Reso “atipico” dalla vita: riscopro un cammino di cambiamento

Frammenti di vita



Rileggendo alcune vicende di preti considerati “atipici”: preti operai, preti sposati, preti “dispersi” e senza momenti e impegni di parrocchia, insieme a preti in cura psichiatrica, dediti all’alcool o profondamente demotivati e in crisi di fede, mi sono ritrovato nella convinzione, che tutti i preti per sé sono “atipici” e dovrebbero rendersene conto con semplicità e serenità.
A partire dalla mia infanzia mancata, in una famiglia numerosa in estrema povertà, senza effettiva esperienza di paternità (mio padre è morto che avevo appena sette anni): da un periodo di infanzia negata in Seminario, già a 11 anni, dove ero già un “pretino” in miniatura, con impegni di 3 quarti d’ora di meditazione mattutina, al freddo sotto il “tabaro”, poi di Messa quotidiana, poi di silenzio in una vita di stampo monacale, poi di scuola con il fortissimo senso del dovere e della “regola”, spiegata nel dettaglio tutte le settimane, mi chiedo ancora oggi il senso. Nasceva così un senso della vita senza giochi e senza amicizie (per paura di quelle “particolari”!) per cui ho scoperto la mia giovinezza a 26 anni, scorrazzando libero per la parrocchia con la pastorale giovanile, la vita di gruppo, senza norme e senza programmi, mentre cresceva la normalizzazione dei preti, senza privilegi e senza precedenze scontate, da “come loro” – così profetizzava Voillaume, dei Piccoli Fratelli di Gesù.
L’incontro con la miseria di Borgo Capriolo, con la piccola criminalità legata al Carcere di Santa Bona, nella periferia trevigiana, mi hanno poi ridimensionato e rimesso a confronto con una vita normalmente dura, tranquillamente avulsa da interessi e preoccupazioni ecclesiocentriche o da devozioni e riti religiosi, da scadenze sacrali e spesso anche morali. Il tutto veniva riscoperto con gli occhi di chi, come me, pensava al mondo intero religiosamente interrogato e normalmente alla ricerca del Dio rivelato. Cominciava ad apparirmi un Cristo diverso, una fede laica, una chiesa povera, cosciente di essere minoranza, di essere “minorita”, senza tante caratteristiche trionfali, dove la figura del prete veniva molto ridimensionata, quando non sentita come avversa o estranea e nemica e a lui veniva richiesto di umanizzarsi, di farsi vicino, di riconoscersi “peccatore” con tutti e come tutti.
Una sera all’imbrunire sono entrato in una famiglia e a qualcuno che gli chiedeva se mi conosceva, il padrone di casa rispondeva sicuro “l’è quel dell’oio”, quello che porta l’olio per le case; mentre tutti gli altri lo rimproveravano dicendo: “Nò te vedi che l’è el capean”… mi è sembrato allora di aver avuto il battesimo della normalizzazione conciliare; eravamo nel 1967.
È stato successivamente un cammino di difficoltà e incomprensioni, ma soprattutto di scontri ideali con gli altri preti e con i parroci; cammino di ricerca di liberazione da prassi non essenziali, da costumi e rapporti non di per sé qualificanti la fede e l’incontro con Gesù Cristo, specie per i giovani, i gruppi giovanili, gli Scouts di quegli anni. Alla fine del periodo a Mirano (VE) nel 1973 avevo guadagnato la qualifica di cappellano “ammazzaparroci” e insieme le scuse per “non aver capito le tue intenzioni”, da parte dello stesso parroco, gravemente ammalato, e perciò molto più disponibile a cogliere insieme l’essenzialità del vivere.
Questa nasce legata al progressivo abbandono di segni e riti ormai incomprensibili e privi di messaggio: dalla tonaca, usata anche per giocare al pallone o girare in moto (ho arrischiato 2 volte di uscire di strada e 2 volte ho maciullato la talare), alle suppellettili per la Messa, nate in clima di sacralizzazione di tutto (ricordo che nello zaino da assistente del Clan Scout avevo le pianete di almeno 4 colori e la pietra sacra con tutto l’armamentario per la celebrazione, da portare in spalla fino a 2000 metri, durante il campo mobile!), arrivate ad essere solo un po’ di pane e un po’ di vino come negli ultimi campeggi giovanili.
Mi nasce contemporaneamente, dentro, l’esigenza di una continua revisione di vita, di essenzializzare la fede, alla ricerca di incontro povero con i giovani, ma anche con gli adulti, eliminando distanze e sacralità, inutili ai rapporti fraterni e solidali, legati al quotidiano. La ricerca di Dio e il cammino con gli uomini e le donne di tutti i giorni, in parrocchia come nel lavoro poi, nell’impegno ecclesiale e insieme “politico”, fino al partitico, con relative scelte concrete di campo nel sindacale, nel sociale. Mi è sembrato complessivamente nella mia vita un cammino di semplificazione, di liberazione, di ritorno alla quotidianità piatta e ripetitiva, di miserie e di sconfitte.
Difficile, anche per il mio carattere, è stato l’imparare a perdere con dignità, a ricominciare sempre di nuovo, a riprendermi dopo delusioni e amare smentite alle mie analisi e programmazioni. Erano occasioni di rifiuti e demitizzazioni violente, pagate a duro prezzo.

