Dai Coordinamenti PO


Dal Coordinamento Nazionale PO


All’incontro del Coordinamento Nazionale a Bologna del 15-16 settembre mancavano Mano Signorelli e Mano Spinicci. La loro assenza era stata giustificata.
Il problema-ponte dell’incontro di maggio fu: come far diventare il Coordinamento Nazionale non solo cassa di risonanza di ciò che viene fatto nelle regioni, ma elemento di spinta e di rilancio di riflessione capace di dare una prospettiva al cammino futuro.
Roberto Berton e Giampiero Zago erano stati incaricati di preparare una griglia di riflessioni – domande per cogliere meglio la domanda ricorrente, la tematica sottesa a tutto il lavoro articolato e vari
o dei gruppi regionali. Su questa griglia si è iniziato a discutere. L’obbiettivo è quello di individuare un tema di riflessione sufficientemente unitario per il prossimo convegno (proposto per la primavera del 1992).
Siamo appena agli inizi e siamo in campo aperto, ma stiamo investendo molto del nostro vissuto e del nostro pensare su questo. È quindi importante la presenza al Coordinamento di tutti i delegati, ed anche di altri PO che volessero partecipare.


RENZO FANFANI


P.S. Il gruppo veneto ha organizzato un Seminario a Lonigo (VI) il 20-21 ottobre 1990, come prima tappa del loro lavoro di questi mesi. Il titolo del Convegno è stato ‘La polvere e i testimoni’ e di esso riportiamo un ampio resoconto nelle pagine seguenti.


 

Il gruppo piemontese PO

 

Il gruppo piemontese ha presentato un documento-base della sua ricerca.
Eccolo qui di seguito.


Il gruppo piemontese PO ritiene fondamentale continuare la riflessione sulla evangelizzazione e colloca la realtà della secolarizzazione non come un capitolo a sé stante, ma contestuale a questa riflessione che si innesta sull’esperienza concreta.
La secolarizzazione ha una valenza positiva, quando non assurge ad un assoluto. Trova così spazio il discorso dell’autonomia delle realtà terrene, della maturazione del pensiero, dell’aconfessionalità dello Stato e di una società non teocentrica, del sacro vero e proprio, purificato dalle scorie del magico.
Questo processo in positivo ha attraversato da tempo noi PO, ma ci chiediamo se i ceti popolari, con meno strumenti di analisi, hanno fatto il nostro stesso cammino.
Siamo d’accordo nel sostenere che i cammini della cultura non sono avvenuti a livello popolare, anche perché noi stessi non abbiamo, se non a intermittenza, offerto l’immagine di una vera religiosità e fede (es.: come pregare in un contesto di secolarizzazione, partendo dai fatti di vita; come rileggere la Bibbia con il popolo in base all’esperienza operaia…).
La gente poi ha il senso del compiuto in se stesso e noi troviamo difficile trasmettere i contenuti
del nostro vivere, anche perché ci sta a cuore la libertà di coscienza di tutti.
Per i nostri compagni di lavoro la secolarizzazione lascia un’impronta alquanto negativa. E cioè:
– dà loro fastidio o crea disinteresse ciò che è ecclesiastico;
– per molti l’aspetto razionale della vita prevale sul resto:
– il religioso decade, perché ha perso le sue simbologie e le sue categorie culturali;
– per tanti militanti, Gesù Cristo è ridotto a puro modello imitativo (cioè etica); manca loro il rapporto personale con Dio.
Noi riteniamo che il terreno delle convergenze etiche sia valido per fare strada assieme alla gente, ma siamo anche convinti che con la sola ragione non si arriva alla fede, bensì al vuoto. Sarebbero da approfondire i testi di S. Paolo su ragione e fede. La nostra ricerca va fatta su categorie e simbologie che possano entrare più nel vivo del tessuto quotidiano e la nostra testimonianza deve maggiormente evidenziare un Dio incarnato, al quale stanno fortemente a cuore le realtà dell’uomo».


