ci è favorevole: sia quello italiano che quello estero. La domanda apre per noi prospettive per il futuro. Senonché c’è un grosso ostacolo: il costo del lavoro”.
A detta della direzione il prodotto Marelli ha un costo di produzione superiore alla concorrenza: nei confronti di quella italiana del 10%, per quella dei paesi esteri (=paesi dell’Est) del 30%.
Questa è la causa principale della poca conquista di altri mercati.
Situazione di mercato favorevole da una parte, alto costo del lavoro dall’altra!
Soluzione che ci prospettano:
aumento di produttività: aumento di fatturato per addetto; lavoro a turno, aumento dei ritmi, straordinari
necessità di abbattere i costi fissi ricorrendo allo strumento della cassa integrazione.

In parole semplici: lavorare di più con meno operai diretti e mettere in cassa integrazione altri operai indiretti.
Nella ideologia liberal-capitalista il discorso non fa una grinza.
Questa sì che è gente coerente, piena di fede e di iniziativa!! (verrebbe da dire). Senonché la nostra ideologia non fa parte di “questo mondo”; e allora? Ecco lo scontro, dove loro diventano i realisti, quelli che hanno la testa sulle spalle, i difensori del bene del paese, e noi invece gente che fa aria fritta, irresponsabili, con poca voglia di lavorare e di sacrificarsi.
Peccato che non sono trattative aperte, altrimenti mi piacerebbe invitare qualche vescovo o qualche prete per dare loro la possibilità di toccare col cuore e col cervello i contenuti di questo dialogo.
Domanda: come impostereste l’annuncio evangelico in un simile contesto concreto che non abbia come soluzione “il caricare sulle spalle della gente pesi che poi non si porteranno neppure con un dito?”.
Si continua a dire che i PO hanno fatto ormai il loro tempo; che la Chiesa può farne anche a meno. Però il problema rimane ed è per niente risolto.
È compito dei laici, continuano ad affermare!
E il compito dei preti, quale sarebbe?
Continuare a nominare il nome di Dio invano!

18 settembre 1989

In mattinata c’è stato il Consiglio di fabbrica degli stabilimenti di Sesto per una prima riflessione e valutazione dell’ipotesi di accordo.
Tutti, a giusta ragione, l’hanno ritenuto un male minore, una sorta di ricatto della direzione. La voglia di respingerlo c’era: ma poi è prevalsa la “razionalità illuminata”.
È un accordo che ci dà respiro fino al 31/12/89 e che permette di porre un termine alla cassa integrazione.
Fino all’ultimo la controparte ne ha tentato il suo prolungamento per altri 3 mesi: ma a questo abbiamo detto no!
Cioè, di fronte alla richiesta della Direzione di aumento del fatturato per addetto, di produttività maggiore, di possibilità di turni, di eventuale lavoro straordinario, abbiamo posto sull’altro piatto della bilancia la fine della cassa integrazione al 18/11/89, una possibilità di rientro subito per alcuni, di rotazione, di anticipo di salario senza dover aspettare l’assegno dell’INPS e l’integrazione aziendale per quanto riguarda la 13a mensilità e il premio preferiale.
Non è detto che lo rispettino, questo accordo che è considerato piuttosto come una ipotesi di lavoro: sarà tutto da verificare in queste prossime settimane, quando la trattativa generale verrà concretizzata nell’incontro con i singoli direttori aziendali.
Nel frattempo la parola d’ordine è: …la mobilitazione continua!
Cioè, niente straordinari, niente aumento dei colpi trancia, niente aumento di produttività, niente… fino a quando loro non ci faranno vedere concretamente come intendono impostare il rientro e la rotazione dei cassintegrati.

19 settembre 1989

L’ipotesi di accordo è stata sottoposta al vaglio critico e alla decisione dell’Assemblea generale dei Lavoratori. È stata una assemblea partecipata ed attenta, colma di tensione e di rabbia. Si è dovuto prolungarla di mezz’ora in più del previsto.
Alla gente si è esposta, senza nasconderla, la grossa preoccupazione che abbiamo sul futuro delle fabbriche di Sesto.
Se la Direzione generale non riesce a trovare nuovi partners finanziari che vengano ad investire, faremo la fine del topo: anche perché Patrucco e Company hanno deciso di chiudere le loro casseforti per il gruppo GIEM. O la Direzione riesce ad autofinanziarsi o altrimenti si chiude!
Questo non vuol dire che Patrucco non venderà più motori in Italia, ma li farà costruire da un’altra parte che gli consentirà un margine di profitto sicuro e stabile.
A nessuno è sfuggito questo elemento ricattatorio del padrone: in fondo è il loro Sistema, è la loro filosofia, sono i loro strumenti di persuasione!

