Servizio e potere nella chiesa

Note sul prossimo convegno
BERGAMO 2012


 
Il prossimo 2 giugno, come è ormai tradizione, ci troveremo a Bergamo in convegno aperto a tutti, dedicando l’intera giornata al tema indicato nel titolo: molto intrigante, ma certamente non ozioso. E’ sempre attuale, non fosse altro per il richiamo continuo che deriva dalle pagine dei Vangeli, quando narrano delle tentazioni di Gesù nel deserto: se tu sei figlio di Dio…usa il tuo potere ora che hai fame… E sulla croce: se tu sei…scendi dalla croce e salva te stesso e noi crederemo in te…
E poi, è sul servizio che Gesù tiene la sua ininterrotta e permanente lectio magistralis: i re della terra si fanno servire, ma tra voi è l’opposto, il primo deve essere servo degli altri…
In Giovanni, al capitolo 13, nella piena consapevolezza della sua missione, si mette il grembiule e lava i piedi ai discepoli. E lo fa in quanto “maestro e signore”. Bastino questi pochi accenni per dire che “agitur de re gravi”, cioè che si tratta di una cosa di vitale importanza.
Sabato 7 gennaio, di questo dovevamo trattare noi PO nel nostro incontro periodico, per condividere le scelte e gli orientamenti da offrire ai nostri relatori. La morte di Luisito Bianchi, invece, ci ha radunati al monastero di Viboldone per essere presenti all’ultimo saluto. Così io ho l’incarico di stendere alcune note, citando anche alcuni testi appoggio, per questo numero della rivista; nel prossimo saranno offerte ulteriori riflessioni oltre alle indicazioni logistiche.
Per esprimere il senso di questo nostro lavoro, ho pensato di ricorrere a un testo di Congar, apparso in Italia nel 1964, in pieno Concilio Vaticano II (Servizio e povertà della Chiesa, 17-18):

“Bisognerebbe fare una storia e una teologia del temporale della Chiesa…. Noi pensiamo di stendere un giorno un lavoro consacrato a questa questione: in qual misura la Chiesa stessa, la Chiesa come tale, deve e può applicare le norme evangeliche che si tende a riservare ai cristiani, in quanto individui, come: perdonare i nemici, presentare la guancia sinistra, preferire i mezzi di poco valore, conoscere la tentazione dello spirito di possesso e di potenza, combattere contro la carne, ecc. E molti altri soggetti si presenterebbero ancora!
È necessaria la storia, crediamo, per trattarli convenientemente. Essa è una grande maestra di verità, soprattutto se s’intende per «storia» qualcosa di diverso dalla semplice erudizione, che pure è di notevole utilità. Si tratta di essere sensibili, con conoscenza di causa, alla dimensione storica di cui sono improntate tutte le cose che esistono quaggiù. Noi siamo portati a vedere, non soltanto il mistero della Chiesa, ma tutte le realtà ecclesiastiche (gerarchia, sacramenti, ecc.), in una specie di situazione sopratemporale, e pertanto intemporale. È una delle ragioni per cui ci è così difficile, talvolta anzi ci sembra temerario e vano, cercare d’immaginare nuove forme, un nuovo stile, per queste sacre realtà. Ora, se l’episcopato, per esempio, è, nella sua essenza, un’istituzione divino-apostolica, ha conosciuto più d’una forma storica di realizzazione ed è stato vissuto secondo tipi assai diversi. Perché l’episcopato come autorità e sacramento è sempre lo stesso, siamo portati a non vedere tutto ciò che distingue un capo di comunità locale dei primi secoli, un vescovo dell’epoca feudale e un pastore del xx secolo. Chiesa di sempre, sacerdozio di sempre, ma anche Chiesa di oggi, sacerdozio di oggi… La conoscenza delle forme storiche ci aiuta ad affermare meglio la permanenza dell’essenziale e il cambiamento delle forme; ci permette di situare con maggior esattezza l’assoluto e il relativo, e così di essere più fedeli all’assoluto stesso, adattando il relativo alle esigenze dei tempi”.