Questo periodo diventa riscoperta dello spirito francescano, del distacco da sé e dai propri piani per una autenticità legata al respiro della vita, dove è possibile incontrare anche “Altro”. Nasce in me l’idea di una chiesa destrutturata e diffusa, popolo in cammino; luogo della dignità dei laici, della diaconia laicale delle ACLI, del sacerdozio comune dei fedeli, di provenienza battesimale e al di là e al di fuori dei normali canali istituzionali e strutturati. Pare a volte di vivere di una presenza del Padre, “spirituale”, imprevedibile, senza canoni prefissati o scadenze liturgiche fisse, previste da luoghi e persone “deputate” al sacro.
Complessivamente mi si evidenzia il fatto che viviamo di una spiritualità e di una maniera di pregare, appresa e proposta, che ha caratteristiche monacali e ripetitive, proveniente da una vita più statica e garantita nell’essenziale, senza grandi conflitti e con una continuità e linearità, possibile solo nei conventi, in una vita monacale e dentro alla tranquillità e al lento fluire naturale: tipico del mondo e della civiltà contadina e medievale. È risposta ad un contesto, che difficilmente si 
accosta al nostro modo attuale che fa i conti con un ritmo e una rapidità di svolgimento, che richiede ricerca continua, cammino, aggiornamento, adattamento, legati alla mentalità industriale e di mercato. A noi oggi è richiesta una risposta al vivere frenetico e stressante, che anche a livello religioso e “spirituale” esige adeguamento e inventiva.

Alla ricerca di lavoro e di fonti diverse di sostentamento (ottobre 1974) scopro un mondo imprevedibile e sconosciuto, esigente e sbrigativo: passo per più di 20 aziende agricole della zona, tra continui e umilianti dinieghi, con lo sguardo addosso di chi misura la tenuta fisica e i muscoli, con un risolino significativo di compassione e la tacita squalifica per l’inidoneità e la stranezza di uno, che alimenta una illusione. Il settore è abbastanza chiuso e si assumono nuovi dipendenti con molta circospezione, possibilmente persone che vengono dallo stesso contesto contadino, che sanno il mestiere. Volendo restare a contatto con quel mondo e con le esperienze e la storia della gente della bonifica del Basso Piave, sentivo attorno l’immediato rifiuto per una estraneità letta immediatamente nel tratto, di uno proveniente sì dalla terra, ma poi diventato “cittadino”, “studiato”. Ho recuperato solo un lavoro stagionale, provvisorio, mal sopportato dagli operai agricoli fissi, appannaggio di vagabondi e studenti o di casalinghe della zona.

Solo dopo mesi mi arriva un ingaggio da parte di uno, senza troppe finezze intellettualistiche e che mi lancia a fare il camionista di lunghi tragitti, in una vita che non perdona molto e ti mangia due anni di vita per ogni anno trascorso alla guida, giorno e notte, di un bestione sulle strade dell’Alta Italia. La presentazione di un amico e la verifica “tastando il muscolo”, mi procura un ingaggio stagionale in una grossa azienda agricola della zona, che dopo alcuni mesi di lavori occasionali, la caduta con il camion dentro una scolina appena ripulita, la diffida a usare i trattori, mi dichiara di non aver più bisogno della mia opera.

