2011 Bergamo / Nella crisi… ripensare il lavoro / Le risposte

Seconda parte del
CONVEGNO DI BERGAMO 2011

3) Le risposte del relatore

 
Contrariamente a un’osservazione fatta da qualcuno di voi nella pausa caffè, a me sinceramente non sembra di aver dato una visione ottimistica: io ho detto che l’Italia si è indebolita dal punto di vista della propria capacità di catturare lavoro sullo scenario internazionale. Inoltre, il lavoro è stato distribuito all’interno dell’Italia in modo molto diseguale, nonostante la superficie del fenomeno sia stata che più gente ha lavorato. La distribuzione diseguale di questo lavoro che si è pian piano perso sul versante internazionale è rilevabile dal crescente disagio di cui ho dato alcuni numeri.
Quindi a mio parere il quadro non è proprio così ottimistico.
Aggiungiamo il fatto che non c’è un soggetto in grado di affrontare questo tipo di problema. Qualcuno di voi chiedeva cosa può fare la politica di un paese a fronte del fatto che il capitalismo è un sistema privato. Il confronto con altri paesi ci dice che un paese può fare una politica industriale; un governo può scegliere che ci sono alcuni settori che sono ritenuti cruciali per la storia e per le potenzialità di quel paese e quei settori li difende, li potenzia, li sussidia, li protegge… Sono diversi gli interventi che possono essere messi in campo. Pensate, per esempio, alla vicenda della Parmalat: arriva un’azienda francese e ti porta via il secondo gruppo industriale del settore agro-alimentare, che teoricamente è una delle vocazioni produttive dell’Italia. Pensate il rovescio: e se la Parmalat avesse tentato di comprare la Lactalis? Assolutamente impossibile. Cioè nel momento in cui non c’è una classe dirigente che esercita nel bene e nel male il proprio ruolo, e la classe dirigente è quella dell’impresa privata e quella che opera nell’apparato pubblico… nel momento in cui non hai nessuno di questi due soggetti, ti si pone un problema.
La vecchia preghiera che diceva: dacci dei buoni governanti…
Il problema è che dal basso non governi, dal basso puoi solo cercare di mettere dei paletti, ma la lotta che ci descriveva prima l’operaio della SAME di Treviglio1 è una lotta simbolica, importante, che si può fare in un caso specifico; ma non si può fare un’equivalente lotta per fare assumere 50 disoccupati; puoi fare una lotta per stabilizzare 50 che in quel momento sono interinali…
Il vero problema mi sembra il fatto che non c’è un soggetto decisore; noi possiamo, date le coordinate internazionali e nazionali, domandarci come possiamo affrontare le conseguenze nella nostra quotidianità; su questo ho cercato di indicare quali sono le conseguenze più a ricaduta diretta sul quotidiano, che sono la presenza di queste fasce di giovani che vanno a sovraccaricare il carico sociale delle famiglie, e la crescente quota di famiglie che sono in difficoltà.
Poi possiamo fare un pezzo di lavoro sul tentativo di difesa dei diritti, ma facendo entrambe le cose noi non riusciamo a cambiare il destino produttivo o la collocazione dell’Italia nella divisione internazionale, perché non è un compito per il quale in una società capitalistica noi possiamo avere una voce; certo, possiamo fare delle pressioni, possiamo votare, però noi subiamo le conseguenze che fanno altri su questo.
L’altra questione sui giovani: a mio parere i giovani non sono oggetto di recriminazioni; non ho aver parlato dei Neet come persone che colpevolmente sono in quella situazione. I giovani sono purtroppo la parte schiacciata che in questo momento soffre di più, perché chi oggi ha tra i 20 e i 35 anni è una generazione tradita, su cui si è scaricato tutto l’aggiustamento che, per evitare il conflitto, non è stato posto sulle spalle delle generazioni precedenti. La maggior parte di voi sono pensionati: l’accordo precedente fatto sulle pensioni è un accordo iniquo nei confronti delle generazioni giovani, perché il sistema di prima poteva durare nella misura in cui il numero degli occupati, la base produttiva fosse rimasta costante; nel momento in cui per ragioni demografiche si riduce la base imponibile, non è possibile erogare le pensioni che a voi sono state promesse. L’aggiustamento poteva essere fatto o tagliando le pensioni per coloro che stavano entrando in pensione, oppure alternativamente tagliandole più del necessario per coloro che andranno in pensione, ma tanto ci andranno molto più avanti o nel tempo. È stata fatta la seconda scelta.
