Preti e politica

Ci scrivono


 
E i preti che in Italia, anzi nell’intera Europa, parteciparono alla Resistenza , alcuni fino all’estremo sacrificio , si comportarono da sacerdoti o come semplici cittadini? Furono fedeli alla loro missione, o agirono nell’ambito della mera sfera privata ? E andando più indietro, anche i sacerdoti martiri di Belfiore agirono in coerenza o invece al di fuori, se non addirittura in contrasto con la loro attività pastorale?
Tali imbarazzanti quesiti potrebbero servire come motivo e stimolo per riflettere sull’impegno politico dei sacerdoti , di ieri ma anche di oggi. Mi pare utile fare iniziale riferimento al documento di base , espresso dal Sinodo mondiale dei vescovi del 1971 su “ Il sacerdozio ministeriale”. Muovendosi nell’ancora acceso spirito del Concilio, esso riconosceva che la promozione umana è parte integrante dell’evangelizzazione: “ L’agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come una dimensione costituiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di oppressione”. La liberazione degli oppressi porta inevitabilmente a schierarsi concretamente ed operativamente dalla loro parte, e contro gli oppressori. Diventa un’azione anche decisamente politica. In certe situazioni, esercitata anche da parte dei preti, in pieno svolgimento della loro missione.
Circa un decennio dopo, e precisamente nel 1983, uscì il rinnovato e vigente codice di diritto canonico, pur esso toccato dalla luce del Concilio. Il rapporto tra i sacerdoti ( i chierici ) e la politica risulta così disciplinato. “ E’ fatto divieto ai chierici di assumere pubblici uffici, che comportano una partecipazione all’esercizio del potere civile”( can.285,p.3 ).. “ Non abbiano parte attiva nei partiti politici e nella guida di associazioni sindacali, a meno che, a giudizio dell’autorità ecclesiastica competente, non lo richiedano la difesa dei diritti della Chiesa o la promozione del bene comune “ (can. 287, p. 1). “ I chierici favoriscano sempre in sommo grado il mantenimento, fra gli uomini, della pace e della concordia fondate sulla giustizia”( can. 287, p. 3). Non sono escluse dunque , in casi particolari, forme dirette di politica attiva. Il Risorgimento e la Resistenza appartengono a tali situazione di eccezionalità e di emergenza? C’era da chiedere il permesso al vescovo, che magari tifava per l’altra parte ?
Trascorsi poi altri dieci anni esatti, e attenuandosi sempre più la fiamma del Concilio, Giovanni Paolo II ritornò sulla questione, con un discorso su “ Il presbitero e la società civile” . In sostanza il papa restrinse molto le aperture del. Sinodo del 1971, invitando di fatto i sacerdoti (sull’esempio di Gesù ! ) a “ rinunciare ad impegnarsi in forme di politica attiva “. Tuttavia il papa riconobbe che “ naturalmente si possano dare casi eccezionali in cui può apparire opportuno o addirittura necessario svolgere una funzione di aiuto e di supplenza in rapporto alle istituzioni pubbliche carenti e disorientate, per sostenere la causa della giustizia e della pace”. Seguì una franca ammissione :“ Le stesse istituzioni ecclesiastiche, anche di vertice, hanno svolto nella storia questa funzione, con tutti i vantaggi, ma anche con tutti gli oneri e le difficoltà che ne derivano”. A proposito. Pare che la gerarchia ecclesiastica, almeno in Italia, non abbia ancora cessata tale funzione. Alcuni suoi autorevoli esponenti hanno continuato ( continuano ) ad entrare in campo politico, trattando direttamente con esponenti di partiti devoti e di istituzioni pubbliche. Ad alto livello la politica si può fare. In basso è proibito. Al più si riconosce al sacerdote “ il diritto di avere un’opinione politica personale e di esercitare secondo coscienza il suo diritto di voto”. Ma con molta prudenza.
Giovanni Paolo II si mostrò infine assai freddo e duro nei confronti dei sacerdoti che “nella generosità del loro servizio all’ideale evangelico, sentono la tendenza a impegnarsi nell’attività politica per contribuire più efficacemente a risanare la vita politica, eliminando le ingiustizie, gli sfruttamenti, le oppressioni di ogni specie “. Ma evitino di cadere e far cadere in trappola, perché “su tale strada è facile essere coinvolti in lotte partigiane, con rischio di collaborare non all’avvento del mondo più giusto cui aspirano, ma a forme nuove e peggiori di sfruttamento della povera gente”. Dopo tale giudizio o pregiudizio, risuonò un’impietosa presa di distanza , per non dire una pubblica sconfessione: “ Essi devono in ogni caso sapere che per tale impegno di azione e militanza politica non hanno né la missione né il carisma dall’alto”. Era l’eco dell’anatema contro la teologia e la prassi della liberazione. E intanto il pontefice stava sul balcone insieme a cattive e sovrane compagnie.
Una situazione per certi aspetti simile si verificò al tempo dell’oppressione austriaca nel Lombardo-Veneto, quando alcuni preti mantovani, guidati da don Enrico Tazzoli, si immischiarono nelle faccende politiche e presero parte attiva alla lotta per la liberazione, sia pure con metodi d’emergenza, ed ovviamente senza la preventiva autorizzazione del vescovo.. Si tratta di riconoscere, o no, se essi andarono contro la loro missione, o se invece ( come io ritengo ) ne mostrarono una generosa, anche se non sempre prudente testimonianza. E’ interessante rileggere al riguardo quanto annotava quasi profeticamente mons. Martini a pagina 42 del “ Confortatorio di Mantova” : “Il clero conosceva la disposizione degli animi ed era consapevole che il popolo lo stimava, l’amava, non voleva separarsi da lui; molto più che il prete è fatto per il popolo e che egli deve stare unito col popolo stesso, fin dove lo possa, senza offendere la fede e la morale, perché una volta che seguisse la divisione, forse non si effettuerebbe mai più la riconciliazione e molte anime andrebbero perdute”.

Egidio Lucchini

 


 

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