21 settembre 1989

Doveva essere una “visita pastorale” tranquilla ed invece…
Ieri la Direzione di fabbrica, come già si era concordato, ha inviato la nota informativa che doveva contenere alcuni dati sulla produzione e sui lavori di ristrutturazione. Senonché, come allegato, ha aggiunto due fogli che stravolgono l’accordo raggiunto nella settimana precedente.
In altre parole: i tempi della CIG molto più lunghi, la rotazione non mensile, per di più subordinata all’affidabilità degli operai, i rientri qualcuno ma non subito. Nel frattempo, subito l’aumento di produttività in base ai tempi assegnati, senza possibilità di contrattazione, lavoro straordinario, turni e niente ferie individuali.
Siamo in balia di una vera associazione a delinquere!
Da ieri, come Cdf, siamo in attesa di un incontro con il Direttore del personale il quale, anche in questo caso, non si è fatto vedere.
La cosa provocante è che, prima di sparire, ha dato ordine ai capi reparto di sondare la disponibilità degli operai a fare gli straordinari sabato.
Che vogliono distruggere anche l’organizzazione operaia in fabbrica?
Sono passato nei capannoni e, a gruppetti, ho cercato di informare la gente sulla situazione. Nessuno sapeva niente!
Ci manca ancora, come delegati, la prontezza nel decidere e nell’agire. Bastava un comunicato, una semplice informazione subito, così si evitava lo scoppio di contraddizioni in seno al popolo.
Soprattutto in un momento come questo, ogni attimo di attendismo può essere negativo per noi.
E sì che l’esperienza non ci manca, come delegati!
Ma a volte la situazione travolge anche noi e perdiamo l’agilità mentale.
Vedrò domani mattina gli sviluppi della vicenda.
Rileggo per me alcune frasi tratte dal libro del Siracide:

«Chi offre in sacrificio ciò che ha rubato ai poveri
è come chi uccide un ragazzo sotto gli occhi di suo papà.
Chi porta via il nutrimento agli altri li uccide
e chi rifiuta il salario all’operaio è un assassino”. (34,24s)

22 settembre 1989

Sono rientrato da poco dalla fabbrica. Ieri, nel tardo pomeriggio, c’è stato l’incontro con il Direttore del personale in fabbrica. Siamo riusciti a fargli mettere per iscritto il piano di rientro dei cassintegrati, stabilendo già a fine mese la rotazione mensile prevista.
Non sto a descrivere le mie sensazioni di fronte al comportamento di questo personaggio che è poi uno dei due che era presente con noi alla trattativa del 14 settembre 1989.
Ha un modo di comportarsi che, se non stai attento, ti porta là dove non vorresti arrivare e riesce a farti fare ciò che non vorresti mai fare! È il classico elemento che si avvicina all’immagine biblica del lupo travestito da agnello.
Purtroppo con lui avrò presto a che fare ancora: infatti lunedi 25/9 alle ore 15,30 avremo un incontro per discutere la proposta della Direzione circa l’aumento dei colpi trancia.
Altra battaglia, altra ideologia capitalista che dovrò sorbirmi!
I miei compagni di gruppo sono stati messi in preallarme.
Ad ogni modo, niente verrà deciso in quell’incontro, ma solo verificare la disponibilità della Direzione a venire incontro alle nostre esigenze di operai e in quali termini vogliono l’aumento di produttività.
Poi, il tutto verrà vagliato dal gruppo omogeneo e insieme decideremo se dare e quanto dare ancora. Farò la mia battaglia di animatore culturale nel gruppo omogeneo, ma sapendo già che, alla fine, mi toccherà portare anch’io il mio bel peso, anche se proporzionato alle nostre spalle!
Il solo pensiero di dover sacrificare anche un grammo in più della mia forza-lavoro sull’altare del profitto di pochi mi fa rivoltare lo stomaco.

25 settembre 1989

Incontro con il Direttore di produzione e il responsabile di officina per sentire cosa vogliono ancora da noi tranciatori.
Dopo il solito discorso introduttivo per inquadrare, dicono loro, la proposta, arrivano alla sostanza: è necessario aumentare i colpi trancia per arrivare almeno a pari dei nostri concorrenti.
Quindi:
sulla Pio van dagli attuali 200 colpi al minuto a 300 colpi;
sulla Minster dagli attuali 160 colpi al minuto a 250 colpi;
sulla Schuler dagli attuali 110 colpi al minuto a 140 colpi;
sulla Balconi dagli attuali 110 colpi al minuto a 140 colpi.