Secondo tradimento: le imprese italiane richiedevano flessibilità, strumentalmente o realmente.. Tu potevi indebolire i diritti di tutti, oppure alternativamente dire: salvaguardo quelli che sono dentro il mercato del lavoro e frego quelli che vengono dopo: la flessibilità è tutta scaricata sui giovani… se andiamo a guardare la struttura per età di coloro che pagano, la cosa appare chiaramente. E non solo in Italia, ma in tutti i paesi europei allo stesso modo. E’ stata chiamata flessibilizzazione al margine. Politicamente è meno costosa, vai a colpire il gruppo minoritario, perché l’elettorato grosso non viene toccato.
Terzo tradimento: s’è andato azzerando la capacità di risparmio perché gradualmente so sono abbassate le retribuzioni… con il risultato che non c’è possibilità di risparmio per coloro che entrano con un reddito di mille euro al mese e che dopo vent’anni restano a milletrecento euro. Che possibilità di accumulo diamo a questa generazione? Oggi c’è chi fa mutui di trentacinque, quarant’anni, per pagarsi la casa: mai fatti da nessuno della nostra generazione, perché avevamo dei margini di risparmio più ampi. Se ci calassimo nei panni di qualcuno che deve entrare con queste prospettive sul mercato del lavoro, viene da domandarci sulla base di che cosa dovrebbe costruirsi un qualche ideale di speranza. Io sinceramente quando osservo mio figlio provo un senso di angoscia per lui; io il mio pezzo di vita me lo sono vissuto e so quello che lui dovrà vivere… a quel punto scatta il familismo amorale, perché l’ansia da genitore porterebbe a cercare di proteggere e dare tutto il privilegio possibile, fottendosene di tutti quelli che sono intorno. Invece collettivamente dovremmo porci la domanda di come facciamo a restituire a una generazione derubata una parte di quello che le è stato portato via. Questa è la domanda che la nostra generazione dovrebbe porsi; poi non ho nessun suggerimento di risposta…
E tenete conto che la fregatura continuerà perché questa generazione non solo non avrà la pensione, ma ha difficoltà nell’ingresso sul mercato del lavoro, con un margine di risparmio nullo, nella condizione generale di un allungamento della speranza di vita e quindi, pro quota per via parentale, dovrà farsi carico di questa…
[Dalla sala una donna interviene: “ma non è vero che non c’è ricchezza; è che è concentrata nelle mani di pochi ricchi; quella ricchezza dovrebbe essere redistribuita”.]
Certo, diciamo pure che la ricchezza è distribuita in modo diseguale, non abbiamo bisogno di convincerci reciprocamente; però se guardiamo qual è la percentuale di reddito risparmiato negli ultimi 10 anni, dobbiamo dire che cala spaventosamente. Per la generazione dei miei genitori la percentuale di reddito risparmiato era il 30% medio nazionale. All’inizio del 2000 è il 10%; alla fine del 2010 è il 7%. Ormai il margine di risparmio – che poi è differenziato, perché per alcuni è addirittura negativo, per altri è consistente – è un indicatore o di consumismo sfrenato, ma questo noi non lo vediamo, oppure di crescente difficoltà, per cui uno per cercare di tenere, erode progressivamente le proprie risorse. Questo è il fenomeno medio e generalizzato. C’’è poi qualcuno che se la cava meglio e compra anche due case, ma c’è anche qualcuno che ormai non ci riesce più… Il tema dell’edilizia popolare, le case Fanfani degli anni 50, dovranno per necessità tornare all’ordine del giorno, perché in questo momento è il problema più grosso che incatena le persone per la durata più lunga.
Se poi vogliamo fare una ridistribuzione, basterebbe reintrodurre l’ICI sulla prima casa e col gettito di questa – che è un’imposta sulla ricchezza – ripartire con l’edilizia popolare. Questo sarebbe già un modo per riequilibrare.
