N°92-93 / Crisi infinita

Editoriale


 

In questi ultimi mesi si è verificata una girandola folle di eventi pesantissimi: dalla guerra in Libia, alla crisi economica, che agisce come una bomba a frammentazione e la cui gestione sta prosciugando le risorse di moltissimi italiani, la follia irresponsabile che tiene prigioniera la vita politica italiana con l’ annientamento di qualsiasi etica, senza neppure curarsi della sua parvenza. Il tutto in un quadro internazionale ed europeo sotto continuo ricatto da parte di “predatori spudorati” ai quali “l’economia è stata lasciata in mano”.

In estrema sintesi: “il concetto di crisi è inerente a quello del capitalismo finanziario, che può fare ricchezza solo distruggendo il valore del capitale esistente e deve farlo in continuazione. Perciò il sistema finanziario capitalista mondiale di mercato è strutturalmente speculativo, non è produttivo e nemmeno economico…La mia tesi è che queste crisi continueranno, saranno sempre più gravi e i loro costi sempre crescenti…la vera causa della crisi non è la spesa pubblica, bensì gli sconquassi del capitalismo finanziario globalizzato” (Riccardo Petrella)1.

Questo quaderno riporta gli atti del nostro convegno, tenuto a Bergamo il 2 giugno scorso. Più precisamente, contiene i discorsi del mattino racchiusi nel titolo: “La pietra in cammino: chiesa in viaggio col mondo”. Oltre alle due relazioni di Giovanni Miccoli e di mons. Luigi Bettazzi sono raccolti anche i numerosi interventi, riportati nello stile parlato e la ripresa dei due relatori.

Nel prossimo numero sarà pubblicata la riflessione del pomeriggio sul tema del lavoro, sul quale mi soffermerò già in questo intervento, non solo perché da sempre è argomento di elezione della nostra rivista, ma perché il lavoro rappresenta un luogo privilegiato per discernere il tenore reale della nostra convivenza civile e la qualità della democrazia.

 

Lavoro

Partiamo dal famigerato articolo 8 della manovra finanziaria che, in termini normativi, racchiude un inaudito potenziale di disgregazione della civiltà del lavoro costruita in questi ultimi decenni. E inizio, non a caso, dalla reazione che i lavoratori hanno intrapreso contro questa aggressione che si connota chiaramente come lotta di classe tesa a polverizzare le tutele che ancora sono rimaste a difesa dei più deboli nell’organizzazione produttiva e dei servizi

Ho attraversato le strade delle mia città in corteo con i lavoratori che hanno scioperato contro questa manovra finanziaria e per la soppressione dell’art. 8. Il contatto diretto con i volti, le voci, nonché la gestualità collettiva, è elemento essenziale per la comprensione di quanto sta accadendo.

Il lungo corteo era accompagnato da potenti percussioni che entravano nell’anima, quasi fosse un unico cuore a battere. L’immagine mi è venuta da Ramiro un amico catalano, gesuita operaio, che ora si trova ad Haiti. E racconta che alla domenica una grande folla di popolo si ritrova all’aperto per la messa che dura un’intera mattinata, al suono del tamburo, a evocare il ritmo del cuore che batte all’unisono.

Io mi sono ritrovato immerso a questa umanità che non vuole accettare di essere schiavizzata e condannata all’irrilevanza totale. Si ribella all’uso perverso della crisi economica, impugnata per piallare, o addirittura azzerare, il minimo di dignità e di diritto del lavoro, che dal dopoguerra, nonostante tutto, in Italia si è riusciti a ottenere. Ho sentito la presenza di una coscienza che lotta non per consumare di più, ma perché è la stessa vita, intesa come condizioni minime di dignità, ad essere minacciata.

Sì, l’art. 8 sembra alimentato da un’intenzionalità punitiva e vendicativa. Come dice Gallino: “l’art. 8 non lascia dubbi: esso mira a stabilire per legge che è realmente possibile derogare da tutte le leggi che hanno finora disciplinato le materie sopra elencate”, praticamente tutti gli ambiti della contrattazione e quelli che costituiscono le materie del diritto del lavoro. In sostanza, la contrattazione aziendale o territoriale può soppiantare e sostituire quella nazionale per tutti i lavoratori di quell’azienda o territorio. Al legislatore sarebbe bastata questa sola affermazione: “i contratti collettivi nazionali sono aboliti e con essi tutte le norme concernenti il diritto al lavoro”.