La Piovan è la più piccola (si fa per dire) delle 4 trancie ed è quella su cui consumo la mia forza-lavoro.
Stando ai loro discorsi, questa dovrebbe essere una proposta di favore, perché se si dovesse guardare alle trancerie concorrenti…
Ho fatto capire che su questa base non trattiamo neppure una virgola: o vengono incontro alle esigenze degli operai, che comunque non coincidono con quelle del capitale (=padroni) o altrimenti…
A volte tento, con qualche battuta, di tenere alto il lato “uomo” della vicenda, ma mi sembra di buttare seme sull’asfalto.
Alla fine taglio sempre corto, dicendomi: siamo proprio di un’altra razza!
Abbiamo aggiornato la trattativa a domani, anche perché il Direttore di produzione aveva altre cose ben più importanti da fare!
Sono passato poi nel capannone e ho riferito il tutto ai miei compagni di gruppo omogeneo.
La decisione è stata: se diventano ragionevoli nelle loro richieste, bene, altrimenti non si molla.
Sto cercando di tenere informati, fin dove mi è possibile, anche gli operai degli altri gruppi, perché riprendano a muoversi collettivamente anche tra di loro.

26 settembre 1989

Ci è stato dato, dal responsabile di officina, lo specchietto con il numero dei lamierini tranciati che vorrebbero: prodotto per prodotto.
Siamo a livello di lavori forzati!
La richiesta massima è stata per la trancia su cui normalmente lavoro:
45.000 lamierini in più, tenendo conto che ora se ne tranciano 40.000.
Questo concretamente è ciò che i padroni intendono quando parlano di più produttività.
Gli avvisi finali sono sempre in linea con la loro filosofia di sfruttamento e di repressione.
È chiaro che su questa base non trattiamo; anzi, come operai abbiamo deciso noi la quantità ragionevole che si può dare.
Questa è la nostra decisione operativa!
Aspettiamo la reazione dei vari direttori.
Con il sudore della fronte…. non si parla di sangue / di salute, / di vita!

27 settembre 1989

Questa mattina c’era tensione in tutta la fabbrica. Aspettavamo la prima verifica dell’accordo fatto: la rotazione dei cassintegrati.
E in questo clima mi son sentito di ringraziare il Signore per avermi chiamato ad operare in questo angolo della Sua vigna. Il mio sacerdozio riacquista senso e il Vangelo diventa veramente Buona Novella annunciata ai poveri.
È stato un attimo, poi la tristezza mi ha preso pensando ad una frase di Gesù: “Guardatevi dal lievito dei farisei…”.
Certo si tratta di dare nome e cognome ai Farisei di oggi e poi tutto diventa più chiaro. Ma con il nostro linguaggio mistificatore e moraleggiante c’è poco da stare allegri.
Nel pomeriggio ci è stata portata la lista dei ruotanti: 12 operai su 48. Non è stato granché, ma ci siamo almeno sulla direzione del cammino concordato.
Quanta fatica, quante ore di sonno sfumate, quanti pasti saltati per ottenere questa piccola cosa.
Come si fa ad avere il coraggio di dire che tutto questo non c’entra con il progetto del Regno, la causa di Gesù?

1 ottobre 1989

È domenica, il giorno che dedico completamente a coltivare il mio rapporto con il Dio della Liberazione.
Ho sottomano una lettera pastorale dell’arcivescovo di Milano. Ci sono alcuni dati che mi colpiscono.
Nella Diocesi di Milano operano 3000 preti tra diocesani e religiosi di cui solo 5 in condizione operaia: un po’ pochino!
Eppure, a mio parere, in quella condizione si gioca la credibilità dell’Evangelo, il ruolo della Comunità Cristiana nel mondo.
E non mi si venga a dire che ‘vocazioni’ per questo pezzetto di Vigna il Signore non ne suscita. I fatti sono altri: chi decide è il rettore del seminario, quando si è seminaristi, e il vescovo quando si è sacerdoti. E il cardinale di Milano o chi per esso non ha ancora percepito l’urgenza dell’esserci anche in questo pezzetto di Vigna.
Ci sono i laici, lui dice. Ma quali laici?
Ma poi chi parla di operai, dei loro diritti e delle loro lotte sono i preti pienotempisti, imbevuti di ideologismo e di anticomunismo gratuito. Questa è la realtà della Diocesi di Milano, la più grande d’Europa!
Oggi poi non ne parlano più, perché dicono che non ce ne sono più. Chissà chi dà loro da mangiare!