Qualcuno di voi dice che se non ti reinventi la società non puoi cambiare il lavoro. Verissimo che potremmo sopravvivere con meno ore di lavoro e credo che in questa sala siamo tutti convinti che potremmo vivere con meno merci di quelle che consumiamo. Il problema vero è come fare a bloccare il desiderio di arricchimento di coloro che non ci stanno a un patto di sobrietà e di riduzione: come fai a guadagnare consensi sul fatto che una vita sobria è un buon ideale di vita? Questo mi sembra il nodo culturale sottostante.
… Mi è piaciuto molto questo uso del tutto atipico di “capitale umano”. Backer… usa questa terminologia con un intento esattamente antimarxista: è vero che ci sono i capitalisti, ma se c’è il capitale umano siamo tutti capitalisti…..
Sul fatto che se non cresce il consumo delle merci non può tenere l’occupazione: è vero, e vale per le merci, ma vale anche per i servizi. Virtualmente una società può vivere anche non attraverso il consumo e la produzione di merci, che hanno un impatto ambientale…. ma anche mediante la produzione di servizi. Noi potremmo passare la vita ad aiutarci reciprocamente anche attraverso il lavoro di cura – tipica produzione che non ha impatto ambientale e che nello stesso tempo può avere una sua rilevanza economica – ; occorre notare però che il lavoro di cura ha tutto il problema della mancanza di competitività. Esiste una produzione di servizi che ha un valore, una competitività sui mercati internazionali? Sì, in alcuni settori, per esempio la produzione di software. Fuori del lavoro di cura ci possono essere altre aree in cui produci servizi, quindi puoi declinare una crescita che sia amichevole nei confronti dell’ambiente e che allo stesso tempo ti permetta di avere competitività nei confronti degli altri paesi. È una risposta di tipo teorico: è vero che in generale quanto più investi su un settore industriale e tieni a quel settore come cuore del sistema produttivo, sei vincolato al fatto che devi sempre più consumare merci. Gesualdi racconta che possiamo investire sul riciclo come forma alternativa di produzione materiale amica dell’ambiente. Io non so quale scala del processo produttivo possa avere un’economia del riciclo; sinceramente non ci credo molto, ma potrei sbagliarmi.
Quanto può sopravvivere una legislazione fondata sul lavoro? Io sono convinto che abbia un lungo futuro. Negli USA esiste la completa liberalizzazione: il diritto del lavoro quasi non esiste come concetto, tant’è che la forma contrattuale disponibile è il “lavoro a chiamata”: le due parti sono libere di lasciarsi al termine di ogni giornata lavorativa. Nonostante questa possibilità di relazione lavorativa assolutamente non regolata, solo un terzo dei contratti di lavoro si mantiene con questa modalità. Gli altri due terzi stipulano volontariamente qualche forma di tutela reciproca. Infatti non è vero che l’ideale dell’impresa sia avere un lavoratore da poter mandar via domani, perché poi l’impresa non vuole lasciare al lavoratore questa libertà nel momento in cui lavoratore e impresa investono reciprocamente, in termini di competenze acquisite sul posto di lavoro, di fiducia, di autonomia decisionale.
Quindi sicuramente esisterà sempre un settore dell’economia in cui le relazioni di lavoro stanno nell’ordine del lavoratore a giornata, ma non è questo quello che conviene necessariamente alle imprese. Per questo io ritengo che ci sia un futuro lungo di leggi che tutelano il lavoratore. Il problema è la qualità di tutela, perché dietro la tutela poi ci sta un potere contrattuale. L’impresa vorrebbe tutelare se stessa e avere il lavoratore senza potere contrattuale. Anche una proposta molto di destra come quella di Boeri e Ichino, del contratto di lavoro che si congela. Per affrontare il tema della precarietà la proposta dice: cancelliamo la Biagi e tutte le forme contrattuali che sono state inventate, introduciamo un contratto che è un lungo periodo di prova, fino a tre anni, in cui però, pian piano nel tempo i diritti si consolidano. Per i primi sei mesi l’impresa ti può lasciare a casa, negli altri sei mesi comincia a doverti un’indennità, eccetera; alla fine dei tre anni, se il rapporto di lavoro non è interrotto, diventa a tempo indeterminato. Una proposta di questo tipo in realtà le imprese non l’hanno voluta, perché considerano comunque il fatto che è l’impresa che deve poter decidere e non accetta degli automatismi. In sostanza dice: io ti trasformo anche prima a tempo indeterminato, ma sono io che lo decido. Questa è la mia interpretazione del comportamento delle imprese.