Possiamo fare qualche esempio: il lavoratore potrebbe essere controllato istante per istante da un impianto audiovisivo, per tutto il tempo lavorativo. Il ché è vietato dall’art. 4 dello statuto dei lavoratori (davvero è ridicolo e tragico quando si pensi che il nostro capo del governo, quello che si autodefinisce “premier a tempo perso”, vuole inibire la magistratura inquirente dall’uso delle intercettazioni telefoniche!).
E ancora, l’orario di lavoro potrebbe essere portato a 60 ore settimanali, e in alcuni casi a 65, limite estremo posto dalla Commissione europea.
Un operaio specializzato da tanti anni può sentirsi dire: o accetti la nuova qualifica di operaio generico o te ne vai.
Può succedere che l’azienda proponga al dipendente di convertire il suo rapporto di lavoro a tempo indeterminato in quello di collaboratore a progetto per tre mesi, rinnovabile. Un lavoro autonomo a cui vengono richieste tutte le prestazioni di prima, compresi eventuali controlli audiovisivi, ma senza i vantaggi del lavoratore dipendente (ferie retribuite).
Inoltre, diventerebbe molto più facile licenziare o mettere in condizione di licenziarsi. In tutti i casi si perverrebbe ad un’ulteriore frammentazione e “al degrado dell’attività sindacale” e si intensificherebbe il clima di paura, peraltro già molto presente anche nella situazione attuale.

Per chiudere, Gallino sottolinea che “l’art. 8 …non è in alcun modo emendabile o assoggettabile a pattuizioni. Se non si vuole far fare un salto indietro di mezzo secolo alla nostra civiltà del lavoro, va semplicemente cancellato”.

 


E ora alcuni cenni sul non lavoro

Sono stati diramati dei dati secondo i quali il numero dei disoccupati in Italia è sceso a circa 2 milioni di unità, mentre nella Spagna sarebbero più del doppio.

Il guaio di questo dato è, però, che non considera la categoria degli inattivi. Sono quelli in età compresi tra i 15 e 64 anni che rimangono fuori dal mercato del lavoro, perché scoraggiati, inabili o non interessati alla ricerca di un’occupazione. In Italia sono 38 su 100, in Spagna 27 e in Germania 23 su 100. Nel nostro paese su 40 milioni di popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni, gli inattivi ammontano a 15 milioni. “L’ambigua miscela tra disoccupazione e inattività è il retroterra del grave deficit di occupazione che l’Italia segna soprattutto nel segmento giovanile”2.

Alcuni raffronti tra zone omogenee: tra il 2007 e il 2010 in Lombardia il tasso di occupazione giovanile è sceso dal 33% al 26%. Nello stesso periodo nelle regioni più progredite d’Europa il tasso giovanile di occupazione è rimasto stabile al 50% in Baviera e al 33% nella regione francese Rodano-Alpi. E’ invece crollato in Catalogna dal 45% al 29% rimanendo, però sempre migliore che nella nostra Lombardia.

Se facciamo un confronto nelle regioni ”capitali” il tasso di occupazione dei giovani nel Lazio tra il 2007 e 2010 è rimasto stabile al 20%, nella regione di Berlino è rimasto stabile al 38%.- Nell’area di Parigi è passato dal 29% al 25% e in quella di Madrid dal 41% al 27%.

In sostanza oggi un solo giovane su quattro è occupato in Lombardia contro uno su due in Baviera, mentre solo un giovane su cinque è occupato nel Lazio contro uno su quattro a Madrid.

Due annotazioni:

Non coltivare il “capitale umano” rappresentato dai giovani è un pessimo affare non solo per il messaggio di non speranza e di impossibilità a progettare un futuro, ma anche perché ci si priva della capacità innovativa che potenzialmente i giovani sono in grado di offrire.

A questa perdita si aggiunga anche l’emorragia di cervelli eccellenti che se ne vanno dall’Italia3. Si calcola, ad esempio, che un laureato in ingegneria venga a costare al sistema nel suo complesso circa 1 milione di euro. Sembra che i giovani laureati italiani all’estero siano 50 mila e sono in fortissima crescita. Nel 2010 a un anno dal conseguimento della laurea sono emigrati il 4,5% di giovani rispetto al 3,2% del 2009. Inoltre a un anno dalla laurea ha un lavoro stabile il 48% degli italiani all’estero contro solo il 34% del complesso degli specialisti occupati in patria. In più all’estero è molto più diffusa l’assunzione a tempo indeterminato. Tra le altre cose emerge anche che “la lacuna più sentita tra i neolaureati è la mancanza di un ambiente recettivo per le loro proposte. C’è una sorta di barriera di ingresso: i più anziani ma spesso anche i quarantacinquenni, sono diffidenti. E’ colpa di una prevalente cultura aziendale: e la crisi ha accentuato questa forma di egoismo” (Gilberto Marchi). Recenti pubblicazioni, ad esempio il libro di Pier Luigi Celli “La generazione tradita”, raccontano che si ha paura di chi ha talento e chi è bravo spesso viene emarginato perché temuto dall’establishment.