Penso non sfugga a nessuno la particolare attualità di queste parole: “la storia maestra di verità”, “la storia e la teologia del temporale nella Chiesa”, il rischio della “intemporalità”, che rappresenta un allontanamento dal metodo della rivelazione del Dio della Bibbia che si manifesta nella storia e dentro la storia, come pure la tendenza ad estendere “l’assoluto” anche al campo del “relativo”, con il risultato di generare una confusione da cui la fede non ha nulla da guadagnare…
Per aiutarci in questa riflessione, saranno con noi tre relatori, di riconosciuta competenza e prestigio:
– la biblista Rosanna Virgili
– lo storico Giovanni Miccoli, già presente tra noi nel giugno scorso
– il gesuita Felice Scalìa, già relatore al nostro convegno del 2009.
Ecco ora l’offerta di alcune sottolineature e interrogativi con l’obiettivo di aprire il discorso tra noi e anche con i nostri relatori.
 
1.
A livello biblico
penso vada sottolineata la natura e le caratteristiche della exusìa (autorità, potere) e il suo legame con la diakonìa (servizio). Facendo riferimento in particolare al NT, la sequela di Gesù è vincolante solo per i singoli o anche per le Chiese, come comunità ma anche nella loro strutturazione giuridica e ministeriale? Si può parlare della presenza di un’ ispirazione fondamentale, di uno stile, che deve permanere nel tempo quale eredità necessaria e anche come principio critico delle Chiese nel loro divenire e strutturarsi futuro? Lo sviluppo monarchico, anche in termini giuridici, che caratterizza la Chiesa cattolico-romana, e il relativo deficit di collegialità, trovano un effettivo e riconosciuto fondamento biblico? Vi sono degli snodi nel NT che rendono possibili delle pluralità interpretative e di concretizzazione nel corso della storia?
Può essere utile riportare un testo di J. J Gonzalez-Faust che parla di un deficit ecclesiologico, per la lontananza dal Gesù del Vangelo:

“ A mio modesto parere, la chiesa degli ultimi trent’anni ha messo in evidenza una infedeltà alla ecclesiologia del Vaticano II. Se l’ultimo concilio fu un passaggio dello Spirito, bisognerebbe applicare alla nostra reazione posteriore le parole di Sant’Agostino: «temo il Signore che passa”. O le parole dello stesso Gesù: «Non hai conosciuto l’ora della tua visita»…
Questo deficit ecclesiologico deriva da un altro grave deficit: quello cristologico che dimentica gli apporti della cristologia post-conciliare, e si concretizza nel richiamo ad un Cristo senza Gesù, che per questo non ha un volto, si trasforma in un’aureola di divinità alla quale si può dare il volto del potere ecclesiastico, che viene così sacralizzato. In questo modo si disconosce l’affermazione fondamentale delle prime confessioni di fede: «il Cristo è Gesù», «il Signore è Gesù» (iniziando sempre dal predicato e mai dal soggetto). E’ il volto di Gesù quello che dà contenuto alle categorie di potere e di messianicità, non il contrario…(J. J Gonzalez-Faust, Crisi di credibilità del cristianesimo, in Concilium 3/2005, 55-57).

 
2.
A livello storico
penso possa essere interessante approfondire come è avvenuta la strutturazione istituzionale a livello giuridico che ha portato a una assolutizzazione della concezione e dell’esercizio del potere e del diritto di proprietà, dando a queste posizioni una giustificazione teologica.
Tra i tanti documenti che si possono addurre, mi riferisco alle Bolle che vanno da Niccolò V ad Alessandro VI che in nome dell’autorità divina assegnano ai re cattolici tutti i territori scoperti. Riporto un esempio tra i molti citabili:
Del primo citiamo la bolla Romanus Pontifex del 1455 che concede al re del Portogallo

“la piena e libera facoltà di debellare e soggiogare ogni sorta di saraceni, pagani e nemici di Cristo comunque organizzati, di invadere e conquistare i regni, i ducati, i domini, i possessi, i beni mobili e immobili in qualunque modo da essi detenuti, di ridurre in servitù perpetua le loro persone, i loro regni, i loro beni e di attribuirli a sé e ai propri successori”.

Dopo la scoperta delle nuove Indie, Alessandro VI invia sei lettere apostoliche per l’assegnazione dei territori. Riporto uno stralcio dell’Inter cetera del 1493:

