Una lunga storia che non finisce qui

Frammenti di vita raccontati dai PO
nel decimo anniversario della nostra rivista



Questo testo non è la ripresa di qualcosa del mio passato più o meno remoto ma una testimonianza sul passato recentissimo. Che contiene in sé anche prospettive di futuro.
Anche in questa vicenda riconosco di dovermi dichiarare privilegiato: si potrebbe dire che sono “cascato” giusto, dentro questo piccolo frammento della classe operaia storica di Sesto San Giovanni, che ancora oggi è stato capace di non arrendersi…
Forse è più corretto dire, grazie a questa mia buona sorte: “confesso non solo che ho vissuto, ma che tuttora sto vivendo”. E in questo vivere ho potuto imparare tanto dai miei compagni di lavoro e di lotta.


1. Cinque anni di lotta



Cinque anni di lotta (a partire da quando, con la cassa integrazione, era stato espulso dalla fabbrica il meglio della capacità di resistenza operaia) ci hanno finalmente permesso di raggiungere un risultato che cinque anni fa nessuno di noi si illudeva di raggiungere, e che però ostinatamente abbiamo cercato: la Nuova Breda Fucine chiuderà, ma nessun lavoratore resterà “a piedi”: i 38 esuberi del processo di liquidazione dell’azienda saranno ricollocati entro il 31 marzo ‘97 negli enti pubblici. Tutti, a partire dagli invalidi e dagli ammalati, che parevano condannati a non trovare più un posto di lavoro.
Cinque anni di lotta su tutti i fronti:
• in fabbrica, scioperi, assemblee, occupazioni della palazzina degli uffici – quante!; e picchetti contro gli straordinari al sabato, d’inverno, in orari impossibili;
• nelle strade, organizzando manifestazioni esclusivamente “nostre”, anche di sorpresa, o partecipando alle manifestazioni indette dal sindacato;
• nei palazzi delle istituzioni: non solo presìdi al Comune di Sesto, alla Provincia, alla Prefettura; ma anche l’occupazione dell’Intersind, della direzione generale dell’Ufficio Regionale del Lavoro, e infine della sala della Giunta del Comune di Sesto;
• nei tribunali, usando il ricorso legale tutte le volte che ci era possibile; vincendo di solito in prima istanza, e perdendo quasi sempre in appello;
• tentando sempre, a volte con successo, di finire sui mass-media, almeno quelli locali (su quelli nazionali il nostro caso non ha mai meritato più di pochissime righe).

Una lotta gestita con intelligenza dai delegati più attivi:
• in autonomia dai sindacati ufficiali, ma non rifiutando il rapporto con loro;
• capaci di andare allo scontro, ma sempre alla ricerca di una trattativa che permettesse di fare dei reali passi in avanti;
• lotta “irriducibile”, è vero; nella quale però sempre hanno tenuto conto di fino a che punto si potesse arrivare in quel preciso momento, con quelle forze che erano a disposizione.
Una lotta che ha potuto sempre essere incanalata e diretta dai delegati; mai dai sindacati. Ricordo quella volta che a Roma il commissario nazionale liquidatore dell’Efim, Predieri, ha sparato a zero sull’ingestibilità della NBF (scandalo:
l’unica fabbrica in tutta Italia!), nel tentativo inutile di farci ricattare dal sindacato.
Una lotta che ha sempre avuto il consenso della maggioranza dei lavoratori, coinvolgendone attivamente una percentuale ben più alta della norma; e che ha potuto diventare lotta di tutta la fabbrica quando, finalmente, sono andati in prepensionamento i due delegati “storici” della Fiom, umili servi dei loro dirigenti sindacali e di partito, che giocavano a dividere i lavoratori, gestendo rapporti clientelari-paternalistici con quelli più insicuri.
I rappresentanti sindacali che successivamente sono stati eletti non erano di certo omogenei tra loro; ma hanno tutti accettato come metodo la discussione aperta al loro interno, portando poi in assemblea le diverse posizioni, per lasciare all’assemblea la decisione delle scelte (oggi invece, purtroppo, la norma è che le divergenze vengono “appianate” nelle sedi sindacali…).

 

2. Fissando alcune immagini dell’occupazione al comune di Sesto…

 

 

• Sono venuti tutti, o quasi: degli 86 lavoratori interessati (i 38 “esuberi” più i 48 al lavoro, in affitto all’azienda che acquisterà quello che resta della fabbrica), pochissimi non si sono fatti vedere. Non eravamo riusciti ad avvertire proprio tutti, ma c’è stato anche chi è venuto perché ci aveva visto in TV. E poi, alcuni pensionati, alcune mogli e qualche figlio (e tutti sappiamo quanto ci tengono gli operai a mantenere la famiglia ben separata dalla fabbrica), e tanti amici, di tutte le età, invitati dal tam tam degli amici più vicini.
C’era il clima “simpatico” di ogni nostra occupazione, vigile e disteso insieme; quelli che ci hanno portato un bel pentolone di buona pasta, le mogli che hanno preparato apposta la padella di melanzane al forno, o la focaccia e la torta; e – in mancanza d’altro – nessuna fatica a trovare i due compagni che si incaricavano di uscire a comperare pane e affettato per tutti, con le bevande necessarie (anche il vino, certo, e la grappa); e nessuna fatica a raccogliere i soldi per coprire la spesa.
Possiamo dire, insomma, che nessuno, o quasi, si è tirato indietro. E che insieme è stato bello, ancora una volta.

