Il GRIDAS: un caso di resistenza e sopravvivenza

Testimonianze


Nel vangelo ci viene suggerito, come precondizione per una vita giusta, di restituire ai poveri la ricchezza accumulata.
Nel 1967 io non avevo, come d’altronde neanche ora ho, alcuna ricchezza, ma studiavo all’università e c’era invece gente che viveva nell’ignoranza, pressoché analfabeta o analfabeta del tutto, così mi venne di pensare che anche la cultura è una ricchezza e che anch’essa va condivisa con chi è stato impedito di procurarsela.
Così io e Mirella (magari con motivazioni iniziali diverse) cominciammo a fare un doposcuola al campo ARAR di Poggioreale, un campo di baraccati, alla periferia di Napoli, di fronte al cimitero.
Cominciammo in un locale abbandonato della scuola elementare “Mastriani”, che dovemmo rendere abitabile chiudendo le finestre con fogli di plastica, tinteggiando e rivestendo di cartone ondulato le pareti. Si facevano “attività libere” per dare spazio alla creatività dei ragazzi e riconciliarli con la scuola. Ben presto una conoscenza più approfondita dei ragazzi e delle loro traversie scolastiche, le ripetute bocciature che li facevano invecchiare nella scuola, ci fece render conto che far giocare i ragazzi con l’argilla o con i colori non influiva gran che sul loro rendimento scolastico. Il locale l’anno dopo non fu più disponibile, per diverse esigenze della scuola (il custode ci allevò le galline), così facemmo un giro nel campo per individuarne i “bisogni culturali”, fummo subito individuati come quelli che avrebbero fatto il doposcuola e ottenemmo la disponibilità di una baracca, quella n.128, dove avevano già operato altri volontari in precedenza.
La “nostra” baracca, come tutte le altre, era una costruzione arrangiata,
di blocchi di pomicemento, senza fondazioni e senza servizi, col tetto di lamiera, una porta e una porta finestra: sette metri per tre.
Si dovette turare col cemento qualche buco nel muro, si fece un controsoffitto di tela di sacco, con un gran sole rosso dipinto e si fabbricarono sgabelli e tavolini con listelli e compensato e si cominciò a lavorare con i ragazzi. Si aiutavano i ragazzi a fare i compiti, ma ben presto ci si accorse che era un lavoro enorme ma di scarsi frutti e allora, progressivamente, si aggiunse all’aiuto a fare i compiti la lettura del giornale, la lettura della costituzione, poi la lettura del vangelo, poi la proiezione di diapositive. La corrente elettrica ci veniva fornita da una famiglia vicina, una volta la settimana, con un filo volante. Gli altri giorni ci si serviva di una lampada a gas. Si continuava intanto l’esercizio del disegno, per dare spazio alla creatività. Si produssero migliaia di disegni a pastello e collages e per far esercitare a scrivere i bambini più piccoli si cominciò a inventare
storie, che venivano inventate e dettate un pezzo al giorno: i racconti della scuola 128. Ci venne poi in mente di produrre un libro che, a differenza di quelli correnti per bambini, fosse ispirato alla vita e alle caratteristiche del campo e delle persone che ci vivevano.
Abbiamo avuto una quantità di difficoltà con i bambini e le famiglie, perché lo sport più gradito era quello di tirare pietre sul tetto della baracca o contro la porta e talvolta, vuoi per la fretta, vuoi per l’imperizia, le pietre cadevano, lontano dal bersaglio, sui tetti vicini e davano fastidio. Ci si dilettava anche a
sgonfiarci le ruote dell’auto: forse eravamo identificati con la gente della scuola e quindi considerati “nemici” o semplicemente troppo strani e “diversi” e quindi da sfottere, o qualcuno cacciato per punizione per il suo comportamento, si vendicava così dell’“ingiustizia” subita.
Ben presto ci rendemmo conto che la “cultura” di cui eravamo portatori non era proprio la cosa più adatta ad essere divisa con i nostri ragazzi: era infatti piuttosto una cultura borghese, di cui non sapevano che fare: era invece necessario crearsi insieme una nuova cultura, con diversi valori, far nascere una coscienza sociale, di classe, la coscienza dei propri diritti, anche in rapporto alla scuola. Perciò, paradossalmente, si può dire che è stato molto più quello che abbiamo imparato piuttosto che ciò che abbiamo “insegnato”. Con la scuola il rapporto fu presto conflittuale: non si riuscì a stabilire una collaborazione. Basti pensare che il direttore definì “un libro anarchico” la
Lettera ad una professoressa di Lorenzo Milani, che per noi era una sorta di Bibbia!
