Il peccato del potere

Una riflessione di laici e preti del Nord-Est


 

Pubblichiamo queste riflessioni firmate da preti che sono stati molto vicini o hanno partecipato direttamente e dall’interno alla nostra storia di pretioperai. Anche se si riferiscono in particolare alle chiese del nord-est, in realtà toccano l’intera chiesa italiana e non solo. Le troviamo particolarmente utili perché la richiesta di conversione delle chiese, viene correlata alla situazione di crisi globale nella quale ci troviamo. Il “se non ora quando?” vale anche per le chiese.

 
Un gruppo di laici e preti delle diocesi di Treviso e Vicenza scrive ai delegati che parteciperanno al secondo Convegno ecclesiale delle Chiese del nord-est (Aquileia-Grado, 13-15 aprile 2012), oltre 20 anni dopo il primo Convegno, nel 1990. Intendiamo proseguire, scrivono, «la grande tradizione delle prime Chiese cristiane di comunicare nell’affetto e nella semplicità di una lettera, la relazione che intercorre tra noi oltre la legge e la dottrina».
Non siamo delegati, non siamo convocati e non conosciamo nemmeno chi e come è stato invitato a partecipare all’incontro, ma riteniamo importante dire ai credenti, che pensiamo realistiche le parole «conversione permanente delle Chiese» nella presenza di Gesù.
Nella recente visita che papa Benedetto XVI ha fatto ad Aquileia, abbiamo riletto alcune sue parole che da cardinale ha rivolto alla Chiesa e che continua anche oggi a confermare: «Mi sembra innegabile che esiste un po’ troppa auto-occupazione della Chiesa con se stessa. Essa parla troppo di sé, mentre dovrebbe di più e meglio occuparsi del comune problema: trovare Dio e, trovando Dio, trovare l’uomo… Mi sembra tutt’ora innegabile che oggi si dia un’inflazione di parole, una produzione eccessiva di documenti» (intervista al card. Ratzinger, Il Regno, n. 4/94).
Nel contempo siamo invitati a scrutare i segni dei tempi.
A noi sembra che un primo segno concreto da porre, sia la purificazione della Parola dalle nostre retoriche. Per esempio, quando diciamo Chiesa, normalmente non ci riferiamo al popolo di Dio, ma piuttosto a una Chiesa identificata da un ristretto clericalismo di cui fanno parte come responsabili gerarchia e clero. Altre parole inquinanti che fanno separazione più di quanto non sembri, sono le altisonanti: monsignore, arciprete, arcidiacono, arcivescovo, eminenza, eccellenza, santità. Fra l’altro sono tutti titoli maschili, indicativi del nostro maschilismo. Sembrano rilievi marginali, ma in realtà sostengono la separazione all’interno dell’unico popolo di Dio, limitano la responsabilità di ciascuno, creano caste e costumi non ecclesiali. Finora nessun Concilio è riuscito a superarli. Come possono i nostri vescovi, diceva il vescovo Hélder Câmara, continuare a vivere nei palazzi vescovili, nelle dimore cardinalizie e identificarsi con il popolo di Dio? Ci sembra quasi scandaloso che il giornale dei vescovi metta insieme parole così contraddittorie per parlare del papa nel suo riposo annuale: «Un complesso di 55 ettari per il riposo, lo studio, la preghiera dei papi» (Avvenire, 2 settembre 2011). Inoltre le strutture portanti che dovrebbero derivare dalla comunione ecclesiale come le nomine dei nostri vescovi, dei nostri parroci, sono ancora secretate e piovono dall’alto sul popolo.
Il Nord-Est è noto nel mondo per il famoso miracolo economico ed ora anche per i nuovi riti, durante i quali la religione celtica ogni anno battezza i nostri dirigenti politici. È sufficiente continuare nella difesa dei famosi “valori non negoziabili” che diventano merce di scambio? Sempre più invasiva è la nuova fede del dio denaro, successo, arrivismo…
I segni della fede sono portatori di un nuovo umanesimo. Eravamo migranti ed ora siamo crocevia di popoli, terra di immigrazione. I lavori più umili tengono nella dovuta emarginazione i più poveri. I nostri anziani sono affidati alle badanti. È da questi poveri che nasce l’ecumenismo. Ci aiuti la Chiesa a vivere l’ospitalità del Cristo, la fraternità e la comunione tra le religioni e i popoli. La crisi delle vocazioni provoca accorpamenti e pastorali nuove. Restano canoniche vuote che potrebbero essere segni di accoglienza per i più poveri. Non tocca alla religione concretizzare ideologie e politiche, ma la nostra fede esige segni concreti di comunione, di ospitalità.
Alla prossima assemblea di Aquileia chiediamo aiuto per intraprendere concretamente un nuovo cammino, superare quelle divisioni che all’interno delle Chiese sono ancora presenti come realtà che dividono. Il laicato cattolico italiano continua a svolgere il suo ruolo di «brutto anatroccolo», per usare il titolo di un recente libro di Fulvio De Giorgi.
Nella nostra terra, terra di confine e quindi ponte di passaggio tra Oriente e Occidente, si parla di pace, ma ad Aviano e a Istrana continuiamo a ospitare aeroporti militari; una nuova base militare Usa sarà presto inaugurata a Vicenza. Si parla di pace, potenziando strutture di morte.
Aquileia 2 «non viene proposta come un documento da studiare, ma come un aiuto per promuovere e attivare lo stile ecclesiale della sinodalità e il metodo pastorale del discernimento comunitario» (dal documento di presentazione dell’Assemblea). In questo tempo in cui una crisi spaventosa sembra soffocare l’umanità – pensiamo al mondo del lavoro, al precariato ormai orizzonte quasi definitivo per tante vite – possa la Chiesa dare segni concreti di credibilità e speranza.

Don Umberto Miglioranza, don Claudio Miglioranza, don Olivo Bolzon (Diocesi di Treviso), don Mario Costalunga, don Antonio Uderzo (Diocesi di Vicenza), Giovanni Cellini, Carmen Gobbato, Marisa Restello (laici della Diocesi di Treviso)

(da Adista 2, 7 gennaio 2012)


 

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