 


Oscenità politica

Vi è chi ha qualificato “demenziale” lo sciopero generale del sei settembre. Forse la maggior parte di questi non si accorgono, o non lo danno a vedere, che se c’è una cosa “demenziale” è lo spettacolo offerto dalla gestione della politica che in questi ultimi mesi ha toccato il vertice del ridicolo e della tragedia.

A giugno il ministro del tesoro garantisce che, in accordo con l’Europa, l’Italia non ha bisogno di alcuna manovra, basta qualche aggiustamento contabile da attuarsi con una leggina. Ai primi di luglio ecco il risveglio traumatico: ci accorgiamo di essere sull’orlo del precipizio. E questo mentre veniva annunciato che i tempi dei lavori delle camere prevedevano la loro chiusura sino alla riapertura prevista per il 12 settembre, dopo il ritorno dei parlamentari volonterosi dalla Terra Santa.

Tutta l’estate è trascorsa nel susseguirsi di manovre annunciate e smentite, sino ad arrivare alla quinta, che difficilmente sarà l’ultima di quest’anno. Si diffonde sempre più la convinzione di essere nelle mani di gente non solo disonesta (si pensi ai messaggi sempre rassicuranti diramati sulla crisi), ma anche assolutamente incapace di operare per un minimo di bene comune, nonché preda di ricatti incrociati che trovano nel premier il più alto punto di convergenza.

Indignarsi, è il minimo per mantenere un residuo di umanità, anche se non è sufficiente per dare una svolta diversa alle cose. Però se si spegnesse anche questa capacità di reazione, si cadrebbe in una forma di deserto senza vita.

Penso sia assolutamente pertinente, a questo punto, citare un passo di S. Agostino, mediante l’utilizzazione che l’attuale papa ne ha fatto nella sua prima lettera enciclica “Deus caritas est”:

“Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino: « Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? ».

Però occorre aggiungere qualcosa d’altro. Fin tanto che i documenti rimangono ad abbellire archivi e biblioteche non ci sono problemi perché anche le parole più sagge, e più ardite, non hanno nessun effetto. Il problema, anche per la chiesa, è quando si applicano alle situazioni, scendendo dall’alto dei principi. Allora nascono gli attriti. Pertanto io affermo, a proposito della citazione di Agostino, “se non ora quando?”.

L’hanno gridato le donne il 13 febbraio scorso nelle cento città dove si sono radunate. L’ha ripetuto la Camusso nell’ambito dello sciopero del sei settembre e noi lo ripetiamo ora, valutando irresponsabile e assolutamente distruttiva per il nostro paese la permanenza al potere dell’attuale esecutivo: un latrocinio nei confronti di tutti gli italiani che si consuma come spettacolo osceno dinanzi al mondo intero.

 


Intrecci al ribasso

Dinanzi al disastro etico nel quale siamo immersi, cui si è pervenuti dopo decenni di progressivo avvelenamento, come è capitato al mitico re Mitridate, penso che sarebbe evangelicamente disonesto da parte di chi ha guidato la chiesa italiana chiamarsi semplicemente fuori.

La piega politica che ha prevalso nella direzione ecclesiastica ha fatto perdere una grandissima occasione di testimonianza evangelica:

“E’ un fatto che la chiesa italiana complessivamente intesa si comporti a inizio del XXI secolo come se credesse che il Vangelo come tale non abbia nulla da dire di rilevante per la vita delle persone e delle comunità”. Anche quando sono state utilizzate parole d’ordine del magistero pontificio (il Vangelo della vita, la nuova evangelizzazione ecc.) in una “tendenza mediaticamente prevalente e prevalentemente mediatica…lo si è fatto sulla base di una convinzione : cioè che la chiesa abbia bisogno di autorità pubblica previa, indispensabile, sancita attraverso le leggi, e – finché non ottenuta – sostitutiva di un annuncio evangelico che, proprio per questo, finisce per essere rinviato sine die e non è mai arrivato, se non sotto forma di appello alla mobilitazione o alla militanza, alle generazioni che saranno adulte domani…

C’è un vuoto che appare crescere da sé, il senso di un’occasione perduta per inseguire il vento della politica, un buio confuso e vociante che può attendere il mattino. O restare semplicemente com’è”4.

In questa notte che avvolge l’Italia, in una crisi mondiale acuita o indotta dalla concentrazione del denaro nelle mani di un’oligarchia predatoria che “lavora per ridurre in miseria i poveri e le classi medie e permettere ai ricchi di fare affari” (Susan George), c’è un vuoto di parola evangelica, un’incapacità di lettura profetica, un blocco che impedisce di assumere la stoltezza delle beatitudini come cardine e asse portante di una sapienza da annunciare, ma soprattutto da vivere e da condividere come criterio informatore delle scelte e delle dinamiche ecclesiali. E della parola doverosa da dire. E invece c’è “un silenzio strano” che da molti viene interpretato come “sostegno che i vertici della Chiesa continuano a dare a Berlusconi , (il ché) non è solo uno scandalo, ma sta sfiorando l’incomprensibile” (Barbara Spinelli)5.