 

PO veneti

Evangelizzazione e mediazione
Riflessioni sull’incontro dei PO veneti del 21.4.1990 a Marghera


Premessa


Il prete operaio vive la questione religiosa e la vede dalla finestra in cui si trova; è una finestra di operaio, ma lui non è totalmente un operaio, perché porta in sé il contenuto del suo essere prete; non è “prete” professionalizzato, perché vive fuori della professione del sacro e porta la condizione della vita operaia.
Da questa finestra egli vede una religione “mercificata” da parte della gente, che si appaga di alcuni bisogni religiosi spesso indotti, e da parte degli evangelizzatori, che consegnano una cultura religiosa come funzionari del sacro. Questa situazione vista nel suo complesso, così come appare alla gente comune, con la quale egli prete operaio condivide la vita, pone dei problemi fondamentali per la fede.

Dio rimane sconosciuto


Nessuno mai ha visto Dio, e solo Colui che è uscito da Dio può parlare di Lui. La pretesa di definire Dio con formule, è comprensibile, ma non può sostituire la realtà.
Il rapporto con l’Assoluto non può essere simile al rapporto con l’umano e l’esperienza di Dio non può essere confusa con l’autorità dello specialista o del maestro.
Si tratta di prendere misure più reali tra l’essere uomini e l’essere di Dio, e fermarsi davanti al Mistero Indicibile.
L’evangelizzatore non è colui che riempie di notizie l’evangelizzato, ma colui che fa pulizia, perché gli occhi dell’evangelizzato incontrino gli occhi dell’Assoluto, e siano capaci di ascoltare le parole del silenzio misterioso eterno.
Noi non diciamo parole al posto di Dio. È Dio che parla alle persone, e noi facciamo il vero servizio quando rimaniamo in silenzio per permettere a queste parole di arrivare al cuore.

L’uomo va rispettato


L’uomo è la creatura che noi presentiamo come immagine e somiglianza di Dio. Come chiamato ad essere il figlio di Dio, con tutte le dimensioni di questo destino; come dominatore e responsabile della vita della terra, secondo le parole «tutto è vostro;voi siete di Cristo e Cristo è di Dio».
L’uomo diventa vero uomo vivendo la sua vita. Un essere piccolo è in divenire, e solo l’essere maturo ha la pienezza dell’umanità.

È la libertà che fa l’uomo. E l’uomo perde la sua libertà quando è espropriato delle sue capacità interiori che lo qualificano. Quando è impedito dal bisogno fisico; quando è privato del necessario; quando viene mantenuto nell’ignoranza e nella menzogna.
Oggi troviamo una infinità di cose che tengono prigioniero l’uomo. C’è la manipolazione politica, c’è quella della pubblicità; c’è quella della disinformazione; c’è quella di una mancanza di una cultura di base; c’è quella di una passionalità incontrollata.
Ma un grosso peso può averlo la manipolazione religiosa. Una manipolazione che nasce da una serie di bisogni indotti, portati dagli stessi evangelizzatori; da una quantità di risposte che vengono date a domande non fatte; da un’imposizione psicologica che strumentalizza la paura dell’ignoto (della morte in particolare), per creare atteggiamenti di docilità e di obbedienza al dio dei predicatori, che non si identifica facilmente con il Dio vivo e vero, e che può essere lontano dalla loro stessa esperienza. Una tale manipolazione arriva a una colonizzazione spirituale, che toglie il rispetto all’uomo libero. Ne fa un suddito, non un cittadino del Regno di Dio.

