Archeologia come metafora

La Basilica di San Clemente a Roma


La tematica dei sotterranei della storia può portare alla scoperta di movimenti che non si vedono, ma che operano in profondità aspettando il momento propizio per esplodere ed operare così dei cambiamenti. Porta pure alla scoperta di filoni abbandonati lungo i secoli che non si sono estinti mai completamente, anzi di tanto in tanto emergono in superficie dando prova della loro vitalità, come cenere sotto la brace. Filoni che hanno bisogno di essere collegati tra di loro, come pezzi di un mosaico. Roma è piena di sotterranei, basti pensare alle catacombe che a noi richiamano la chiesa dei martiri, la chiesa piccolo gregge non ancora legata al potere.

La basilica di S. Clemente è uno dei luoghi sotterranei che raccoglie molte memorie, è un insieme di filoni spenti e abbandonati e di filoni che non hanno perso la loro validità. La storia di questa basilica è il riassunto della storia del cristianesimo che va dai primi secoli fino all’età moderna e la sua costruzione su tre livelli, durata per 1700 anni la si può chiamare la struttura delle negazioni. È stato un continuo tentativo di soffocare ciò che costituiva il nucleo importante precedente, corrispondente all’idea di chiesa. Un tentativo mai risolto perché certe linee emergono continuamente a dispetto delle negazioni. Nella basilica superiore ciò che colpisce è il grande mosaico dell’abside: il Cristo sopra la croce come sopra un albero piantato in cima al colle del paradiso, da cui scaturisce un fiume che va ad irrorare il mondo.
Su di essa sono disegnate le colombe, simbolo delle anime dei martiri che partecipano alla passione di Cristo. Da questo albero partono moltissimi rami tra il cui fogliame si vedono varie scene rurali: è la vita che dà sostentamento a uomini e donne di ogni condizione. Sotto il mosaico la cattedra del vescovo con ai lati i posti per i presbiteri, disposti in semicerchio. Un’espressione della sinodalità, da tanti secoli negata all’interno della chiesa cattolica, soprattutto nel periodo in cui questa basilica superiore è stata costruita, nell’anno 1100, quando il papato stava per raggiungere il massimo del suo potere monarchico. Quella cattedra e quei posti vuoti stanno ancora oggi aspettando la sinodalità vera, basata sulla fraternità e la comunione. Non per nulla sopra questi posti a sedere sono dipinti gli apostoli e Maria e più sopra ancora il mosaico, simbolo dell’unità tra Cristo e l’universo preso nella sua totalità.
Sinodalità della chiesa che oggi si dovrebbe esprimere rinunciando all’egemonia della cultura latina-occidentale, per lasciare spazi di parità alle altre, soprattutto quelle del sud del mondo.
Questa basilica è intitolata a Clemente, la cui lettera ai cristiani di Corinto per molto tempo è stata letta e considerata parola di Dio, che non si riteneva chiusa con la tradizione apostolica; anche questo è un altro filone dimenticato lungo i meandri della storia delle chiese, soprattutto nel periodo della canonizzazione di alcuni vangeli a discapito di altri. Già Gregorio Magno affermava che “la scrittura cresce con chi la legge”. È un capitolo ancora aperto, come pure quello della libertà del soggetto nella interpretazione della Bibbia, che già esisteva nei Padri della chiesa.
La basilica inferiore dell’epoca paleocristiana, sorta sul cortile dell’area mitarica, riempita di detriti per fare da piattaforma alla struttura, possiede degli affreschi che si riferiscono alla vita di S. Clemente; uno di questi è particolarmente stimolante per la scritta che spiega le figure, dove appare chiaramente il passaggio tra il latino e il volgare. Credo sia uno dei primi esempi di questo genere. Sisinno incita i servi a legare Clemente e a trascinarlo fuori: “Fili dele pute, traite, Gosmari, Albertel traite. Falite dereto colo palo, Carvoncello”, mentre Clemente se n’era andato via mormorando: “duritiam cordis vestris saxa trahere meruistis”. Il vescovo non poteva parlare la lingua volgare. È stato questo un tentativo di fare entrare nella chiesa un linguaggio comprensibile, la lingua parlata, stampata sotto la Bibbia del popolo, perché così erano considerati gli affreschi nelle chiese. Non per nulla in questo luogo furono sepolti i fratelli Cirillo e Metodio, gli evangelizzatori degli slavi e gli ideatori della lingua slava, che hanno tradotto in lingua corrente la Bibbia. Anche questo è un filone interessante per il nostro tempo, in cui il discorso della inculturazione e della comprensibilità del linguaggio si ripropone con prepotenza, non risolvibile con l’offerta di catechismi universali. In questo luogo è stato sepolto pure Ignazio di Antiochia, che ha scritto delle lettere alle chiese che incontrava lungo il viaggio del suo martirio, per esprimere l’unità delle diverse chiese e la loro solidarietà: il singolo non è mai solo e il martirio di Ignazio è il martirio di tutta la chiesa.
Invece ai nostri tempi il martirio di Romero non è stato considerato tale, la sofferenza di una chiesa è ignorata dalle altre, soprattutto in quelle dell’area occidentale, troppo ripiegate su se stesse; difficilmente esse sono partecipi delle sofferenze delle chiese del sud, relegate a notizie solo nelle cosiddette feste missionarie.