4 ottobre 1989

Oggi c’è stata una grossa reazione degli operai in fabbrica. Di fronte ad una ennesima provocazione da parte dei Direttori, il Cdf ha proclamato un’ora di sciopero con assemblea e manifestazione davanti alla palazzina della direzione.
Ad ogni cosa c’è un limite: questo clima di terrore e di paura non è più sopportabile! –
La richiesta di aumento dei ritmi lavorativi e il controllo poliziesco di capi e di capetti ha valicato la soglia di una pura e semplice dignità umana. Da questa gente non ti puoi aspettate che questi comportamenti. Adesso ci dobbiamo aspettare la reazione del lupo!
Ad ogni modo la decisione è stata presa: reagiremo colpo su colpo, possibilmente in collettivo, sapendo che la battaglia purtroppo sarà lunga e dura.

6 ottobre 1989

Questa mattina altra novità: ieri il caporeparto del capannone ha comunicato per la Direzione che da lunedì 9 operai della meccanica, di cui uno in tranceria, dovranno fare il normale. È tutto un problema di mix!
Cioè in base all’andamento del mercato, alle sue richieste che vengono controllate mese per mese, è necessario attuare la flessibilità della manodopera produttiva. E quindi può succedere che chi è una vita che fa i turni dovrà per un po’ fare il normale e chi invece è una vita che fa il normale deve fare i turni.
Ecco come intende il Capitale la flessibilità della forza-lavoro: piena disponibilità al mix.
Vietato programmare il tuo tempo liberato dal lavoro: perché ti può capitare che il Mercato chiama e allora bisogna essere pronti a rinunciare a tutto.
Ho partecipato anch’io all’incontro con il solito Direttore di produzione e con il Direttore del personale. Sono stato zitto fino al termine, con una voglia di mettermi ad urlare.
“È giusto che noi facciamo tutti gli sforzi necessari – così ha detto il mio cardinale ad un convegno europeo di imprenditori cattolici.
Se sapesse almeno minimamente cosa comporta per noi operai “tutti gli sforzi necessari”!
Ma per loro sono problemuzzi di basso profilo che portano via tanto tempo prezioso al loro compito di evangelizzare.
Come delegazione dell’esecutivo di fabbrica abbiamo fatto capire che si possono trovare altre e più dignitose soluzioni, senza dover stravolgere, mese per mese, la vita famigliare della gente.
Staremo a vedere se e come questi manager hanno recepito il nostro messaggio.

«Guai a voi che costruite la grandezza della città
sull’omicidio e l’oppressione” (Abacuc2, 12).

13 ottobre 1989

Questa mattina mi è arrivato il telegramma per il rientro in fabbrica. Fino all’ultimo il Direttore del personale, o chi per esso, ha fatto resistenza. Certamente non gli va giù il fatto di non averla spuntata completamente per quanto riguarda la richiesta di aumento dei ritmi in tranceria.
Ecco dove sta la loro professionalità: fare del terrorismo psicologico! Mi viene in mente una frase della Thatcher: “L’economia è il metodo, lo scopo è cambiare l’anima”.
E a loro dà tremendamente fastidio quando trovano qualcuno che reagisce a questa filosofia.
La cosa che maggiormente mi amareggia è proprio questa loro arroganza nel voler creare in fabbrica questo clima di paura.
Mai mi venderò a questa logica diabolica e perversa del Capitalismo. Con questa gente non ho niente da spartire e non voglio aver niente da spartire.
Vada come vada, anche a costo di essere buttato fuori alla prossima occasione!
Lavoro manuale sì, ma con dignità e giustizia.

28 novembre 1989

Incontro programmato con la Direzione: troppe voci circolano sul nostro futuro che ci riempiono il cuore di tristezza. Il 31/12 è alle porte: vogliamo prepararci.
Dopo i soliti preamboli sul costo del lavoro e sui tempi lunghi di consegna che fanno perdere fette di mercato, la botta finale.
Col 1° gennaio 1990 si costituiranno 3 società a responsabilità limitata, 2 produttive e una di servizi. Si è in trattativa con partner finanziari. Perché la cosa vada in porto, occorre partire leggeri, puliti. Quindi via gli esuberi!
In semplici parole: cassa integrazione per 250 lavoratori, niente salario anticipato, niente rotazione. Se durante il percorso la situazione sarà favorevole, qualcuno potrà essere ripreso, altrimenti…
Questo in sintesi il nocciolo del problema!
Non sto a descrivere la nostra reazione. Ci siamo lasciati dicendo che su questa base non si tratta. Ci saremmo visti solo se avessero cambiato decisione. Usciti dall’incontro abbiamo subito programmato, per il giorno dopo, data l’ora tarda (ore 18,30) un’assemblea con sciopero.