La separazione fra la scuola e la vita si evidenziava in una estraniazione dei bambini, nella scuola, dalla loro realtà: in un tema sulla casa ci si guardava bene dal confessare di vivere nelle baracche, condizione ritenuta vergognosa, e si inventavano casa e ambienti e mobili e visite di parenti, mentre le ripetute bocciature prolungavano indefinitamente e vanificavano la scuola dell’obbligo. A una bambina chiesi una volta se le piacesse andare a scuola; mi sarei aspettato una risposta negativa, invece mi rispose di sì Sorpreso le chiesi come mai e mi rispose che le piaceva perché
“a’ scola se sta càvere”! (a scuola si sta al caldo!). Le baracche non avevano certo riscaldamento. Anche la frequenza dei ragazzi non era troppo costante e il frutto del lavoro in comune era spesso vanificato da una quantità di problemi che andavano dai nuovi buchi prodotti nei muri, da riparare al più presto, ai continui litigi fra i ragazzi che facevano perdere una quantità di tempo.
Io e Mirella ci andavamo tutti i giorni, tranne la domenica, da settembre a giugno-luglio e saltuariamente dava
no una mano degli altri, amici e conoscenti di buona volontà, ma anche loro incostanti, il che creava altri problemi di coordinamento dell’atteggiamento da tenere con i ragazzi e delle finalità che si volevano raggiungere.
Ci eravamo prefissi di sperimentare l’utilità della scuola almeno per cinque anni, quanto durava la scuola elementare, ma per vari motivi la cosa non fu possibile.
Nel novembre del 1969 ci fu a Napoli una grande ondata di occupazioni di case. Contemporaneamente al dopocontroscuola si cercava con altri di organizzare la lotta per ottenere l’assegnazione delle case, visto che c’erano sempre emergenze, scarrupamenti di palazzi, alluvioni, ecc. che facevano passare avanti degli altri in graduatoria e i baraccati restavano sempre nelle baracche. Così anche i baraccati del Campo Arar andarono ad occupare le case perché quelli della commissione
assegnazione alloggi avevano detto che le case occupate a Secondigliano erano quelle che dovevano essere assegnate loro. Si scatenò così una guerra fra poveri: alle burocratiche graduatorie della commissione si sostituì una più immediata ma altrettanto discutibile graduatoria che premiava chi arrivava prima e le case vennero occupate prima ancora di essere completate, senza corrente elettrica, né fogne, senza vetri alle finestre e con i muri ancora grezzi.
Fummo invitati da qualcuno a seguirli nel nuovo quartiere, forse tanto per dire, ma noi prendemmo la cosa sul serio, così anche noi occupammo uno scantinato all’Ises di Secondigliano a ridosso dell’
INA Casa, dove ricominciammo a fabbricare la nostra scuola. Si dovettero sistemare delle mattonelle per fare un pavimento, inventarsi una chiusura per una specie di finestra e sistemare la porta, reduce dalla baracca, una porta di legno rossa, su cui spiccava la scritta “Scuola 128” sul modello della “Scuola 725” di Roberto Sardelli all’Acquedotto Felice a Roma. Si era passati dal termine doposcuola a controscuola, finalmente al semplice “scuola” nella convinzione che quel poco che i ragazzi avevano da imparare per vivere meglio lo ricevessero più lavorando insieme nello scantinato che altrove.
Si ricominciò con la scuola: nella nuova sistemazione la nostra utenza si era allargata e ci trovammo di fronte a un mare di richieste e dovemmo fare dei turni, i più piccoli dalle 16 alle 18, i più grandi dalle 18 alle 20 e oltre. Si continuò ad inventare storie dettandole e adattando lo scenario alla nuova situazione, a leggere i giornali, il vangelo, dei libri, a proiettare diapositive di pittura e di geografia, a fare disegni. Si mantenevano intanto i contatti con le altre scuole, doposcuola e controscuola popolari, di Napoli e d’Italia (allora ce n’erano parecchi) con scambi di idee, incontri; convegni. Si andò perfino a Firenze, un paio di volte, con un paio di “alunne”, in cinquecento, all’Isolotto, ai convegni delle scuole popolari.