Il cammino che si apre


a) La domanda di Dio deve essere lasciata alla libertà interiore. Non si può e non si ha il diritto di imporla: Dio ha le sue strade, perché l’uomo lo cerchi,
b) L’evangelizzatore può essere considerato lo specialista dell’itinerario religioso. A lui l’informazione sull’evento religioso. Ma i suoi rapporti con l’evangelizzato devono diventare “rapporti politici forti”, nel senso che, come tutti i rapporti professionali, devono essere basati su un dare tra l’utente e il professionista, che sia totale giusto, verificabile, non su rapporti “dolci”, fatti di amore equivoco.
Il malato non aspetta dal medico di essere amato, ma di essere guarito. Così l’allievo dall’insegnante, il cittadino dal funzionario del servizio politico e civile. L’utente religioso corre il rischio di cercare un rapporto di amore che annebbia fortemente il rapporto con l’Assoluto. Egli ha diritto di conoscere Dio o di sapere quel tanto di Dio che gli uomini conoscono, per poi camminare da solo con il Dio che è oscuro. In questo c’è tutta una verifica da fare oggi nella Chiesa, a cominciare da come viene dato il catechismo.
c) Questo rapporto è nel giusto, quando l’evangelizzatore porta la verità senza imporla e quando non getta i problemi suoi sugli altri. È in questa gratuità che egli può rendere ragione della sua fede e spesso la comunica anche senza parole. La sua vita è la prima parola e talvolta è la sola cosa che può dire. L’uomo attuale ha bisogno di vedere la fede del maestro. La sua dottrina gli rimane estranea: questo pone l’evangelizzatore non sul piano del catechista, ma su quello del testimone.
Cercare il volto di Dio attraverso la polvere dei suoi testimoni, senza disprezzare la polvere o i testimoni, ma accogliendo una presenza misteriosa e significativa che è semp
re oltre, è la nostra tensione!

UMBERTO MIGLIORANZA


 

La polvere ed i testimoni


«Signore, che io veda il tuo volto
attraverso la polvere sollevata dai tuoi testimoni»
(Anonimo)


È il titolo dato al seminario promosso dai PO del Triveneto nei giorni 20-21 ottobre 1990 nella splendida villa S. Fermo, ospiti dei Pavoniani, sulle colline che fanno corona a Lonigo (VI). Hanno partecipato anche PO di Lombardia, Emilia, Marche, Toscana e Lazio, ed un folto gruppo di amici ed amiche che fanno parte delle realtà in cui operano anche i PO (rivista Esodo, Comunità di base, Parrocchie, Volontariato…).
Il Seminario è stato il punto di arrivo di due anni di ri
flessione dei PO ed ha permesso di rilanciare alcuni interrogativi nel confronto con gli ospiti ed amici: Aldo Bodrato, Massimo Cacciari, Pietro Crespi. Italo Mancini e Franco Ferrarotti erano impediti per malattia.
I PO del Veneto sono figli della loro regione, dove la Chiesa è ancora molto radicata tra la gente con una corposa presenza sociale, culturale ed istituzionale. Il passaggio dalla cultura contadina al sentire contemporaneo ha prodotto squilibri e contraddizioni. I PO hanno colto alcuni interrogativi che riguardano: la fede, l’evangelizzazione e la testimonianza di fronte alla progressiva istituzionalizzazione e professionalizzazione del prete.
L’impostazione è stata presentata dalla relazione iniziale dei P
O ponendo a fuoco l’angolo di visuale delle problematiche: la realtà del lavoro che ci ha cambiato ed il cammino con i compagni di lavoro che conoscono il fenomeno religioso come consumo di beni e servizi nelle parrocchie. Il contributo, poi, poneva alcuni interrogativi.


1. Laicità della politica, apoliticità della fede.
La fede è ininfluente nel mondo delle analisi politiche e delle progettualità: non è traducibile
a destra, né a sinistra. La politica deve essere liberata; ma come liberare Dio per restituirlo alla sua assolutezza?
2. Il testimone.
Non solo Dio è ineffabile; lo è anche l’esperienza religiosa in quanto tale.
È possibile annunciare il rivelato fuori dalle approssimazioni e metafore? E se Dio è ineffabile, che ne è del testimone?
3. La Chiesa in Italia oggi.
Con i legami concordatari il testimone è stato professionalizzato: tutto questo non riduce il messaggio a prodotto ed il soggetto ascoltante a consumatore?
4. Evangelizzazione.
Mancini nel suo libro “Tornino i volti” presenta tre tipi di approccio Chiesa-Mondo: la cultura della presenza, della mediazione e la logica del paradosso. In cosa consiste la fedeltà alla radicalità della fede ed alla storia nell’esperienza di una evangelizzazione “dolce”? Il segno di speranza non è la polvere sollevata dai testimoni nella gratuità dell’annuncio?