30 novembre 1989

La Direzione sta stringendo i tempi. Questa mattina mi è stata consegnata dal caporeparto una ammonizione scritta. Il testo suona così:
“Il tempo di esecuzione dei lavori a lei affidati è maggiore di quello assegnato ed a lei noto, per cui il suo rendimento giornaliero rimane inferiore a quello atteso. Mentre la invitiamo ad un maggior rispetto dei tempi lavorativi assegnati, richiamiamo la sua attenzione in merito a quanto disposto dall’art. 24, lettera d) del Contratto Collettivo di Lavoro per gli addetti all’Industria Meccanica Privata”.
In altre parole: sono accusato di scarso rendimento!!
Tale lettera è stata consegnata anche ad un altro mio compagno di gruppo. Subito ho programmato un tazebao di commento per far conoscere la cosa a tutto il capannone. È una semplice e pura arma di ricatto che ha sempre, come effetto immediato, quello di scombussolare le persone.
E poi dicono che il terrorismo non paga!
C’è stata parecchia discussione tra la squadra e alla fine si è deciso di mollare qualche colpo in più! Non è quello che ancora vogliono i Direttori. Staremo a vedere fino a che punto di sadismo arriveranno.

7 dicembre 1989

Ore 15: la Direzione Generale convoca d’urgenza il Cdf. Forse che hanno qualcosa di nuovo da proporci? La cosa puzza un po’ a tutti i delegati. Metto in preallarme gli operai del mio capannone. Staremo a vedere.
Ore 15,30 : entrano i Direttori. In un clima teso ci comunicano che a partire da lunedì ci sarà una drastica riduzione del personale, senza anticipo di salario, ma con una vaga possibilità di rotazione.
Esterrefatti comunichiamo che non abbiamo capito.
Al che il Direttore, infuriato, ripete: da lunedì drastica riduzione. Abbiamo poi saputo che i telegrammi di cassa integrazione erano già partiti. La storia di agosto si ripete!
Usciamo immediatamente e nello spazio di qualche minuto organizziamo una manifestazione alla palazzina della Direzione.
Sconcerto e rabbia tra gli operai più coscienti e combattivi, paura e angoscia tra gli altri.
L’indicazione che diamo a tutti, prima di lasciare il lavoro, è per lunedì: tutti in fabbrica, compreso chi riceve il telegramma. Vedremo poi il da farsi. Mi son detto: ci risiamo. Anche questa volta ci sarò. Nel frattempo mi preparo moralmente ed intellettualmente per affrontare fino in fondo la situazione.

9 dicembre 1989

Mattina. È arrivato il telegramma della cassa integrazione. C’era da aspettarselo! Col cuore in tumulto ho aperto la Bibbia al cap. 3 del Qoelet. E ho preso una decisione: giocare fino in fondo il mio tempo, le mie energie psicofisiche sul fronte della fabbrica. Avrei comunicato ai cristiani della parrocchia che, fino alla soluzione positiva della vicenda, non mi sarei fatto più vedere in quartiere. È vero che non sempre la lotta paga nei termini che vorremmo, ma è anche vero che la rassegnazione e l’immobilismo uccidono.
Mi son preparato una decina di piccoli tazebao che avrei messo lunedì mattina nei reparti produttivi.

11 dicembre 1989

Siamo tutti in fabbrica. Abbiamo saputo che i telegrammi inviati sono una settantina. Ma è solo un acconto dei 170 che vorrebbero inviare.
Ore 9: sciopero con assemblea generale in mensa.
Dopo una breve esposizione della situazione, subito prendiamo la via per la solita palazzina. La rabbia è tanta, l’angoscia anche.
La fabbrica, nel frattempo, è tutta ferma, compresi gli impiegati d’ufficio. Passano le ore, il braccio di ferro con i vari direttori presenti negli uffici continua. La parola d’ordine è: non si va via, fino a quando non vengono ritirate le lettere. E così avviene.
Dopo essersi messo in contatto con l’amministratore delegato, il Direttore Generale emette la sentenza: le lettere vengono congelate, i cassaintegrati riprendono a lavorare e nel pomeriggio ci si rivede con il Cdf e il sindacato per riprendere la trattativa interrotta unilateralmente.
È pur sempre qualcosa che nessuno ci ha regalato!!