Dopo un altro mese di ricerca, guardato come una stranezza o come un traditore della tonaca, sono ingaggiato come macellaio di conigli, caricatore e scaricatore e camionista di notte per i mercati di Milano e per le consegne al dettaglio a Mestre e dintorni. L’Azienda chiude poco dopo e mi ritrovo disoccupato ad accettare una collaborazione provvisoria (che ora dura da sedici anni) con il Patronato del Sindacato, a compilare pratiche di pensione, disoccupazione, infortunio, maternità, per la salute in fabbrica e per la mobilità, e siamo nel 1980.


Qui l’estraneità tra pastorale parrocchiale, motivazioni religiose e vita vissuta mi appare immediatamente e fa emergere quell’uso anti-operaio della fede di cui abbiamo trattato all’epoca e quella doppia vita “religiosa” dei lavoratori in fabbrica o nei luoghi di lavoro e poi a casa, in famiglia, in parrocchia, nelle scadenze sacramentali. Va in crisi il modello di vita proposto e divenuto catechismo e insegnamento non discusso e si ridimensionano i rapporti e la concezione della presenza e del ruolo del mio essere prete. La sua dimensione “politica”, sociale, educante, onnicomprensiva si restringe di ambito. Riscopro come essen
ziale che le mie prestazioni sacramentali e le celebrazioni siano gratuite e liberate dalle esigenze del lavoro retribuito e del sostegno di vita. La stessa visione morale prende i contorni del vivere e della fatica quotidiana e la preghiera prende la forma e i contorni del cemento e del collante delle vincolanti scadenze del vissuto e della necessità.

Viene anche meno il senso di una perfezione raggiunta, a pratica eseguita, che crea il senso della assolutezza e la sensazione di superiorità, che vincola a far credere a una integrità di vita, orgogliosa e insostenibile, come quella del prete nella mente della gente.

Porta grande libertà interiore il fatto di non sentirsi indispensabili per gli altri e la perdita del senso di una perfezione raggiunta, da sbandierare contro qualche altro. Come non aiuta molto l’insistere sui limiti altrui per fare emergere la propria grandezza, come molte analisi di chiesa portano con sé.


Complessivamente mi sembra di aver fatto un cammino di semplificazione e libertà interiore, un imparare a “perdere con dignità”, con fatica ma con il senso di aver perso poco, perché valeva poco, anche se considerato essenziale nel contesto, era fatto pesare come essenziale. La riscoperta della complessità del vivere e della varietà dei nomi di Dio e del vivere proposto da Gesù Cristo, ha profondamente cambiato la mia vita e mi ha convinto che “siamo un
po’ tutti anticipi” e tutti in cerca di salvezza e guarigione, quale il Vangelo proclama essere dono essenziale, per capire se stessi, gli altri e il Padre. Ho conosciuto la miseria dei drogati, l’emigrazione dei respinti dalla società e dalla chiesa, dei “cattivi” e dei bestemmiatori incalliti e senza voglia di uscire dal loro stato. Ma mi ha impressionato di più la durezza e l’intransigenza delle persone religiose, il loro radicamento nella convinzione che l’ordine e la moralità coincidano con l’obbedienza, la subordinazione, la rassegnazione, dove ogni più piccola proposta di modifica di usi e costumi, puzza di infedeltà e di tradimento. Lo zelo e l’orgoglio del bene è spesso più pericoloso nei rapporti dell’errore ammesso e riconosciuto. Scoprirmi peccatore comune, limitato come tutti e degno di credibilità solo se competente e preparato nel lavoro, esperimentato nella vita e nelle richieste esigenti, mi fa scoprire che la chiesa, più che una organizzazione potrebbe essere uno stato, un dono dello Spirito, una possibilità di vita comune, esperimentabile e da costruire. Solo chi ne ha bisogno o vive realtà dure e crocifiggenti di solitudine non voluta, di impotenza per povertà, di emarginazione fisica, sociale e morale, può forse coglierne tutta la validità e il senso del dono di Dio.