 

Successivamente è stato dato del tempo per cogliere le attese e gli interrogativi dei presenti.

 

Aldo Bodrato ha portato un contributo denso ed articolato.
A partire dalla irriducibilità di Dio al mondo, che ne è della testimonianza e del testimone, caricato della propria storia e della tradizione? “Voce di uno che grida nel deserto…”: questi versetti hanno avuto sensi diversi (e la punteggiatura lo sottolinea) lungo il susseguirsi delle situazioni
storiche delle varie comunità fino all’oggi. Rimane il perpetuo risuonare di una Parola, ma anche una fede che si accompagna alla coscienza del tradimento. Il Regno è promessa incompiuta e la fede è vissuta nell’esperienza della mancanza. Pietro testimonia il Messia e nello stesso tempo è dichiarato Satana.
Marco nella prima finale del suo Vangelo pone le donne al sepolcro: ricevono l’annuncio e scappano impaurite senza dir niente a nessuno. Il silenzio non è vuoto, ma richiama il non detto, la Parola. E la sordità dell’uomo è parte della rivelazione di Dio: possibilità di Grazia. Sempre l’infedeltà è nata dalla ricerca della fedeltà, e la fedeltà dalla conversione dell’infedele: non esiste stato di perfezione.

 

Massimo Cacciari: Pietro e Giovanni nell’età del Figlio.
Pietro e Giovanni sono irriducibili l’uno all’altro: assolutamente distinti nel simbolo, ma uno è evocazione dell’altro come diverso da sé. Pietro è il
protos, chiamato a seguire Cristo nell’obbedienza e nella fede militante, lo tradisce e piange. È lo stato terreno dell’umanità nella sua politicità, povertà… è la Chiesa nella sua terrenità, politicità e militanza.
Giovanni è colui che vede, giovane, che ascolta nel seno del Verbo le voci segrete. Lui attende, mentre Pietro segue Cristo.
È l’attesa e la speranza di passare da pargoli a parlanti. Pietro non può essere solo se stesso, lo è mentre proclama l’assenza di Giovanni: non si possono separare quei due. La perfezione non è negare i conflitti, ma tenere assieme i distinti. L’azione non è contemplazione, ma attesa; e la contemplazione presuppone l’azione che non contiene, La Chiesa che volesse inglobare Giovanni sarebbe anticristo, ma il riferimento di Giovanni è questa Chiesa terrena e politica. La Chiesa è madre in quanto partorisce e si incammina verso la sua fine.
Età del Figlio: l’apocalisse non è solo del Figlio, ma dei figli assieme a Lui; solo allora è costituita la pienezza dell’
unum sumus.

 