Sotto questa basilica, 24 metri sotto il livello stradale, troviamo l’area del mitreo con un cortile riempito di detriti, quando il cristianesimo divenne religione di stato. Fu quella un’operazione di distruzione di un’esperienza religiosa che poteva essere la sua diretta concorrente. A detta di molti la religione di Mitra è stata una delle espressioni massime della religiosità del paganesimo. Moltissime forme di questa religiosità sono confluite nel cristianesimo. Gli addetti a questo culto avevano una condotta molto seria e tenevano segreta la loro appartenenza, perché risaltasse meglio la loro fede attraverso la loro vita. Piccoli gruppi, come piccole chiese, che vivevano intensamente la loro fede, con un percorso molto lungo, composto di sette gradi, rinunciando a qualsiasi onore con la funzione del “miles” (cresima!), pronunciando le parole: “solo Mitra è la mia corona, la mia corona appartiene solo al mio dio” (vedi Paolo, 2 Tess. 2,9).
Nella Roma imperiale esistevano centinaia di mitrei, segno della vitalità di questa espressione religiosa ed è altrettanto interessante il modo con cui erano organizzati: non una fede megalomane, amante della grandezza, ma conscia di essere un piccolo gregge. È il periodo questo della costruzione delle grandi basiliche costantiniane e della distruzione di moltissime espressioni religiose pagane: il sotterraneo del mitreo di S. Clemente ne è un esempio.
Il cristianesimo si afferma come religione intollerante, che per farsi spazio ha bisogno di emergere solo sulle rovine di altri: a quanto pare, questa non è la fede nella croce, ma nella corona. Il filosofo pagano Celso, contro il quale gli apologeti avevano rivolto scritti violenti dirà: «Gli apologeti vedono nei miracoli di Gesù e dei suoi discepoli le prove della sua divinità, ma come mai allora le stesse azioni compiute da pagani devono essere opera di Satana? Ed i profeti dell’Antico Testamento vengono caratterizzati come veggenti che hanno annunciato Dio, mentre quelli dell’oracolo di Delfi sono mistificatori, degni di riprovazione. Non ci si deve chiedere se qualcosa sia stato previsto o no, bensì se la causa di Dio sia degna e bella».
Credo sia questa una grande lezione di rispetto verso la religiosità di popoli e culture diverse, uno dei filoni dimenticati nei sotterranei ma che solo oggi sta emergendo con vigore e che pone grossi interrogativi alla cosiddetta “nuova evangelizzazione”.

MARIO SIGNORELLI


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