 

Criticità ecclesiale

Vorrei chiudere con una parola che ho appena scoperto e che mi pare debba diventare oggetto di seria riflessione per la chiesa, dal papa all’ultimo cristiano: si riferisce ad un’intuizione di Giuseppe Dossetti che risale al 1940, ma che comunica in un suo intervento nel 1953:

“Quel che conta ora è questo: io ricomincio da zero, movendo da quelle due fondamentali convinzioni che erano alla base della mia posizione nel 1940. La fondamentale catastroficità della situazione civile e la criticità del mondo ecclesiale, e la convinzione che esistono dei rapporti tra i due termini, non solo una influenza della criticità ecclesiale sulla catastroficità della situazione storica, ma in qualche misura, anche un rapporto inverso di influenza dalla catastroficità sulla criticità.

E’ anche certo che il primo rapporto (cioè quello dell’influenza della criticità ecclesiale) è predominante e primario”. E questo sottolinea la responsabilità che ne deriva.

Venendo all’oggi, la catastroficità della situazione civile è sotto gli occhi di tutti.

Sulla criticità ecclesiale Dossetti afferma che è problema non recente, ma deriva dal prolungarsi di lunghi secoli, fino a raggiungere un grado molto avanzato ai nostri tempi. Qual’ è questo punto critico?

“E’ un certo modo cristiano cattolico di intendere il cristianesimo e di viverlo, che, se si dovesse definire in forma puramente descrittiva, si dovrebbe definire attivistico e semipelagiano nel suo aspetto teologico”. E aggiunge ancora: “Il cattolicesimo oggi ha questa colpa: di attribuire all’azione ed all’ iniziativa degli uomini rispetto alla Grazia un valore di nove decimi. Esso possiede peraltro un notevole spirito di conquista, di una certa generosità, ma soprattutto nella gerarchia si riscontra una fondamentale mancanza di fede operante”.

La vera efficacia in ambito ecclesiale, invece, deve avvenire più come “frutto dell’esuberanza dell’essere” che come effetto direttamente perseguito. “Il modo più proprio dell’azione nella Chiesa è questo, che, proprio se non voluto per sé, è massimamente efficace…«Cercate la gloria di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù”, non dobbiamo lavorare per avere il sovrappiù”6.

Per rendere concreto quando Dossetti intende dire è utile l’interpretazione di don Pino Ruggieri:

“Ciò che Dossetti vedeva con preoccupazione nell’azione della Chiesa verso la società, era il fatto che la Chiesa, anziché manifestare la sua vera natura e far apparire il Vangelo in tutta la sua forza, si preoccupava, mediante l’azione organizzata (scuole, ospedali, attività sociali ecc.) di esercitare un influsso esteriore sulla società che velava, anziché svelare, la linea del Vangelo di Gesù Cristo. In altri termini: la Chiesa, a motivo della sua «ricchezza» e del suo attivismo non era storicamente in grado di assolvere al suo compito nella società civile, compito che consiste nel rendere presente il messaggio di Gesù”7.

Chi può negare la straordinaria attualità di questa parola e l’urgenza di una tale riflessione?

 

Roberto Fiorini

 


1 “Il tarlo della finanza. Colloquio con Riccardo Petrella. A cura di Achille Rossi in L’altra pagina, settembre 2011 , 24-25.

2 Giovanni Ajassa, responsabile studi BNL Gruppo BNP Paribas, Disoccupazione: il calo è un’illusione. In 15 milioni non cercano più lavoro, in La Repubblica. Affari e finanza 12 settembre 2011

3 Andrea Rustichelli, Cervelli in fuga : in azienda è caccia ai laureati qualificati” in Ibidem

4 A. Melloni, L’occasione perduta. Appunti sulla storia della chiesa italiana 1978-2009, in Il Vangelo basta a cura di A. Melloni e Giuseppe Ruggieri, Roma Carocci 2010, 70.109.

5 Stiamo andando in stampa, e ci giunta notizia dell’intervento del card Bagnasco col pollice verso indirizzato all’innominato. L’aria è diventata irrespirabile, avvelenata, parola di vescovi. Ormai lo gridavano anche le pietre. Il nuovo articolo della Spinelli, comparso su “La Repubblica” del 27 settembre, porta il titolo: ”non possumus”. Già, ma in tutti questi anni, come hanno potuto?

6 Cit. in G. Alberigo (a cura di), Giuseppe Dossetti. Prime prospettive e ipotesi di ricerca, Bologna Il Mulino 1998, 105.106.

7 Cit in C. Lorefice, Dossetti e Lercaro. La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II, Milano Paoline2011, 106.

 


 

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