Lì ci venne l’idea di fare un giornale, con un sistema di scrittura collettiva ispirato alla Lettera del Milani. Le chiamammo
“La zoccola”, giornale della scuola 128. Aveva la testata stampata in linoleografla e le pagine ciclostilate e si diffondeva vendendolo casa per casa, a cento lire, per recuperare le spese.
La cosa durò dal 1969 al 1976. La frequenza dei ragazzi era sempre incostante e ai vecchi problemi se ne aggiunsero di nuovi, perché il rione Ises non era omogeneo come il campo Arar: la gente che ci viveva veniva da rioni diversi, parecchi da
San Giovanniello, con problemi diversi e in alcuni casi più gravi. C’erano casi veramente disperati. Famiglie che vivevano di espedienti, per esempio dei proventi della raccolta di cartoni da portare al macero, o della raccolta del ferro vecchio. Si scoprirono situazioni da terzo mondo, insospettabili, bambini che dall’età di sei anni lavoravano nelle fabbriche di vetro, prima a collocare i bicchieri negli imballaggi, poi, dai tredici anni a soffiare il vetro, rovinandosi la salute… Famiglie di carcerati, prostitute, ecc.
Le pietre che ci tiravano si concentravano ormai solo sulla porta, non essendoci più il tetto di lamiera, m
a gli sfondamenti del muro continuarono e ci furono un paio di casi di scempi più gravi, con distruzione di materiale, i quaderni dei ragazzi incollati col vinavil versatovi sopra, i nastri registrati con i testi del teatro improvvisato dai ragazzi srotolati e raggomitolati. Si erano ormai accumulate le storie inventate, fino alla dimensione di un libro, con le illustrazioni stampate in linoleografia, che girò per un certo tempo per l’Italia, da un editore all’altro in cerca di un’improbabile pubblicazione, che in effetti non si trovò. Si era prodotto pure un testo teatrale in napoletano, sulla vicenda del gruppo di baraccati, “Pascale Passauaie”.
Nel frattempo la lotta per la casa era diventata lotta contro l’Ises e l’Iacp per ottenere il completamento delle case, il cui fitto gli inquilini si rifiutarono di pagare, per protesta, senza sortire alcun effetto. Vari rioni erano in lotta contro l’Iacp e quelli del rione Traiano, più organizzati, avevano perfino vinto una causa, ottenendo la condanna dell’istituto a effettuare i lavori di manutenzione da sempre trascurati, ma i lavori non si fecero. Ci si unì, fra i vari quartieri, in un coordinamento dei comitati di quartiere dei rioni di edilizia popolare, si fece una manifestazione a Napoli, e una serie di presidi e perfino un’occupazione della sala consiliare dell’Iacp. Non si ottennero grandi risultati.
Della scuola ci occupavamo sempre quotidianamente io e Mirella. Nel frattempo, nel 1972, ci eravamo sposati, trovando un alloggio economico in una ex fattoria vicina al nostro rione. Mirella veniva dal Vomero, io dal collegio “Newman”, dove alloggiavo da vari anni, prima come studente di architettura, poi di teologia.
Si continuava a fare il giornale, a esercitare il teatro e l’arte del disegno spontaneo e si invogliarono i ragazzi a scrivere qualcosa ogni giorno, in modo che l’esercizio della scrittura divenisse una forma abituale di comunicazione. Si mantenevano i contatti con un altro nutrito gruppo presente all’
INA Casa, nel centro sociale, che faceva scuola serale popolare, poi diventò il centro di cultura popolare, anche loro in lotta perenne col boicottaggio e l’ostilità dei partiti e delle assistenti sociali. Il coordinamento, dopo la manifestazione cittadina del 6 febbraio 1976 culminò nella visita del sindaco Valenzi nel rione e si fece in quell’occasione il primo mural , per celebrare la manifestazione a Napoli.