«Di nostra iniziativa, non dietro la richiesta vostra o di altri per voi, per nostra pura liberalità, con sicura conoscenza e con la pienezza dell’autorità apostolica, doniamo e assegniamo in perpetuo, secondo il tenore della presente, a voi e ai vostri eredi e successori (re di Castiglia e Leon), per l’autorità di Dio onnipotente, a noi concessa nella persona di san Pietro e per quella di vicario di Gesù Cristo che ricopriamo sulla terra, tutte le isole e terre trovate e da trovare, scoperte e da scoprire, nella parte verso occidente e mezzogiorno delimitata da una linea tracciata partendo dal Polo Artico, o settentrionale, giungendo al Polo Antartico, o meridionale, sia che quelle terre e isole trovate o da trovare siano dalle parti dell’India sia che siano da qualunque altra parte. […] Ve le doniamo e assegniamo con tutti i loro domini, città, castelli, luoghi e ville, diritti, giurisdizioni e pertinenze.
Facciamo rigida proibizione a qualunque persona investita di qualsiasi titolo, persino imperiale o regale, di qualunque stato grado ordine o condizione, sotto pena di scomunica latae sententiae di non osare recarsi per commercio o altri motivi, senza speciale permesso vostro e dei vostri eredi e successori, alle isole e terre trovate o da trovare…» (Alessandro VI)

L’autore da cui riprendo il testo aggiunge:

“Gli indigeni, spogliati della loro umanità, vengono equiparati a res nullius, a prede di guerra. Tramonta la legge del Vangelo – denuncia Erasmo da Rotterdam – trionfa il diritto romano, il diritto del più forte, anzi la prassi «barbarica» (F. Pasetto, La chiesa cattolica e la conquista ECP 1992,19).

Qui, come in molti altri casi, non si tratta solo dei “peccati dei figli della chiesa” per i quali c’è da chiedere perdono (secondo la dizione utilizzata da Giovanni Paolo II), ma di una aberrazione strutturata in dottrina, una ideologia del potere, che presenta una immagine di Dio e di Cristo distorte, perché sempre la chiesa offre una immagine di Dio. Quel dio che qui viene evocato e che darebbe un tale potere, assomiglia più a un idolo che al volto del Dio di Gesù Cristo.
Tutto questo, su cui, per quanto ne so, non c’è mai stata nella chiesa una vera e pubblica riflessione critica, tanto meno un ripudio di “questo magistero” , quali tracce ha lasciato, quali tossine ha introdotto nella concezione del potere nella chiesa? E soprattutto perché non ci si pone la domanda se gli “eccessi”, per usare un eufemismo, nella concezione del potere qui registrati, mutatis mutandis, non hanno ancora una certa permanenza? Non c’è una “purificazione della memoria” da attuare non solo sugli effetti, ma anche sulle matrici ideologiche che hanno portato a questo distorsioni? L’amore alla verità, la sequela doverosa sullo stile di Gesù non dovrebbe indurre a proseguire sul cammino che il Vaticano II aveva intrapreso?
 
3.
A livello teologico e spirituale:
con il Vaticano II un diverso stile è stato introdotto. Al capitolo 8 della Lumen Gentium, si è posta una chiara distinzione tra Gesù il Cristo ,” santo, innocente e immacolato” e “la chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione…”. Riporto il testo:

“Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « sussistendo nella natura di Dio… spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo» (Fil. 2, 6-7) e per noi « da ricco che Egli era si fece povero » (2 Cor. 8, 9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « a dare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Le. 4, 18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Le. 19, 10): così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo. Ma mentre Cristo, « santo, innocente, immacolato » (Eb. 7, 26), non conobbe il peccato (2 Cor. 5, 21), e solo venne i allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb. 2, 17), la S Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento”.

Ora, a me pare che è proprio sulla concezione del potere e del servizio, sul loro rapporto sostanziale, sulla presenza di fattori non riconducibili alla sostanza del Vangelo, quanto piuttosto a meccanismi mondani introdotti e strutturati…su tutto questo occorre il coraggio di cercare la purificazione. La nuova situazione del mondo, la posta in gioco che si sta vivendo in questi decenni esigono une chiesa diversa da quello che appare ancora come un apparato di potere.
Riporto una riflessione di C. Théobald che può essere illuminante, proprio per l’interpretazione del lavoro da intraprendere a 50 anni dal Concilio in una situazione assolutamente nuova. Un testo che può presentare qualche difficoltà di comprensione perché estrapolato dal capitolo di un libro, ma che offre indicazioni e prospettive che potranno essere riprese e approfondite.