Le provocazioni dei relatori hanno segnato il successivo dibattito. Le testimonianze ed anche gli interrogativi vertevano sul come vivere il paradosso nell’esperienza delle persone e nella Chiesa: affermare Pietro lascia spazio alla contestazione profetica, e come richiamare Giovanni?
Bodrato richiamava la pazienza storica di coniugare i due poli senza superarli: è un segno di debolezza. Ma la teologia moderna, meno potente e si
stematica, accompagna di più la gente.
Cacciari: nell’età del Figlio e dei
figli, lo Spirito guida verso la verità intera oltre il paradosso… Lo spazio di contestazione resta, perché la Chiesa è sempre nel pericolo di dimenticare Giovanni ed affermarsi come unum; il riscoprire il tradimento ed il pianto non è oltrepassare Pietro.
Il mattino della domenica è stato aperto dalla relazione dei P
O che rilanciavano le tematiche del paradosso a partire dalle tensioni del vivere la compagnia del lavoro e dell’aver rinunciato ad esser testa di ponte di una Chiesa in classe operaia.
* Il parlare nella coscienza delle proprie infedeltà; il dire, ma anche il tacere come richiamo all’inespri
mibile.
* Le separatezze nella Chiesa (maestri-discepoli…) divenute caste, e la scoperta del discepolato.
* Paura di accogliere Pietro nella sua terrenità, sognando un Giovanni che sostituisca Pietro. Tentazione di fuga.
* La singolarità delle nostre persone da coniugare con la comunità nella tensione tra solitudine ed assimilazione.
Ed il problema di come abitare la
Terra e vivere la fede!
I contributi rimarcavano ancora la centralità delle singolarità, tanto da pensare alla costruzione di un manuale di sopravvivenza di fronte al naufragio della nave perfetta del sistema religioso. Riprendendo il tema del paradosso, si è rimarcato il pericolo della schizofrenia. Il paradosso sarebbe una copia fotostatica della realtà, ma la prospettiva è oltre nella pienezza di vita, anche se ora bisogna accettare la dialettica tra struttura e libertà. La risposta non sta in Pietro o Giovanni e nemmeno nel loro rapporto, ma nel terzo che è lo Spirito donato.

 

Pietro Crespi non ha presentato le tematiche di Ferrarotti. Ha preferito andare al senso di una ricerca sui PO nella sociologia narrativa contemporanea. Il cattolicesimo è la radice della storia e della cultura italiana, e rimane come substrato perché le religioni hanno fondamenti e fini. Però è importante verificare dove stia andando dentro la crisi della modernità; questo può risultare solo dalle persone che si interrogano come i PO e non dalle strutture. Anche perché è in atto il recupero delle soggettività. Il cattolicesimo politico è fallito; solo la gente che si interroga apre futuro. Dio è una domanda: si può anche non rispondere, ed una vita non basta!
Per Bodrato il soggetto è tale quando non è solo, ma in relazione e non è assorbito da questa; è un compito da costruire. La gioia e la pienezza sono delle totalità che non abbiamo; a noi è data la parzialità. Il testimone ha come segno la sto
ria di Giona; un profeta chiamato ed in fuga, buttato a mare e recuperato, che annuncia una profezia e non si avvera. È una strada di follia e di conflitti; ma in tutto questo emerge l’amore misericordioso di Dio per il popolo. La testimonianza è vita e gioia nella prossimità del Regno e nella coscienza della sua mancanza.

 

Il Seminario si è concluso lasciando aperti gli interrogativi per una ulteriore ricerca. La Segreteria nazionale, attraverso Luigi, ha presentato alcuni appunti.
Il Seminario si è rivelato come una opportunità di incontro tra PO anche a livello trasversale. La tematica si trova in sintonia con la ricerca di altri gruppi PO nel vivere la dicotomia tra storia e trascendenza, evangelizzazione e secolarizzazione… secondo le tradizioni dei vari collettivi.
Ogni PO poi cerca di vivere il paradosso dei due termini: prete operaio nella parzialità di una sintesi personale.
L’ultimo convegno di Salsomaggiore ci ha visti impegnati nell’assumere noi stessi come parabola ed evento, non impegnati a
rilanciare opzioni politiche alternative rispetto alla Chiesa.
Non si tratta di percorrere questa strada: ma forse abbiamo paura, come gruppo, di affrontare gli interrogativi che la Storia ci pone. E cosi siamo riandati alle distinzioni di prete – operaio dentro o fuori i ministeri, ponendo tematiche interne al Movimento, creando
tensioni e stabilendo distanze,
Per ogni cosa c’è il suo tempo, però bisogna dire delle parole, sia pur non definitive, e non dobbiamo aver paura di incontrare volti diversi anche nel silenzio.
Nel tentativo che il nostro piccolo aereo prenda il volo.