2011 Bergamo / Lavoro precario, vita precaria

Seconda parte del
CONVEGNO DI BERGAMO 2011

4)  Testimonianze di vita vissuta

 

A proposito di precariato, vorrei raccontare brevemente una vicenda che mi ha coinvolto personalmente alla verde età di 57 anni e che secondo me mette a fuoco la questione del lavoro precario, o meglio del lavoro discontinuo, del lavoro intermittente.
Io per tanti anni mi sono occupato di sindacato… e adesso sono come un clandestino: dopo due anni di disoccupazione con la mobilità, sono stato assunto come precario in una fabbrica di trattori a Treviglio, la SAME; e davvero sono come un clandestino, perché non ho il diritto di sciopero, non ho il diritto di parola, non ho il diritto di ammalarmi.
Facendo un calcolo sommario, sono stati aboliti senza referendum su di me e su milioni di persone come me, dieci articoli della costituzione. Senza grandi scandali.
Con il sindacato mi sono scontrato ferocemente contro l’introduzione del lavoro atipico, fatto passare come opportunità di lavoro (era la cosiddetta riforma di Tiziano Treu). Gli americani facevano vedere in quegli anni che il lavoro atipico garantiva lavoro a iosa, cambiamenti continui… per poi scoprire che veniva calcolato come tre mesi di lavoro all’anno. È falso che il lavoro atipico è continuo…; come è falso il mito del lavoro a tempo indeterminato, del garantismo…
Io ero un garantito in una multinazionale tedesca, la quale ha spostato il suo terreno di caccia verso Est e ci ha lasciato in braghe di tela. Anche perché, a questo punto, è necessario considerare il capitale italiano come un reparto del capitale internazionale. Nella ditta dove ora lavoro io come precario, la SAME di Treviglio, l’80% dei trattori vanno all’estero: è una ditta che in pratica ha la sede legale in Italia, nella bergamasca, ma poi ragiona e agisce in maniera internazionale: e infatti si chiama Same Deutz-Fahr, perché questo è uno dei casi in cui è stata acquisita la produzione di trattori tedeschi.
Qui parliamo di ripensare il lavoro; io preciserei così: ripensare il modo da parte dei lavoratori di riappropriarsi del lavoro che gli è stato tolto in questi decenni.
Nel marzo di quest’anno, sono stato richiamato alla SAME, dove avevo già lavorato nel 2008 per otto mesi con tre rinnovi; dopo ci avevano buttato fuori: era scoppiata la crisi, eravamo sessanta interinali; ci hanno chiamato: “signori, andavate bene; e infatti vi abbiamo già rinnovato per tre volte il contratto; però il mercato adesso dice che dovete andare a casa”.
Sui mille e quattrocento dipendenti della SAME, in questi due anni ne hanno tagliati duecentocinquanta (attenzione: parlo di una ditta, ma potrei estendere il discorso a centinaia di ditte); si sono quindi trovati sotto organico, quando il mercato è ripreso: hanno dovuto richiamare quelli che lavoravano lì, per poter tenere i ritmi di produzione: perché la catena porta le malattie, la catena ti spezza la schiena, le ossa, la testa: e uno dei modi per difendersi è quello di stare a casa ogni tanto. Hanno quindi dovuto richiamare anche me.
Dopo cinque giorni di prova (su tre mesi di lavoro ci sono sette giorni di prova!), il quinto giorno mi hanno detto: quella è la porta. Mi avevano messo a fare un lavoro di quinto livello – ed ero stato assunto al terzo – con tempo sette giorni per imparare un lavoro che non avevo mai fatto.
Allora io ho detto: cari signori, io rifiuto di essere trattato così, da dei padroni di m… che speculano continuamente sulla pelle degli operai. La mattina dopo mi sono piazzato ai cancelli con la mia roba. Alle 7.30 entrano più di mille operai; e io fermavo tutti quelli che potevo: “Stai male?” “No, mi hanno lasciato a casa”… E siccome molti di loro mi conoscevano perché due anni prima avevo lavorato lì per otto mesi, l’indignazione montava.
Ho parlato con un delegato, gli ho detto che io avrei scritto a tutti i giornali, con un titolo semplice: “Vergogna!”, finché la ditta non mi avrebbe riassunto.
È stato proclamato uno sciopero; i delegati sono andati a dire alla direzione: cara direzione, o assumi questo lavoratore vigliaccamente buttato fuori, oppure qui lo sciopero continua. Hanno perso sessantamila euro in tre ore di sciopero. Il sottoscritto lavora ancora; oggi non è a zero euro, grazie allo sciopero di quei lavoratori.
Questo è l’unico caso in tutta la provincia di Bergamo, che mi risulti; però queste sono cose che si possono fare, se si comincia a uscire dal caso per caso, da azienda per azienda; alla SAME è andata così perché c’è una RSU con lavoratori particolarmente sensibili, di catena. Questo si può fare se si adotta una strategia che punta alla riconquista del lavoro; si fa sì che non sia una banalità, una normalità, il fatto che la gente possa essere buttata fuori come se nulla fosse.
Sono entrato nel mondo del lavoro negli anni ‘70. Non è che allora non si facesse profitti, non è che allora i padroni stessero male perché gli operai lottavano. Litigate con i capi erano all’ordine del giorno. Però una persona che entrava e lavorava veniva valutata per quello che sapeva dare.
Ora c’è darwinismo sociale, indifferenza e menefreghismo da parte di quelli che rappresentano l’interesse della ditta … spaventoso! Capetti, yesman, arrampicatori sociali che manco ti guardano in faccia; e se loro ritengono che per direttive avute tu non sei in grado di fare certe cose, vieni messo alla porta… E questo alla lunga è devastante perché dentro queste leggi di precarietà che ormai sono dilaganti e verso le quali nessuno fa veramente nulla di serio, sta marciando una divisione tra lavoratori che è abissale.
Poi dicono che la classe operaia è divisa: e grazie, continuano a dividerla! Perché tra l’ultracinquantenne che si aspetta (e lo so che oggi sono la maggioranza) che con il contratto aziendale – come quello che è stato firmato alla SAME – arrivino aumenti tali per poter sbarcare il lunario e andarsene in pensione tranquillo… nel frattempo possono tirare dentro dei disperati che sono disposti a tutto, quindi ad andare al lavoro anche se stanno male… in pratica questa classe lavoratrice è stata divisa in caste come in India.
Dobbiamo metterci mano, ma non con le indignazioni generiche o con proclami più o meno elettorali: o ci mettiamo mano sul campo, oppure veramente, io spero che avvenga anche qui quello che sta succedendo in Nord Africa.

Graziano Giusti


 
 

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