[Noi percepiamo che la chiesa] “è sottoposta a un processo di destrutturazione senza precedenti, soprattutto nei paesi dell’emisfero nord del nostro pianeta che sono i più coinvolti nella storia della modernità e della postmodernità…
… a dispetto dei progressi del Vaticano II, la Chiesa è rimasta in una coscienza globale di se stessa come di una «società perfetta» o gerarchica, fondata su un diritto divino che regola la sua vita sacramentale, le sue istituzioni, le sue pratiche e i suoi precetti…
Ora, la forma della Chiesa veicola, lo si voglia o no, un’immagine di Dio. Quale immagine? L’immagine di un Dio «sempre più differente»….
E ciò che prende posto in questo spazio della differenza è la virtù fondamentale dell’obbedienza, compresa come sottomissione, che sostiene l’insieme della costruzione giuridica del concilio Lateranense IV) e che, a partire dal Vaticano I, organizza gerarchicamente la totalità dello spazio tra «colui che è» e l’ultimo dei fedeli.
La teologia del XX secolo ha fatto dei grandi sforzi per correggere questa immagine di Dio, costruita sulla connivenza tra ciò che la filosofia – l’ontologia – greca dice della totalità del reale e la traduzione greca del nome biblico di Dio: «Io sono colui che è» (Es 3,14). È l’esperienza del male radicale – Auschwitz e la fraternità salvaguardata da alcuni – ad obbligare i teologi a mettere in questione l’assioma greco dell’«impassibilità di Dio», grazie a una teologia della croce che, nel suo silenzio, intende la sua passione in tutti i sensi del termine.
Ma non è così sicuro che la teologia abbia realmente messo in discussione l’altro presupposto dell’ontologia teologica della Chiesa latina: la concezione dell’obbedienza che sostiene la sua immagine di Dio e la sua propria struttura. Ora, i Vangeli, il quarto Vangelo in primo luogo, e soprattutto l’Apocalisse propongono un’altra immagine, un’altra forma; quella di un’amicizia, di un’uguaglianza che mette ogni partner alla stessa altezza, e sono testi che non parlano soltanto di partner umani, ma – e questo è assolutamente inaudito – della relazione tra Dio e l’uomo: «io con lui e lui con me. Il vincitore lo farò sedere con me sul mio trono» (Ap 3,20ss). Quale singolare rovesciamento del concetto di trono! Due, addirittura tre su uno stesso trono! Non è certo nelle nostre cattedrali che si adotterà questo stile.
Ora, ancora una volta, è la sua forma politica con la sua giustificazione teologica che rischia di impedire l’ingresso della Chiesa nel tempo della fine1. È importante capire bene cosa si intende qui con «forma» e con «stile»: è il modo di Dio di non desiderare altro che una sola cosa e cioè che l’uomo possa comprendere da se stesso, dal profondo di se stesso – in qualità di autentico partner – il mistero di Dio, di un Dio che fa dipendere il proprio compimento dalla storia umana. Questo è – ci sembra – il senso della cena dei tempi della fine (Ap 3,20ss e 19,6-9), cena dove Dio e l’umanità condividono realmente con l’Agnello la sapienza e l’intelligenza di ciò che sta loro accadendo: il rispettivo e reciproco compimento”. (C. Theobald, La Rivelazione, Dehoniane 2006 pp 160-166).

 

Roberto Fiorini


 

1 In precedenza l’autore si era diffuso a descrivere quello che è avvenuto dalla modernità in poi, quelle che lui chiama tre fini o eventi:

– Secolarizzazione o disincanto del mondo e fine della cristianità
– L’esperienza del male radicale con i totalitarismi nazista e staliniano che occupano il posto della religione, sconfitti sul loro stesso terreno. In essi, in quella violenza estrema, “la coscienza di alcuni ha resistito” (Ap 14,4; 12,1)
– Il terzo evento o fine “si traduce ormai in termini di chiusura di uno spazio terrestre – senza cielo – globo esteso in maniera indefinita ma chiuso su se stesso e sottomesso alla dominazione sistematica della civiltà tecnologica e mediatica dell’occidente e alla violenza esercitata dal neoliberismo economico…con minacce di ogni tipo che pesano sulla sopravvivenza (del globo terrestre)…Possiamo forse ignorare che il globo terrestre è diventato un grande villaggio e che la felicità di ciascuno di noi e di ogni gruppo è in ogni momento minacciata o alterata dalla sofferenza degli altri, questi altri che possono essere le generazioni future, quelle che noi siamo stati rispetto a colro che ci hanno preceduto? Un nuovo stato d’animo sembra farsi largo sia pure molto lentamente: gli uomini prendono coscienza, in maniera più solidale, delle sorprendenti fonti di vita nascoste nella matrice della loro storia e nella terra che li sostiene.
Questo lavoro sotterraneo coinvolge anche le religioni, mettendole in una situazione «ultima», anche se ognuna vive poi questo stato di fatto a modo suo…


