Fiat: lavorare all’UPA dopo 6 anni di cassa integrazione

Condizioni di lavoro



Più di sei anni di cassa-integrazione sono una “fetta” consistente nella propria vita e ciascuno li ha vissuti in modi diversi, pur con delle costanti abbastanza riconducibili a filoni comuni. Tanti compagni li hai persi lungo la strada: due su tre circa si sono licenziati o sono andati in prepensionamento. Poi a quarantacinque, cinquanta anni (o anche più) ti ritrovi in fabbrica a ricominciare.
E’ la storia di tanti in FIAT: “ventitremila” o chiusura Lingotto o altri gruppi messi in cassa-integrazione in momenti diversi a partire dal 1980: più di trentamila in tutto. Ne sono rientrati forse undici-dodicimila, ma quanti di questi sono ancora in fabbrica?
E questa fabbrica cosa è?
Non ho la pretesa di scrivere su un argomento così vasto e così articolato; solo di dare una testimonianza su un pezzo, un piccolo pezzo di questa realtà.

In sigla noi siamo le U.P.A.: Unità Produzione Accessoristica. Siamo la “raschiatura del barile”, gli ultimi rientrati dalla cassa-integrazione: i più scomodi, i meno utili, i più difficili, i meno adattabili al nuovo “clima” e alla nuova “filosofia” della fabbrica.
Sono quattro stabilimenti, di cui tre decentrati, con circa mille dipendenti in totale e il mio è il più piccolo: oggi non arriva a novanta persone.
Dico “oggi” perché ne sono passate diverse altre decine di persone che poi se ne sono andate col prepensionamento o sollecitate da un bel gruzzolo di denaro. E questa è stata, in circa due anni, la situazione in tutte le U.P.A., simili anche se non uguali nella composizione come negli obiettivi. Mettere in piedi dei reparti che siano adatti, per tipo di lavorazioni, per condizioni, per gestione, a persone con problemi di età, di salute, di situazione psico-fisica, tutto questo ha senso e può essere una strada da esplorare, da sperimentare. Non è neppure detto che il non essere a Mirafiori o a Rivolta sia poi una brutta cosa: non necessariamente la grande concentrazione è la cosa migliore.
Ma tra il dire e il fare, dice il proverbio, c’è di mezzo… magari fosse solo il mare! C’è di mezzo l’uso che in molti casi l’azienda ha fatto e fa di questi reparti.

AII’U.P.A. di Bruino facciamo taglio e cucito di fodere per i sedili della “Uno”. E’ un lavoro considerato “medio-leggero” secondo i parametri aziendali. Siamo in una costruzione efficiente, luminosa, pulita, i servizi sono funzionali: è la migliore delle U.P.A. e si sta bene.
Il nodo sta proprio qui. Formalmente tutto fila, corretto, funzionale, rispettoso. Nella pratica è un mondo pieno di contraddizioni.
La maggior parte delle persone ha grossi problemi di salute fisica e anche, in alcuni casi, psichica. Qualcuno ha invalidità contratte in fabbrica: quanto meno, sono persone “logorate” da anni di lavoro. Tutti praticamente sono oltre i quarantacinque anni e con molti anni di FIAT alle spalle.
Tutti, rientrando dalla cassa-integrazione, hanno cambiato lavoro; tutti hanno dovuto apprendere una attività che, se pure non molto faticosa, richiede destrezza, abilità, velocità di movimento. Non pensiamo a tecnologie particolari con mirabolanti automatismi: sostanzialmente si cuce con normali macchine da cucire elettriche e le taglierine sono condotte manualmente secondo una sagoma.

Naturalmente ci sono tutte le “belle cose” delle nostre fabbriche: i tempi di lavoro e la produzione richiesta, il medico aziendale che ti riconosce idoneo anche se tu non ce la fai (solo in due casi sui molti che hanno fatto richiesta ha riconosciuto dei problemi), i provvedimenti disciplinari per inquadrare i recalcitranti.
Certo, ci sono casi in cui si capisce che proprio non si può spremere di più il limone; ma chi lo decide e in che modo? Con qualcuno ci si accanisce e qualche altro è lasciato in pace “perché — dicono i responsabili — dà segni di buona volontà”. Magari la buona volontà la mette anche l’altro, però è un carattere diverso, reagisce bruscamente, risponde… e non gli è riconosciuta.
Credo sia proprio l’insicurezza e l’arbitrio la caratteristica più negativa di una realtà che per altri aspetti ha anche dei lati positivi. Non sapere se e quanto dura lo stabilimento, non sapere se ti trasferiscono in un altro stabilimento magari lontano (sono successi trasferimenti in cui era evidente il carattere di ripicca e di punizione senza motivo), non sapere se il tuo impegno è riconosciuto aldilà della fredda logica dei numeri, essere sempre sollecitato a fare di più quando tu sai di mettercela tutta: queste sono le condizioni di ogni giorno.

E il sindacato? Anzitutto, diciamo “i sindacati”; e poi, diciamo che sono sempre meno organizzazioni dei lavoratori: sono soltanto organizzazioni per difendere (quando e come ci riescono) i lavoratori.
Anche qui, formalmente tutto funziona, ma nella pratica c’è debolezza, sbandamento ed è chiaro che ha spazio il qualunquismo e il “si salvi chi può”. Al “delegato” (ma in realtà è un rappresentante sindacale aziendale di nome e di fatto) si chiede l’informazione, l’assistenza, il colpo di bacchetta magica o si vorrebbe che lui più una battuta di sciopero risolvessero i problemi una volta per tutte.

Difficile fare una valutazione di questa realtà particolare che ho cercato brevemente di tratteggiare. Ci sono aspetti interessanti che vale la pena di studiare, strade che può avere senso percorrere (questo cercare collocazioni lavorative adeguate a situazioni personali o ad età non più giovanili), ma ho la chiara coscienza che un vero cammino di giustizia, di rispetto della persona umana e della sua dignità non faccia grandi passi in avanti. E’ tanto se non fa marcia indietro.

Carlo Demichelis