Poi problemi di famiglia, i figli piccoli da accudire, ecc. dimezzarono la nostra presenza alla scuola, per cui, per un certo periodo ci andai solo io; il coordinamento andava smembrandosi e la frequenza dei ragazzi pure divenne più saltuaria. Così si pensò di offrire loro l’esempio di un
autogestione del territorio, sia pure limitata ad una piccola zona, e nello spazio tra i fabbricati dietro lo scantinato della scuola si cominciò la costruzione di una pista di cemento per i “carruocioli” (una sorta di primitivi skateboard fatti con tavole vecchie e cuscinetti a sfera usati, giocattoli da sempre dei ragazzi di strada), di un centinaio di metri di lunghezza per due metri circa di larghezza, che avrebbe circondato uno spazio per il teatro e un tiro a segno al malgoverno (sagome di legno dei responsabili delle ingiustizie da prendere di mira simbolicamente per sfogarsi).
Con enorme sforzo si costruì la pista, ma nel frattempo la frequenza alla scuola si era diluita fino a ridursi a tre o quattro ragazzi, una riunione con le famiglie per deciderne insieme il futuro andò deserta, il comitato di quartiere diventò un comitato della “Madonna dell’Arco” e si alleò col Pci (!); così decidemmo di lasciar perdere: si era ormai nel 1978. Subito nel rione piovve la comunità di S. Egidio a fare doposcuola presso le famiglie…
Era successo che negli anni le nostre posizioni si erano sempre più radicalizzate e ci eravamo allontanati dalla mentalità comune della gente, fino ad apparire sempre più “diversi” e la nostra scuola era ritenuta da qualcuno troppo “rivoluzionaria”!
La lettura del vangelo, per ritrovarne lo spirito e le radici popolari ci portava a criticare la chiesa istituzionale e allora venivamo definiti “protestanti” da quelli che frequentavano la chiesa solo per fruire della funzione magica di riti di passaggio, il battesimo, la prima comunione, il matrimonio, il funerale, per il festeggiamento dei quali ci si indebitava, senza neanche sospettare che essere cristiani potesse comportare un qualche stile di vita. Concezione del resto condivisa da parecchi preti: alle baracche il prete cui proponemmo di
leggere il vangelo con i ragazzi che si preparavano alla prima comunione invece di fargli imparare a memoria le formule incomprensibili del catechismo di Pio X, ci disse meravigliato che il vangelo non aveva niente a che vedere con la preparazione alla prima comunione. Siamo usciti dalla chiesa pure perché non riuscivamo più a conciliare la solidarietà con gli ultimi e il bisogno di democrazia, la lotta per una pari dignità per ogni uomo, il rifiuto di ogni delega, cui pure eravamo stati spinti in origine da motivazioni evangeliche, con l’autoritarismo e la gerarchizzazione vigenti nell’istituzione. Le critiche del falegname all’istituzione religiosa del suo tempo ci parevano perfettamente calzanti alla nostra situazione, così, per restare fedeli a lui ritenemmo di dover combattere l’istituzione. Dopo un matrimonio anticoncordatario, che fu motivo di angustie per il parroco della zona, e occasione di scandalo per noi, lasciammo perdere la chiesa. D’altra parte i ripetuti e colpevoli appelli ai cattolici di sostegno unitario alla DC, fatti dai vescovi ad ogni elezione ci parevano dimostrare che preti e vescovi non parlavano certo a nome di un Dio, che invece quando parlava senza intermediari stava dalla parte dei “piccoli”, non certo del governo! Così si interruppe la nostra esperienza.
Poi i nostri figli sono cresciuti e hanno cominciato ad andare a scuola e ingenuamente pensammo di poter continuare la nostra opera collaborando con la scuola dall’interno.
Per aver realizzato (gratuitamente) con i ragazzi della classe di mio figlio delle pitture collettive su carta da parati, avere proiettato diapositive dell’antica pittura egiziana per vivacizzare l’insegnamento della storia, ecc., il consiglio di circolo diffidò le maestre dal trattenere in classe “persone estranee” alla scuola e fu proibito a tutti i genitori di entrare nella scuola se non convocati per iscritto dalla direzione. Una assurdità, tanto più che il divieto si sospendeva in vicinanza della Pasqua, per permettere ai genitori-sudditi di portare doni alle maestre per impetrarne la benevolenza verso i figli. La cosa finì sui giornali e contro questo sconcio si convocò un’assemblea-confronto fra genitori ed insegnanti: ci vennero otto persone in tutto, ma oltre a loro c’era un buon gruppo di giovani che ritenevano vergognoso il medievalismo dei maestri.