Servizio e potere nella chiesa

Note sul convegno 2012

Il prossimo 2 giugno, come è ormai tradizione, ci troveremo a Bergamo in convegno aperto a tutti, dedicando l’intera giornata al tema indicato nel titolo: molto intrigante, ma certamente non ozioso. E’ sempre attuale, non fosse altro per il richiamo continuo che deriva dalle pagine dei Vangeli, quando narrano delle tentazioni di Gesù nel deserto: se tu sei figlio di Dio…usa il tuo potere ora che hai fame… E sulla croce: se tu sei…scendi dalla croce e salva te stesso e noi crederemo in te…

E poi, è sul servizio che Gesù tiene la sua ininterrotta e permanente lectio magistralis: i re della terra si fanno servire, ma tra voi è l’opposto, il primo deve essere servo degli altri…

In Giovanni, al capitolo 13, nella piena consapevolezza della sua missione, si mette il grembiule e lava i piedi ai discepoli. E lo fa in quanto “maestro e signore”. Bastino questi pochi accenni per dire che “agitur de re gravi”, cioè che si tratta di una cosa di vitale importanza.

Sabato 7 gennaio, di questo dovevamo trattare noi PO nel nostro incontro periodico, per condividere le scelte e gli orientamenti da offrire ai nostri relatori. La morte di Luisito Bianchi, invece, ci ha radunati al monastero di Viboldone per essere presenti all’ultimo saluto. Così io ho l’incarico di stendere alcune note, citando anche alcuni testi appoggio, per questo numero della rivista; nel prossimo saranno offerte ulteriori riflessioni oltre alle indicazioni logistiche.

Per esprimere il senso di questo nostro lavoro, ho pensato di ricorrere a un testo di Congar, apparso in Italia nel 1964, in pieno Concilio Vaticano II (Servizio e povertà della Chiesa, 17-18):

“Bisognerebbe fare una storia e una teologia del temporale della Chiesa…. Noi pensiamo di stendere un giorno un lavoro consacrato a questa questione: in qual misura la Chiesa stessa, la Chiesa come tale, deve e può applicare le norme evangeliche che si tende a riservare ai cristiani, in quanto individui, come: perdonare i nemici, presentare la guancia sinistra, preferire i mezzi di poco valore, conoscere la tentazione dello spirito di possesso e di potenza, combattere contro la carne, ecc. E molti altri soggetti si presenterebbero ancora!

È necessaria la storia, crediamo, per trattarli convenientemente. Essa è una grande maestra di verità, soprattutto se s’intende per « storia » qualcosa di diverso dalla semplice erudizione, che pure è di notevole utilità. Si tratta di essere sensibili, con conoscenza di causa, alla dimensione storica di cui sono improntate tutte le cose che esistono quaggiù. Noi siamo portati a vedere, non soltanto il mistero della Chiesa, ma tutte le realtà ecclesiastiche (gerarchia, sacramenti, ecc.), in una specie di situazione sopratemporale, e pertanto intemporale. È una delle ragioni per cui ci è così difficile, talvolta anzi ci sembra temerario e vano, cercare d’immaginare nuove forme, un nuovo stile, per queste sacre realtà. Ora, se l’episcopato, per esempio, è, nella sua essenza, un’istituzione divino-apostolica, ha conosciuto più d’una forma storica di realizzazione ed è stato vissuto secondo tipi assai diversi. Perché l’episcopato come autorità e sacramento è sempre lo stesso, siamo portati a non vedere tutto ciò che distingue un capo di comunità locale dei primi secoli, un vescovo dell’epoca feudale e un pastore del xx secolo. Chiesa di sempre, sacerdozio di sempre, ma anche Chiesa di oggi, sacerdozio di oggi… La conoscenza delle forme storiche ci aiuta ad affermare meglio la permanenza dell’essenziale e il cambiamento delle forme; ci permette di situare con maggior esattezza l’assoluto e il relativo, e così di essere più fedeli all’assoluto stesso, adattando il relativo alle esigenze dei tempi”.

Penso non sfugga a nessuno la particolare attualità di queste parole: “la storia maestra di verità”, “la storia e la teologia del temporale nella Chiesa”, il rischio della “ intemporalità”, che rappresenta un allontanamento dal metodo della rivelazione del Dio della Bibbia che si manifesta nella storia e dentro la storia, come pure la tendenza ad estendere “l’assoluto” anche al campo del “relativo”, con il risultato di generare una confusione da cui la fede non ha nulla da guadagnare…

Per aiutarci in questa riflessione, saranno con noi tre relatori, di riconosciuta competenza e prestigio:

  • La biblista Rosanna Virgili

  • Lo storico Giovanni Miccoli, già presente tra noi nel giugno scorso

  • Il gesuita Felice Scalia, già relatore al nostro convegno del 2009.