Sul racconto di Graziano Giusti: sono contento che sia andata in questo modo; è verissimo quello che dicevi sul fatto che finché… ci sono diversi studi che cercano di capire se la precarietà e l’intermittenza rappresentano un ostacolo temporaneo all’ingresso oppure una trappola permanente. Molti entrano con contratti di tipo precario, però per la maggior parte di essi questo si trasforma in occupazione permanente. Però per l’altra parte rappresenta una trappola: diventa un circolo vizioso dal quale non riescono più a tirarsi fuori. Infatti il problema è che cosa fare dei lavoratori di più di 35-40 anni che sono ancora, per esempio, nel circuito del lavoro interinale. A maggior ragione, quindi, per coloro che ci cadono dentro in seguito a crisi aziendali, come nel caso di Graziano.
Sull’illegalità: è un a causa o una conseguenza? Questo mi sembra il vero nodo. Una parte di studiosi tende a sostenere che sia una causa, e che quindi il mancato sviluppo dell’area meridionale sia imputabile alla mancanza di sistemi di regole credibili, per cui l’imprenditore del nord non va a investire al sud perché sa che là non ha garanzie di esercizio.
Io tenderei invece a sostenere l’ipotesi opposta, nel senso che si è sviluppata un’illegalità diffusa a seguito della mancata presenza di una crescita che abbia ostacolato l’affermarsi del sistema di illegalità. Un esempio: la disoccupazione. Sappiamo tutti che la camorra distribuisce indennità di disoccupazione alla popolazione che protegge. E’ chiaro che in una situazione di mancanza di sussidio pubblico alla disoccupazione, se la popolazione deve scegliere se vuole o non vuole la camorra opta per la camorra indipendentemente dal fatto che la camorra finanzi il sussidio di disoccupazione attraverso attività illegali. L’unico modo per togliere popolarità alla camorra sarebbe l’esistenza di un sussidio di disoccupazione erogato pubblicamente. Siccome questo non esiste, il problema di sconfiggere militarmente la camorra senza risolvere il ruolo sociale che la camorra esercita è un problema che rimane aperto. Si parla di cultura della legalità (i temi di Libera)… ma la cultura della legalità senza equivalenti diritti economici, è una proposizione debole.
Sulla questione se può sopravvivere un sistema di piccola industria: sì, il Giappone è un paese che ha una dimensione media di impresa analoga a quella italiana, eppure ha avuto una performance di crescita – a parte l’ultimo decennio – molto significativa. Il problema vero è che l’impresa piccola ha una serie di limiti legati alla capitalizzazione bassa, tali per cui richiederebbe un sistema bancario in grado di svolgere un ruolo molto positivo. Senza capitali l’impresa piccola può essere al margine, ma non sarà mai strategicamente grossa. Più che un problema di impresa piccola è un problema di quale ruolo possa esercitare il sistema bancario.
Il modello tedesco, che è stato citato, è un sistema in cui le banche entrano nei consigli di amministrazione delle imprese: le banche esercitano una politica industriale, decidendo quali sono i settori da finanziare. Nel caso dell’Italia, invece, per legge fino a tempo fa il sistema bancario è stato costretto a stare fuori da quello produttivo, con il conseguente sotto finanziamento dell’industria stessa.

Daniele Checchi


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L’operaio è Graziano Giusti, il cui intervento è riportato nella sezione frammenti di vita con il titolo Lavoro precario, vita precaria.


 

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