13 dicembre 1989

Dopo il breve incontro di lunedì pomeriggio in cui abbiamo ribadito la nostra posizione su tutta la vicenda, riprendiamo la trattativa. Sono le 14. La tensione è molto alta.
L’azienda ribadisce il suo piano: per salvare 550 posti di lavoro occorre eliminarne 250. Verranno messi in cassaintegrazione circa 170 lavoratori, perchè 80 sono già fuori con la legge del prepensionamento.
Ci sarà la rotazione per gli impiegati, anche se non nei termini soliti; per gli operai si accetta il principio pur non vedendone possibilità di attuazione. A tutti viene data una lettera di assunzione in una delle nuove società. Per quanto riguarda il salario anticipato, chiusura netta, perché considerato meccanismo perverso per i costi aziendali.
La considerazione che abbiamo fatto è: le cose sono un po’ cambiate solo per quanto riguarda la gestione della cassa integrazione, non invece per quanto riguarda la filosofia che sorregge tutta l’operazione.
Grossa discussione tra noi delegati e sindacalisti.
Pare che non abbiamo strumenti legislativi per contrastare il loro progetto industriale.
D’altra parte scelte precedentemente fatte da tutta l’organizzazione sindacale circa la compatibilità con il sistema, rende spiazzati anche chi vorrebbe giocare duro sul fronte dell’occupazione.
Ad ogni modo decidiamo, vista la gravità della situazione, di chiedere il mandato dell’assemblea dei lavoratori per poter entrare nel merito della trattativa: decidere di dover eliminare 250 posti di lavoro non è una cosa esaltante!
Se l’assemblea ci darà il mandato, punteremo energicamente sui meccanismi di garanzia, (almeno quelli), altrimenti ingaggeremo muro contro muro, con il blocco totale delle merci, se sarà necessario.
Mi son detto: sarà la mia preparazione al Natale!