Ecco ora l’offerta di alcune sottolineature e interrogativi con l’obiettivo di aprire il discorso tra noi e anche con i nostri relatori.

  1. A livello biblico penso vada sottolineata la natura e le caratteristiche della exusìa (autorità, potere) e il suo legame con la diakonìa (servizio). Facendo riferimento in particolare al NT, la sequela di Gesù è vincolante solo per i singoli o anche per le Chiese, come comunità ma anche nella loro strutturazione giuridica e ministeriale? Si può parlare della presenza di un’ ispirazione fondamentale, di uno stile, che deve permanere nel tempo quale eredità necessaria e anche come principio critico delle Chiese nel loro divenire e strutturarsi futuro? Lo sviluppo monarchico, anche in termini giuridici, che caratterizza la Chiesa cattolico-romana, e il relativo deficit di collegialità, trovano un effettivo e riconosciuto fondamento biblico? Vi sono degli snodi nel NT che rendono possibili delle pluralità interpretative e di concretizzazione nel corso della storia?

Può essere utile riportare un testo di J. J Gonzalez-Faust che parla di un deficit ecclesiologico, per la lontananza dal Gesù del Vangelo:

“ A mio modesto parere, la chiesa degli ultimi trent’anni ha messo in evidenza una infedeltà alla ecclesiologia del Vaticano II. Se l’ultimo concilio fu un passaggio dello Spirito, bisognerebbe applicare alla nostra reazione posteriore le parole di Sant’Agostino: «temo il Signore che passa”. O le parole dello stesso Gesù: «Non hai conosciuto l’ora della tua visita»…

Questo deficit ecclesiologico deriva da un altro grave deficit: quello cristologico che dimentica gli apporti della cristologia post-conciliare, e si concretizza nel richiamo ad un Cristo senza Gesù, che per questo non ha un volto, si trasforma in un’aureola di divinità alla quale si può dare il volto del potere ecclesiastico, che viene così sacralizzato. In questo modo si disconosce l’affermazione fondamentale delle prime confessioni di fede: «il Cristo è Gesù», «il Signore è Gesù» (iniziando sempre dal predicato e mai dal soggetto). E’ il volto di Gesù quello che dà contenuto alle categorie di potere e di messianicità, non il contrario…( J. J Gonzalez-Faust, Crisi di credibilità del cristianesimo, in Concilium 3/2005, 55-57).

  1. A livello storico: penso possa essere interessante approfondire come è avvenuta la strutturazione istituzionale a livello giuridico che ha portato a una assolutizzazione della concezione e dell’esercizio del potere e del diritto di proprietà, dando a queste posizioni una giustificazione teologica.

Tra i tanti documenti che si possono addure, mi riferisco alle Bolle che vanno da Niccolò V ad Alessandro VI che in nome dell’autorità divina assegnano ai re cattolici tutti i territori scoperti. Riporto un esempio tra i molti citabili:

Del primo citiamo la bolla Romanus Pontifex del 1455 che concede al re del Portogallo

“la piena e libera facoltà di debellare e soggiogare ogni sorta di saraceni, pagani e nemici di Cristo comunque organizzati, di invadere e conquistare i regni, i ducati, i domini, i possessi, i beni mobili e immobili in qualunque modo da essi detenuti, di ridurre in servitù perpetua le loro persone, i loro regni, i loro beni e di attribuirli a sé e ai propri successori”

Dopo la scoperta delle nuove Indie, Alessandro VI invia sei lettere apostoliche per l’assegnazione dei territori. Riporto uno stralcio dell’Inter cetera del 1493:

“«Di nostra iniziativa, non dietro la richiesta vostra o di altri per voi, per nostra pura liberalità, con sicura conoscenza e con la pienezza dell’autorità apostolica, doniamo e assegniamo in perpetuo, secondo il tenore della presente, a voi e ai vostri eredi e successori (re di Castiglia e Leon), per l’autorità di Dio onnipotente, a noi concessa nella persona di san Pietro e per quella di vicario di Gesù Cristo che ricopriamo sulla terra, tutte le isole e terre trovate e da trovare, scoperte e da scoprire, nella parte verso occidente e mezzogiorno delimitata da una linea tracciata partendo dal Polo Artico, o settentrionale, giungendo al Polo Antartico, o meridionale, sia che quelle terre e isole trovate o da trovare siano dalle parti dell’India sia che siano da qualunque altra parte. […] Ve le doniamo e assegnamo con tutti i loro domini, città, castelli, luoghi e ville, diritti, giurisdizioni e pertinenze.