L’aver condiviso lotte e sconfitte, vicende e fallimenti dei lavoratori e del loro Sindacato, con una valenza fortemente legate alla storia del Sandonatese e alle sue lente conquiste, ha voluto dire per me, fare un cammino di chiarificazione e di distinzione fra ambito politico, sociale e religioso, con una certa severità e coerenza. Dove parrocchia equivale a paese, parroco equivale a padrone morale e della fede di tutti; dove le confusioni di ruoli e di spazi si accavallano, diventa difficile e faticoso desacralizzare il “politico” e ridimensionare il “religioso”. Ci sono spazi occupati dalla religione, che sono solo politica e strategia di potere, specie economico e di prestigio sociale.
Riuscire a fare un po’ di ordine, dentro di sé e fuori, non è né facile né immediato. Dio non può continuare a fare da supporto alle carenze politiche e culturali di un ambiente, di un’organizzazione, di una struttura. Le battaglie, anche dentro al Sindacato e alla Chiesa, non hanno limite. Intanto riappare sempre la tentazione di mescolare, di strumentalizzare gli avvenimenti a proprio vantaggio, senza la fatica della crescita e della chiarezza. Si è trattato e si tratta di un cammino culturale da riproporre, che porta diffidenze, rifiuti, estraniazioni.

Lo spazio aperto resta quello del lavoro con la povera gente, con chi e sempre di nuovo è calpestato, messo da parte, perché richiama le esigenze fondamentali di sempre e la serietà della scelta del con chi stare. Là le apparenze, le finte, le facciate sono troppo poco. È cambiato in me il rapporto con il denaro, con il potere e le sue invischianti proposte di stare con i più e lasciar perdere le miserie e le povertà di alcuni, che sono spesso “sporche” e poco gratificanti e soprattutto non creano “popolarità”, perché incontrano anche il disprezzo e l’incomprensione dei “buoni”.

“Basta che tu decida e ti fanno parroco dove vuoi. Lascia il sindacato, iscriviti al Fondo di sostentamento del clero, dedicati a un gruppo di chiesa, non sei più un bambino…”, ha insistito un Monsignore “che mi vuol bene”. Avverto così che, sia nel sacro che nel profano, il prezzo da pagare è sempre sul versante della libertà, della verità, della vita coerente. Non è facile restare con chi conta meno e come loro, senza etichette, senza livree, liberi e poveri fin nell’interiorità, dove abita il Padre e dove ci si incontra con lui e si fanno scintille. C’è la difficoltà di restare liberi, voler incontrare un Padre libero e liberamente intrecciare dei rapporti.

 

Sono ottavo figlio di una famiglia di dodici, dove a sei fratelli si affiancano sei sorelle. L’esperienza dell’incontro con le donne è stata tuttavia resa conflittuale dalla mia mancata esperienza di maternità personalizzata, e dall’educazione infantile e adolescenziale del Seminario. Hanno parzialmente supplito delle belle esperienze di amicizia e un dialogo aperto con giovani e donne, con cui ho avuto a che fare anche nel lavoro. Tuttavia mi resta il senso della frustrazione e della non conoscenza del mondo femminile. Sono certamente inadeguati in me i sistemi psicologici e tattici per un rapporto sereno e costruttivo, privo di remore e paure e orientato allo scambio e al dialogo. Alcuni miei traumi hanno una datazione lunga e perciò si portano dietro il senso della enorme insufficienza ad un colloquio e ad un confronto rasserenante e paritario. Preferisco non pronunciarmi e ascoltare, ma ho perso la sicurezza del consigliere e del “maestro spirituale”. È invece aumentato il senso del mistero e del rispetto per un mondo diverso e tutto da scoprire; il senso di una totalità altra, con cui è bello e costruttivo intrecciare contatti e dialogo. Per ora so bene battere in ritirata e mi rifugio nel silenzio e nel rispetto. Non proporrei mai alle donne un sacerdozio come l’attuale, ma penso possibili ampi spazi per inventarne altri più veri e più utili alle nostre comunità.

Resto convinto che il futuro è ancora, veramente, nelle mani dello Spirito.

Giancarlo Ruffato