14 dicembre 1989

Assemblee per i turnisti e i normalisti. Grande tensione e grande incertezza sul da farsi.
Già di primo mattino avevo avvertito gli operai e le operaie del primo turno sul contenuto dell’assemblea: avrebbero voluto che decidessimo noi delegati, senza costringere loro a dover pronunciarsi.
Ma abbiamo ribadito che ciò non era corretto: ognuno era grande abbastanza per decidere se trattare in quei termini espressi dalla direzione oppure no; e se trattare, su cosa si doveva essere intransigenti.
Alla fine, dopo un dibattito sofferto, si è deciso per la trattativa puntando a tutti e tre i meccanismi di garanzia: salario anticipato, che per noi vuol dire l’80% dello stipendio aziendale, la rotazione anche per gli operai e due lettere di garanzia di riassunzione (una della vecchia società con la data di rientro dalla cassa integrazione e una della nuova società con la stessa data di riassunzione). –
Con questa ipotesi di lavoro, riprendiamo nel pomeriggio, ore 17, la trattativa con la direzione generale.
Prevediamo di fare le ore piccole: provvediamo per la sopravvivenza fisica (cibo, bevande). Approfitto di un paio d’ore d’attesa per fuggire a casa a recuperare un po’ di sonno. Non si sa mai. L’esperienza mi dice che in queste trattative è importante essere lucidi fino all’ultimo minuto, anche perché loro tentano sempre di fare entrare dalla finestra quello che sono costretti a far uscire dalla porta!!
Le nottate all’Assolombarda me lo hanno insegnato.
Ore 17,30: inizia la trattativa. Prendiamo noi per primi la parola, dicendo che abbiamo la possibilità per entrare nel merito della trattativa, dato il mandato delle assemblee dei lavoratori. Non dovrà essere una trattativa a basso costo per l’azienda, visto l’alto costo per noi (250 posti in meno). Prendiamo atto del progetto industriale dell’azienda, come qualcosa di soltanto suo: vogliamo mantenere la nostra autonomia, quindi non deve pretendere che lo sottoscriviamo.
Chiediamo la possibilità di incontri con i dirigenti delle nuove aziende sia per le questioni normative, sindacali, sia per le prospettive produttive future, per i nuovi piani di investimenti quando subentreranno i nuovi partners finanziari.
Ribadiamo la nostra posizione circa i meccanismi di garanzia: rotazione anche per gli operai, pur sapendo le difficoltà per una piena rotazione; anticipo salariale tutto e subito, non decurtato, non spezzettato nel tempo; il testo delle due lettere concordato assieme dopo consultazione con avvocati di parte.
Infine facciamo presente che per la cassa integrazione non ci devono essere scelte provocatorie. I. criteri devono essere trasparenti e puliti: non vogliamo partire col piede storto. Anzi, come segno di volontà politica di rispettare in futuro l’accordo, se lo facciamo, è quello di far partire le lettere di cassa integrazione con il nuovo anno e non lunedì 18 dicembre.
La Direzione risponde dicendo che per gli incontri richiesti non ci sono problemi: fanno parte ormai delle relazioni industriali consolidate. Circa la rotazione per gli operai propone due piccoli rientri prima del 28/2/91 (20 operai al 1/5/90 e 25 operai al 1/9/90), per i restanti 65 che rientreranno l’1/3/91 organizzerà dei corsi di formazione in azienda, come buon momento di richiamo.
Per le lettere, va bene la proposta fatta: anzi c’è già una bozza di partenza (che poi scopriremo molto vaga e imprecisa, piena di pii desideri); circa l’anticipo salariale ribadisce che è un meccanismo perverso, così come si è sempre usato. A noi costa, e questo grazie al burocratismo dell’Ufficio del Lavoro. Per di più il costo del lavoro l’anno prossimo sarà per noi del GIEM del 20% e quindi …non ci è possibile.
Dopo questa ora e mezza di botta e risposta, loro chiedono la sospensione per consultarsi, per…
Incomincia la lunga e snervante attesa che termina alle ore 1,30 del mattino successivo.
Dopo 7 ore di trattativa ci lasciamo con una bozza di testo d’accordo ancora impreciso su parecchi punti: le tabelle dei dati sono inesatte, da nostri calcoli mancano all’appello 56 lavoratori. Dove sono andati a finire? Circa l’anticipo salariale sono disposti ad anticiparci solo la quota Inps, il restante verrà erogato al lavoratore quando rientra o quando se ne va (è una soluzione per costringere la gente a licenziarsi!).
Per gli impiegati manca qualsiasi garanzia di riassunzione.
Fatte queste nostre osservazioni ci lasciamo, aggiornando la trattativa al 19 dicembre, alle ore 16.
Scappiamo subito tutti a casa, anche perché, facendo il primo turno, dovrò svegliarmi alle 5 per il lavoro manuale quotidiano. Per di più gli operai del primo turno saranno già in attesa di notizie. Sarò un po’ distrutto fisicamente. Stringerò i denti, ma voglio andare fino in fondo.

15 dicembre 1989

Sono in fabbrica, anche se a pezzi. Gli operai mi aspettano. Riferisco loro le notizie della notte. Grande apprensione sui loro volti. Qualche sospiro, qualche commento.
Li metto alla prova: voglio verificare la loro autonomia di decisione. Riferisco loro che, durante la trattativa notturna, l’azienda, alla nostra richiesta di posticipare l’inizio della cassa integrazione all’inizio dell’anno nuovo ha acconsentito a patto che non avessimo posto intralci su una eventuale richiesta di lavorare durante il ponte di Natale, ponte già concordato in precedenza usufruendo di alcune ore di riduzione.
Noi abbiamo ribadito che non davamo nessun permesso e doveva rimanere la volontarietà del singolo lavoratore. Ad ognuno spettava decidere autonomamente se venire, nonostante la situazione nostra, oppure no.
E qui sono scoppiate le contraddizioni!
Certo, ha giocato molto la paura del rifiuto; uno dei responsabili della produzione ha dato corda a questo clima per strappare il consenso.
Risultato: più di cento operai ha detto sì, sperando di non essere messi in lista di attesa. Questo è successo soprattutto tra le operaie, dove vecchie rivalità e gelosie hanno fatto da contraltare.
Avevo giocato parecchio di me, in termini psicologici, su questa autonomia di giudizio: ma ancora una volta il terrorismo psicologico ha pagato. Poteva essere una grossa occasione per esprimere la propria coscienza individuale, ed invece…
«Non di solo pane vive l’uomo…»: questo è vero.
Ma forse per me è più facile, visto che “mangiato io, mangiato tutti”. Non è una buona giustificazione, questo lo so: ma cosa vuoi pretendere da gente che ha sempre visto benedire una società consumistica come strumento per fare del puro anticomunismo e basta.
Mi viene in mente una favoletta del poeta Gibran che dice:

Sulla via della Città Santa m’imbattei in un pellegrino e gli domandai:
“Siamo certi che questa sia la via che conduce alla Città Santa?”.
Egli disse:
“Seguimi, e raggiungerai la Città Santa in un giorno e una notte”.
Io lo seguii. E camminammo per molti giorni e molte notti senza però raggiungere la Città Santa.
Grande fu la mia sorpresa quando costui s’adirò con me per avermi condotto nella direzione sbagliata.