Così è nato il
Gridas, gruppo risveglio dal sonno, nel 1981, con motivazione forse un po’ troppo autobiografica, perché ero io che ero stato a dormire per un paio di anni, ma il sonno della ragione, delle coscienze, è una tentazione sempre in agguato e allora vale la pena di combatterlo.
La lotta contro l’impermeabilità della scuola ai contributi esterni e per la ricucitura della scuola con la società, evitando che divenga un corpo separato, un’istituzione totale, isolata dalla società, è proseguita, con qualche buon risultato ma senza alcuna vittoria definitiva. Dopo alcune elezioni di organi collegiali manovrate dai democristiani di turno per impedire a noi di parlare, si riuscì ad organizzare un comitato di genitori, in alternativa all’ingessatura della “partecipazione” nei cosiddetti organi collegiali. Ci si è fatta una cultura giuridica attraverso la ricognizione dei nostri diritti nella giungla della legislazione scolastica, della cui confusione approfittano quanti, abusando della propria autorità, ritengono la scuola una sorta di riserva privata, giacché c’è sempre una circolare da citare per contraddire una legge precedente, a favore dell’immutabilità dell’istituzione.
Ci siamo fatti un’ampia esperienza della scuola e dei tipi umani che vi circolano: nella stragrande maggioranza persone frustrate che dovrebbero stare alla larga dai bambini, talvolta ignoranti e tanto più sussiegosi e presuntuosi quanto più ignoranti, ma più spesso di una paurosa scarsità umana, attenti solo a difendere il loro piccolo e circoscritto mondo da ogni contatto con la società, da ogni influenza “politica” o civile che venga dall’esterno. Abbiamo pure trovato però persone che si impegnano totalmente, lottando contro la stupidità e la pochezza umana della maggioranza, restituendo alla scuola il suo significato.
Così il
Gridas sta vivendo da undici anni, fornendo un aiuto a questi pochi insegnanti degni del loro titolo, contro la cultura del nulla e la distruzione della creatività e della umanità dei ragazzi. Ma il nostro discorso cerca di indirizzarsi alla società intera, non solo alla scuola, per aiutare la sua coscienza a rafforzarsi, appunto a svegliarsi, inventandoci ogni strumento che ci sembri opportuno a catturare l’attenzione e a convincere.
Si è cominciato con i murales, dipingendo i muri di recinzione della pineta dell’
INA Casa, per dare ai ragazzi l’opportunità di esprimersi in libertà e alla grande, con prodotti durevoli invece che in sterili esercizi ripetitivi condannati ad essere distrutti dopo la realizzazione, ma anche confidando che l’intervento colorato sullo squallore del quotidiano fosse in qualche modo la prefigurazione di una società diversa da realizzare con pienezza di partecipazione e non solo sui muri, ma soprattutto nelle coscienze. L’utopia sui muri.
L’ambiente intorno a noi è cambiato nel tempo e l’Ises è ormai un piccolo gruppo di case fra l’
INA Casa e l’enorme sconcio della 167, un rione popolare che si è gonfiato fino a centomila abitanti, che ha occupato a poco a poco come una piovra tutti i campi che circondavano il rione, con enormi problemi di sopravvivenza umana, giacché è un quartiere costruito in modo da negare l’umanità, una sorta di fabbrica della delinquenza, da reprimere poi nel carcere costruito di fronte. In compenso sono aumentati i muri grigi.
