2011 Bergamo / Il canto della pietra

Seconda parte del
CONVEGNO DI BERGAMO 2011

4)  Testimonianze di vita vissuta

 

Quest’anima è libera e più che libera
liberissima. Non cerca più Dio
con la penitenza, né con nessun
sacramento della Chiesa, né con
pensieri, parole opere, né in
creature di quaggiù, né in creature
di lassù, né con giustizia o misericordia,
o gloria della gloria, né con la
conoscenza divina, né con la lode divina.
(M. Porete, Specchio dell’anima semplice, cap. 85)

Ma è giunto il tempo ed è questo
in cui i veri adoratori, adoreranno
il Padre in spirito e verità.
(Gv)

 

Guardavo il riflesso della montagna sull’acqua del lago. Il vento, danzando sulle cime, attraversava le valli, messaggero di parole e di sogni e risvegliando possibilità nuove. Ed ho sentito il canto della pietra.
Una forza immensa, smisurata, mi ha partorito dal fuoco profondo verso l’alto, e sono uscita a sostenere la volta del cielo. Sopra di me le stelle e la mistica luna. Ho visto il mondo che si costruiva. Da dentro di me, incontenibile, prorompeva impetuosa l’acqua e formava fonti, fiumi, cascate, caverne, laghi. Piccole creature fecondavano le piante e nello scambio emergevano nuove realtà. Nelle praterie d’erba e nei boschi, animali con le vene colme di vita. Ed insieme a loro gli umani, grandi cacciatori, inseguivano i branchi, con lance di pietra. Chiamarono dimora degli dei la mia vetta innevata. Nelle notti della grande luna i sacerdoti degli dei innalzavano i loro canti intorno agli alberi forti e possenti. Non lasciate chiuse le porte del vento, del lampo, del mai veduto, cantavano, mentre le donne, ebbre di eros danzavano la vita.
E dal Nord vennero i ghiacci e coprirono il pianeta. Anch’io rimasi sotto di loro, orgogliosa di sopportarne il peso. Per innumerevoli ere mi addormentai. Al risveglio tutto era cambiato.
I ghiacci avevano scavato, tagliato, modellato i grandi monti, l’acqua scorreva potente, furiosa dopo le tempeste, e con immensi balzi precipitava scrosciante nelle gole. E la vita riempì di nuovo la terra. Nuovi alberi, nuovi fiori, nuovi animali, nuovi umani. Questi staccavano pezzi di pietra e costruivano case, castelli, mura, prigioni.
Di pietra le grandi porte delle loro città e gli archi per glorificare la potenza dei loro re. Le pietre del potere e della gloria, le pietre della dura fatica degli schiavi.
E costruirono templi, ricchi di colori e di pietre luccicanti e di grandi pietre scolpite a loro immagine. E li rinchiusero gli dei delle vette e li costrinsero in spazi sempre più stretti, ed intorno alzarono il muro di pietra della verità assoluta.
E dentro quel muro c’erano le pietre del dolore, dello sterminio, e dell’orrore. Le pietre della scala della morte di Mathausen. Le pietre dove per giorni, anni, secoli, gli ultimi hanno lasciato tracce del peso della loro vita.
E non volli essere né pietra di colonna, né di tribunale, né di palazzo, né di chiesa, ma una piccola pietra leggera, come un canto che scivoli per i viottoli e per i sentieri, umile ciottolo della strada, sasso levigato del torrente, buono per i giochi degli uomini, o per gli eroi, per abbattere Golia.
Lentamente, accarezzandomi, l’acqua del torrente mi riduceva e diventai un granello di sabbia.
Ed il fiume mi portò là dove era chiamato. Una immensa distesa d’acqua ed all’orizzonte niente. Né monti, né colline, né valli. Solo granelli di sabbia a delimitare il di qua ed il di là.
Si risvegliò in me il desiderio di andare al largo, mettere come gli umani, la vela grande all’albero di maestra e salpare verso la stella più lontana senza badare alla notte che mi avrebbe avvolto.
Compresi che l’origine non è dietro, ma davanti a noi.
Ma tutte le mie forze erano finite: aspettavo il vento che mi avrebbe sollevato e fatto cadere sul fondo. Ma ciò che è probabile non sempre accade. Talvolta accade l’imprevisto.
Qualcosa mi sfiorò come una carezza, e compresi il canto delle donne, quando l’alito vivente le possedeva e le accendeva. Conducendole per luoghi segreti e generando in loro la vita, le rendeva madri.
Noi tutti cadiamo. Eppure c’è uno che tiene questo cadere in modo infinitamente dolce nelle sue mani.

Renzo Fanfani


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