19 dicembre 1989

Ore 16: riprendiamo la trattativa che si protrarrà fino alle ore 1,30 del mattino successivo. Dopo vari ‘tira e molla’ costruiamo un’ipotesi di accordo che verrà sottoposto al vaglio dell’Assemblea generale. L’ipotesi suona così:
«Dal 1/1/90 andranno in cassa integrazione circa 150 lavoratori che si aggiungeranno ai 78 prepensionati.
La cassa integrazione finirà per tutti al 28/2/91.
Nel frattempo ci saranno scadenze di rientro: per gli operai il 1/5/90 e il 1/9/90, per gli impiegati il 1/10/90.
Verrà anticipato l’80% del salario e dello stipendio Marelli, compreso il premio feriale e l’integrazione natalizia.
Ogni cassintegrato, compresi i prepensionati, avrà in mano due lettere firmate che gli garantiscono la sua riassunzione ad una delle tre società alla data di scadenza del suo periodo di cassa integrazione».
Rimane aperta tutta la questione impiegati, dato che il conferimento alle nuove società non sarà fatto il 1/1/90 come per gli operai, ma durante il periodo di cassa integrazione.
I grossi guai per loro verranno dopo.

2 gennaio 1990

Oggi inizia un altro periodo di CIG. L’altro giorno mi è arrivato il telegramma che mi notificava per tre mesi “la messa in naftalina”. Con questo andazzo mi sa che con il lavoro manuale ho chiuso (almeno nella sua regolarità).
Sono passato in fabbrica per ritirare il salario di novembre.
Non sono in condizione ideale per recepirne il clima.
Ho visto la gente che lavorava; ho parlato con alcuni operai del mio gruppo omogeneo. Per la prima volta, in sedici anni, mi è costato parecchio passare nel capannone. Non so perché! Forse era la “paura” di incontrare alcuni personaggi della direzione e quindi di riattivare in me sentimenti che con fatica stavo cercando di portare sotto controllo.
Già nella notte mi erano venuti degli incubi.
Ma forse l’angoscia era causata soprattutto dal fatto che oggi dovevano darci la lettera di conferimento, almeno per noi operai cassintegrati.
Il pensiero di trovare scritto la data del 1/3/91 come rientro non mi dà entusiasmo.
“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, quel lavoro che dovrebbe essere lo strumento normale di partecipazione degli uomini e delle donne al progetto creativo di Dio!
Ed invece, ciò che ti spetterebbe per diritto, per il fatto di essere “persona umana”, ti viene fatto passare come frutto di una semplice concessione di altri che chiamano “datori di lavoro”.
È il solito atteggiamento mafioso!
Certo, a volte mi viene da dire che un tipo di lavoro manuale così è meglio perderlo che trovarlo. È meglio farsi mantenere che mantenersi a così caro prezzo. Ma poi mi dico: e la tua dignità dove la metti?
Troppo spesso, ancora oggi, il cantiere terrestre sembra un campo di prigionieri in cui alcuni sfruttano a loro vantaggio il lavoro forzato di molti altri.
Ad ogni modo mi son fatto coraggio e sono passato in mensa a ritirare, insieme alla busta paga, anche la lettera di conferimento.
Mi sembrava di sognare: il conferimento mi è stato assegnato il 1 maggio 1990.
Solo 4 mesi di cassa integrazione!
Ho saputo poi, da alcuni compagni dell’esecutivo di fabbrica che la cosa era stata sollecitata con la direzione generale.
Mi sono sentito un poco rinascere, anche se il pensiero è andato subito ai circa 100 tra operai e impiegati che, speriamo, rientreranno a marzo ‘91.
Infatti a settembre ‘90 altri 15 operai saranno conferiti.
Decido di riprendere la via di casa con il cuore abbastanza in tumulto.
Termino con una frase che mi passa nella mente:
“È triste finire così: ma che vuoi fare, sono le regole del gioco capitalistico”.
Dicono che sia la società del futuro, visto che il comunismo, come proposta alternativa, è fallito.
Ma a questo punto mi chiedo: allora cos’è il Regno di Dio?

GIORGIO BERSANI