Facciamo rigida proibizione a qualunque persona investita di qualsiasi titolo, persino imperiale o regale, di qualunque stato grado ordine o condizione, sotto pena di scomunica latae sententiae di non osare recarsi per commercio o altri motivi, senza speciale permesso vostro e dei vostri eredi e successori, alle isole e terre trovate o da trovare…» (Alessandro VI)

L’autore da cui riprendo il testo aggiunge: “Gli indigeni, spogliati della loro umanità, vengono equiparati a res nullius, a prede di guerra, Tramonta la legge del Vangelo – denuncia Erasmo da Rotterdam – trionfa il diritto romano, il diritto del più forte, anzi la prassi «barbarica» (F. Pasetto, La chiesa cattolica e la conquista ECP 1992,19).

Qui, come in molti altri casi, non si tratta solo dei “peccati dei figli della chiesa” per i quali c’è da chiedere perdono (secondo la dizione utilizzata da Giovanni Paolo II), ma di una aberrazione strutturata in dottrina, una ideologia del potere, che presenta una immagine di Dio e di Cristo distorte, perché sempre la chiesa offre una immagine di Dio. Quel dio che qui viene evocato e che darebbe un tale potere, assomiglia più a un idolo che al volto del Dio di Gesù Cristo.

Tutto questo, su cui, per quanto ne so, non c’è mai stata nella chiesa una vera e pubblica riflessione critica, tanto meno un ripudio di “questo magistero” , quali tracce ha lasciato, quali tossine ha introdotto nella concezione del potere nella chiesa? E soprattutto perché non ci si pone la domanda se gli “eccessi”, per usare un eufemismo, nella concezione del potere qui registrati, mutatis mutandis , non hanno ancora una certa permanenza? Non c’è una “purificazione della memoria” da attuare non solo sugli effetti, ma anche sulle matrici ideologiche che hanno portato a questo distorsioni? L’amore alla verità, la sequela doverosa sullo stile di Gesù non dovrebbe indurre a proseguire sul cammino che il Vaticano II aveva intrapreso?

  1. A livello teologico e spirituale: Con il Vaticano II un diverso stile è stato introdotto. Al capitolo 8 della Lumen Gentium, si è posta una chiara distinzione tra Gesù il Cristo ,” santo, innocente e immacolato” e “la chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione…”. Riporto il testo:

“Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « sussistendo nella natura di Dio… spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo» (Fil. 2, 6-7) e per noi « da ricco che Egli era si fece povero » (2 Cor. 8, 9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « a dare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Le. 4, 18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Le. 19, 10): così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo. Ma mentre Cristo, « santo, innocente, immacolato » (Eb. 7, 26), non conobbe il peccato (2 Cor. 5, 21), e solo venne i allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb. 2, 17), la S Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza | e il suo rinnovamento”.

Ora, a me pare che è proprio sulla concezione del potere e del servizio, sul loro rapporto sostanziale, sulla presenza di fattori non riconducibili alla sostanza del Vangelo, quanto piuttosto a meccanismi mondani introdotti e strutturati…su tutto questo occorre il coraggio di cercare la purificazione. La nuova situazione del mondo, la posta in gioco che si sta vivendo in questi decenni esigono une chiesa diversa da quello che appare ancora come un apparato di potere.

Riporto una riflessione di C. Théobald che può essere illuminante, proprio per l’interpretazione del lavoro da intraprendere a 50 anni dal Concilio in una situazione assolutamente nuova. Un testo che può presentare qualche difficoltà di comprensione perché estrapolato dal capitolo di un libro, ma che offre indicazioni e prospettive che potranno essere riprese e approfondite.

Noi percepiamo che la chiesa “è sottoposta a un processo di destrutturazione senza precedenti, soprattutto nei paesi dell’emisfero nord del nostro pianeta che sono i più coinvolti nella storia della modernità e della postmodernità…”

… a dispetto dei progressi del Vaticano II, la Chiesa è rimasta in una coscienza globale di se stessa come di una «società perfetta» o gerarchica, fondata su un diritto divino che regola la sua vita sacramentale, le sue istituzioni, le sue pratiche e i suoi precetti….