Abbiamo realizzato ormai un’ottantina di murales, non solo con le scuole, ma con varie realtà vive, cui abbiamo dato una mano perché la loro lotta avesse una testimonianza durevole e potesse comunicarsi a più persone. Con i ragazzi ci piace lavorare perché, grattata la scorza, si riesce a farne emergere la vita e si entusiasmano e riteniamo che dipingere con loro la scuola significhi insegnare che il bene pubblico è un bene di tutti e va curato come una proprietà di ciascuno, invece di essere considerato cosa di nessuno e quindi da abbandonare allo sfascio. Si è lanciata l’idea del carnevale di quartiere, come momento di libertà nel quale esprimere, approfittando della mascheratura, la propria opinione sui fatti del giorno e il proprio dissenso dalle scelte del potere. Fabbricazione di maschere, un laboratorio creativo durante il quale approfondire, lavorando insieme, i significati e le idee per poi comunicarle a tutti in un corteo mascherato per le vie del rione, con un falò finale dei simboli negativi. Il carnevale si fa ormai da dieci anni e ha toccato nel tempo i temi più diversi, dalla pace contro la guerra, alla critica degli sprechi per i mondiali del ‘90, alla solidarietà con la resistenza degli indigeni americani.
Usiamo l’arma della creatività artistica come supporto alle lotte che il disagio spinge o dovrebbe spingere a realizzare. Si è inventato un televisore di compensato con dentro un rotolo di tela dipinta a riquadri, da spiegare quadro per quadro, per le strade, accompagnandosi col tamburo, i piatti e la grancassa, che serve ironicamente a far dire alla televisione quello che mai ne uscirebbe. Si rivolgono a noi molti per farsi dipingere striscioni colorati per varie manifestazioni così si può dire che siamo presenti attraverso le nostre realizzazioni in ogni manifestazione che stia dalla parte degli oppressi. Per pubblicizzare quello che facciamo, la protesta, la lotta, la solidarietà, ci serviamo di manifesti e autoadesivi linoleografati, realizzati in proprio con tanta fatica e pochi soldi. Ne abbiamo prodotti migliaia.
Un’altra nostra aspirazione è quella di contrastare l’emarginazione delle periferie, un’emarginazione anche culturale. Così abbiamo esposto a più riprese i nostri prodotti di periferia nel cuore della città, nei luoghi deputati della cultura: una proiezione di diapositive all’Istituto Francese, una mostra alla Galleria Scarlatti, una mostra da Intra Moenia. Adesso stiamo lavorando ad un libro illustrato sui nostri murales, per spingere a discutere di una produzione culturale ignorata dai “responsabili della cultura” e tentare di uscire dall’invisibilità. Si può dipingere migliaia di metri quadrati sui muri e restare invisibili ai ciechi che ci governano!
La rispondenza della gente del rione alle nostre sollecitazioni non è soddisfacente e questo ancora una volta ci angustia: la chiarezza del messaggio pare vada a scapito della partecipazione, siamo considerati un p
o’ i pazzi del luogo, d’altra parte se si va contro corrente e si lotta in primo luogo contro lo strapotere del denaro e la monetizzazione di tutto, lavorando gratis e spesso rimettendoci, certo non si è un esempio da imitare!
Lungi dall’essere orgogliosi della nostra presenza nel rione siamo visti dagli arrampicatori sociali come una minaccia o una vergogna. Così la nostra proposta della realizzazione di una casa della cultura nel centro sociale dove siamo installati da dieci anni non è stata neanche presa in considerazione dai responsabili della circoscrizione, anzi è in atto un tentativo di sopprimerci sottraendoci anche la sede. –
Pensare una casa della cultura, dove disegnare, inventare, creare, studiare senza schemi, né regole, né presidi, né bidelli, in mezzo al degrado e al dominio della camorra: uno scandalo! Meglio impiantarci una innocua biblioteca comunale o meglio ancora lasciare che la camorra investa i suoi soldi per impiantarvi un piano bar o un bel supermercato!
In realtà anche il gruppo si è ristretto negli anni e dalla ventina di perso
ne iniziali ci si è ridotti a quattro o cinque, ma in compenso ci siamo fatti conoscere ben oltre i confini del rione, e abbiamo la coscienza di costituire un punto di riferimento per molti e una sorta di coscienza del rione, suo malgrado. Ci sono stati vari tentativi di soppressione da parte delle ottuse autorità circoscrizionali, un preside di scuola media ci ha cacciati in malo modo dalla sua scuola, qualche mural è stato cancellato dopo essere stato autorizzato e ultimato, ma le immagini sui muri restano, ancorché sbiadite, a interpellare le coscienze, più o meno sonnolente, in attesa del gran giorno del risveglio. Il giorno in cui i sogni collettivi, i sogni dei poveri, cominceranno a diventare realtà.

Felice Pignataro


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