2011 Bergamo / In tempo di crisi

Seconda parte del
CONVEGNO DI BERGAMO 2011

4)  Testimonianze di vita vissuta

 

Ho iniziato a lavorare nel 1972 in una piccola fabbrica a Milano. Stampavo delle etichette color oro per dei tubetti e barattoli. Stavo seduto tutto il giorno davanti ad una pressa: sempre lo stesso movimento. Mi ricordo che anche di notte rifacevo lo stesso mentre dormivo. Uscendo dal lavoro, mentre andavo a casa, nel percorrere quei trecento metri a piedi mi sembrava di rivivere , toccare con i piedi la terra e camminare provavo un grande piacere. Dopo pochi mesi ho smesso quel lavoro per il veto del Cardinal Colombo, perché lui “non aveva bisogno di operai, a Milano ce n’erano molti, ma di preti”.
Quel tipo di lavoro non l’ho più scordato e lo ricordo come un punto nero. Ma quanti operai hanno fatto per tutta una vita simili lavori, diventando dei manichini? Il lavoro fordista che ha reso l’uomo schiavo delle macchine ora è stato messo in crisi. Questo può essere vissuto come una distruzione per tante persone che hanno perso e perdono il lavoro. Si poteva andare avanti su questo binario morto, che ha portato un certo tipo di “sviluppo” ma anche disoccupazione e distruzione delle risorse?
Per la saggezza zen la parola “crisi” ha due significati: distruzione ed opportunità. Allora la crisi di questo sistema ci obbliga a ripensare il lavoro e ci suggerisce che non possiamo tornare a come eravamo prima, è arrivato il momento di ripensare il tipo di società, anche perché le risorse della terra si stanno esaurendo e se nel 1911 la popolazione mondiale era di un miliardo e seicento milioni, ora siamo in sette miliardi.
Ho avuto la fortuna di scegliere un lavoro creativo ed ho sempre selezionato i lavori da quando mi son messo in proprio. I primi anni che ho lavorato presso artigiani non dovevo fare altro che porte e finestre, infissi, come li si chiamava a Roma. Sempre lo stesso lavoro. Ad un certo punto mi son detto: non ci sto! Continuare a fare porte e finestre mi dava noia e monotonia. Ho scelto altro, un lavoro da vero falegname, creando mobili come volevo io e come volevano le persone. Andavo in casa per i progetti, guardavo dove il mobile avrebbe dovuto essere collocato, sentivo le esigenze e i gusti delle persone. In questa maniera il lavoro diventava relazione e si costruivano delle amicizie che conservo ancora oggi dopo più di trent’anni. Quando poi il mobile veniva consegnato era una festa, l’arrivo di qualcosa che si era sognato e desiderato da tanto tempo. Diverso l’atteggiamento di chi va scegliere i mobili all’IKEA.
Anche ora che vivo all’eremo capita che qualche ragazzo o coppia , conosciuti per le loro presenze meditative, debba metter su casa ed ha bisogno di qualche mobile. Normalmente propongo agli interessati di venire all’eremo e lavorare con me al mobile. Sono molto contenti perché possono imparare la manualità creativa e quando si portano a casa ciò che è frutto anche del loro lavoro si vede che provano una gioia immensa. Nicola e Valeria, in attesa della loro piccola Gaia, qualche settimana prima della nascita sono venuti per costruire il mobiletto – fasciatoio che serviva per la loro bambina. Valeria ha scelto il colore e si è messa a stendere la vernice. Vedere la gioia di quella coppia ti riempie l’animo!
La maggior parte del mio lavoro sta nell’intarsio, che ho insegnato ad alcuni. Esso sta scomparendo nella provincia di Bergamo piena di laboratori che ora chiudono perché la tecnologia ha distrutto l’artigianato. Si fa tutto con il laser in poco tempo ma chi se ne intende capisce la differenza tra i due tipi di lavoro. Il lavoro tecnologico con il laser è preciso, ma nasce senz’anima, perché si usano legni tinti artificialmente che son belli a vedersi all’inizio, ma quei colori in natura non esistono e con l’andar del tempo si sbiadiscono . Fatti per l’usa e getta. I colori naturali che uso, anche col tempo acquistano quella patina che crea omogeneità e armonia e devo stare molto attento alle venature e alle ombreggiature naturali.
Beppe poco fa parlava del carcere: se là ci fosse un lavoro creativo, le persone riacquisterebbero la loro dignità e potrebbero riprendersi più facilmente.
In Italia ci sarebbe molto da fare, recuperando lavori antichi che abbiamo dimenticato e abbandonato.
La zona in cui abito , fino a cinquant’anni fa, era rinomata per i suoi vigneti, per le ciliegie che facevano di quelle colline uno spettacolo, eredità dell’abbazia benedettina. Ora sono abbandonati, sembrano essere in attesa. Di che cosa?
I proprietari sognano sempre che diventino area edificabile, si vogliono arricchire, senza pensare alle generazioni future. Cerco di parlare con dei giovani perché si impegnino attraverso le amministrazioni locali a recuperare quei terreni perché vengano coltivati in forma cooperativistica, per riattivare le vecchie piantagioni con metodi nuovi, vendendo poi i prodotti nella zona. Si parla tanto di prodotti a chilometro zero, ma come al solito questo vale sempre per gli altri. Penso sia questo il momento, anche perché percepisco che molti vogliono vivere in maniera alternativa con lavori creativi. Quest’ultimi potrebbero aprire vie alternative al modo di intendere il lavoro attuale finalizzato solo al profitto e al consumo “usa e getta”.
Raimond Panikkar in un suo libro afferma che la parola lavoro deriva da “tripalium” da cui è derivato treball in catalano, trabajo in spagnolo e travail in francese. Il tripalium era uno strumento di tortura.
Se il lavoro è una tortura, la crisi pone anche dei grossi interrogativi, viste anche le facce di molte persone che si recano al lavoro e che non aspettano altro che il sabato e la domenica per sentirsi veramente liberi e dedicarsi all’ otium, considerato come quasi un vizio, mentre il negotium, l’attività lavorativa, una virtù, perché negazione dell’ozio. La tecnologia potrebbe permettere inoltre un lavoro per tutti, riducendo l’orario, come si diceva una volta: lavorare meno per lavorare tutti.
Mentre sto rivedendo queste pagine ho avuto la visita di un giovane che vuole venire per alcuni giorni e come lavoro manuale, previsto nella giornata dell’eremo, vuole costruire un mobiletto per lavorare la creta, utilizzando un motore riciclato di lavatrice per far girare il piatto base. Inoltre mi ha detto che con degli amici si trova spesso per costruire quello che a loro serve in casa, utilizzando così il loro tempo libero. Questo esempio fa ben sperare. Una rondine non fa primavera, ma senza le rondini non c’è primavera.

Mario Signorelli


 
 

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