Ora, la forma della Chiesa veicola, lo si voglia o no, un’immagine di Dio. Quale immagine? L’immagine di un Dio «sempre più differente»….

E ciò che prende posto in questo spazio della differenza è la virtù fondamentale dell’obbedienza, compresa come sottomissione, che sostiene l’insieme della costruzione giuridica del concilio Lateranense IV) e che, a partire dal Vaticano I, organizza gerarchicamente la totalità dello spazio tra «colui che è» e l’ultimo dei fedeli.

La teologia del XX secolo ha fatto dei grandi sforzi per correggere questa immagine di Dio, costruita sulla connivenza tra ciò che la filosofia – l’ontologia – greca dice della totalità del reale e la traduzione greca del nome biblico di Dio: «Io sono colui che è» (Es 3,14). È l’esperienza del male radicale – Auschwitz e la fraternità salvaguardata da alcuni – ad obbligare i teologi a mettere in questione l’assioma greco dell’«impassibilità di Dio», grazie a una teologia della croce che, nel suo silenzio, intende la sua passione in tutti i sensi del termine.

Ma non è così sicuro che la teologia abbia realmente messo in discussione l’altro presupposto dell’ontologia teologica della Chiesa latina: la concezione dell’obbedienza che sostiene la sua immagine di Dio e la sua propria struttura. Ora, i Vangeli, il quarto Vangelo in primo luogo, e soprattutto l’Apocalisse propongono un’altra immagine, un’altra forma; quella di un’amicizia, di un’uguaglianza che mette ogni partner alla stessa altezza, e sono testi che non parlano soltanto di partner umani, ma – e questo è assolutamente inaudito – della relazione tra Dio e l’uomo: «io con lui e lui con me. Il vincitore lo farò sedere con me sul mio trono» (Ap 3,20ss). Quale singolare rovesciamento del concetto di trono! Due, addirittura tre su uno stesso trono! Non è certo nelle nostre cattedrali che si adotterà questo stile.

Ora, ancora una volta, è la sua forma politica con la sua giustificazione teologica che rischia di impedire l’ingresso della Chiesa nel tempo della fine1. È importante capire bene cosa si intende qui con «forma» e con «stile»: è il modo di Dio di non desiderare altro che una sola cosa e cioè che l’uomo possa comprendere da se stesso, dal profondo di se stesso – in qualità di autentico partner – il mistero di Dio, di un Dio che fa dipendere il proprio compimento dalla storia umana. Questo è – ci sembra – il senso della cena dei tempi della fine (Ap 3,20ss e 19,6-9), cena dove Dio e l’umanità condividono realmente con l’Agnello la sapienza e l’intelligenza di ciò che sta loro accadendo: il rispettivo e reciproco compimento”. (C. Theobald, La Rivelazione, Dehoniane 2006 pp 160-166)

 

Roberto Fiorini

 

1 In precedenza l’autore si era diffuso a descrivere quello che è avvenuto dalla modernità in poi, quelle che lui chiama tre fini o eventi:

    1. Secolarizzazione o disincanto del mondo e fine della cristianità

    2. L’esperienza del male radicale con i totalitarismi nazista e staliniano che occupano il posto della religione, sconfitti sul loro stesso terreno. In essi, in quella violenza estrema, “la coscienza di alcuni ha resistito” (Ap 14,4; 12,1)

    3. Il terzo evento o fine “si traduce ormai in termini di chiusura di uno spazio terrestre – senza cielo – globo esteso in maniera indefinita ma chiuso su se stesso e sottomesso alla dominazione sistematica della civiltà tecnologica e mediatica dell’occidente e alla violenza esercitata dal neoliberismo economico…con minacce di ogni tipo che pesano sulla sopravvivenza (del globo terrestre)…Possiamo forse ignorare che il globo terrestre è diventato un grande villaggio e che la felicità di ciascuno di noi e di ogni gruppo è in ogni momento minacciata o alterata dalla sofferenza degli altri, questi altri che possono essere le generazioni future, quelle che noi siamo stati rispetto a colro che ci hanno preceduto? Un nuovo stato d’animo sembra farsi largo sia pure molto lentamente: gli uomini prendono coscienza, in maniera più solidale, delle sorprendenti fonti di vita nascoste nella matrice della loro storia e nella terra che li sostiene.

Questo lavoro sotterraneo coinvolge anche le religioni, mettendole in una situazione «ultima», anche se ognuna vive poi questo stato di fatto a modo suo… ”

 


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