• In quel clima ci sono stati momenti nei quali ci siamo richiamati – generalmente con toni scherzosi – fatti personali che sono ormai entrati a far parte della nostra storia collettiva.
Come quando – un anno prima – alla guida della delegazione in Provincia delle aziende ex-Efim sopravvissute è riapparso improvvisamente il “compagno” Rocchi (segretario Fiom) che da 6 anni non si faceva più vedere (ne aveva ben ragione, perché 6 anni prima aveva imposto all’assemblea della Breda Fucine il piano di scorporo in tre aziende che la capogruppo Finanziaria Breda aveva presentato: erano anni in cui ci imbrogliavano con il ricatto occupazionale, parlandoci di necessità di partner privati e di ricerca di sinergie… E fu allora l’inizio della fine della Breda Fucine). Finito l’incontro della delegazione dentro il palazzo, Rocchi impugna il megafono: “compani, i prossimi giorni sono decisivi; è necessario che restiamo tutti uniti…”. È stato allora che Raffaele, trovandosi vicino a me, mi dice: “ma cosa vuole quello là! 6 anni fa ci ha detto che dovevamo dividerci tra noi, perché se no perdevamo il lavoro! E adesso è lui che ci dice che dobbiamo stare uniti…”. Raffaele è un uomo sui 50 anni, umile, taciturno, sempre presente alle manifestazioni e alle assemblee; difficile che esprima un suo parere, se non glielo si chiede. Ma questa volta non è riuscito a star zitto…

• Il sindaco di Sesto ormai ci conosce: siamo piombati da lui non ricordo più quante volte; e non sappiamo quante altre è stato scomodato dall’alto a causa nostra; dopo l’occupazione dell’Ufficio del Lavoro è stato lui a chiedere un incontro con i delegati, accettando di andarli a trovare in fabbrica. Anche questa volta ha tentato di “metterci buoni”, come sempre. Ma ha dovuto seguire fino in fondo il nostro percorso; cioè:
– ottenere prima la firma a Roma del decreto applicativo necessario per il nostro ricollocamento (una questione burocratica che ci ha tenuto fermi inutilmente per un anno, risolta al termine della prima giornata di occupazione);
– e poi impegnarsi per la sua attuazione immediata (seconda giornata di occupazione).

• Un anno prima, alla nomina del commissario liquidatore, avevamo invaso la sala consigliare: occupazione, naturalmente. Arriva il sindaco, ci ascolta, dice che capisce, che si impegna, (non era la prima volta); anche i sindacalisti dicono di impegnarsi… È ora di andare a mangiare in mensa, c’è chi ha fretta di andarsene, ringraziando per le promesse fatte; eppure, mezz’ora prima, Ciro – operaio napoletano verace – aveva minacciato l’incendio della fabbrica, provocando lo sdegno di sindaco e sindacalisti.
Sento al volo un paio di compagni: bisogna tenere alto il tono. Intervengo allora dicendo che noi sì, sappiamo ringraziare, perché siamo “civili”; ma sia chiaro che siamo incazzati. Ed è bene che sindaco e sindacalisti si ricordino quello che Ciro ha detto, esprimendo così la nostra preoccupazione di restare senza posto di lavoro… E che qui, in Comune, comunque ritorneremo a chiedere conto delle promesse che oggi ci hanno fatto.

• L’altra sera questo fatto glielo abbiamo ricordato, quando il sindaco si è un po’ agitato perché non “toglievamo le tende”, dopo che ci aveva portato da Roma la notizia della firma dell’ormai famoso decreto applicativo. Agitato, sì, è il termine giusto: perché per il Comune era un aggravio di spesa comandare 6 vigili invece che 2 per il turno della notte (risposta immediata: “si immagina quanti soldi si sarebbero potuti risparmiare se ci fosse stato trovato un lavoro, invece di tenerci in cassa integrazione per cinque anni?”); e poi, la mattina dopo c’era la riunione della Giunta e aveva bisogno della sala: non potevamo impedirgli di lavorare! (“ma noi, è cinque anni ormai che ci impediscono di lavorare!”).
Ma la gioia più grande me l’ha fatta provare il compagno analfabeta (in senso stretto) che ha osato ribattere più volte con decisione al sindaco: “noi qui non facciamo niente di male”; “siamo qui per rivendicare un nostro diritto”; “ma non vorrà mica trattarci come i topi, chiedendoci di lasciare la sala giunta per scendere nell’atrio a passare la notte”. Insomma, la lotta come luogo della crescita dei proletari.

• Mentre il sindaco si ritira in buon ordine (al piano di sopra c’è il consiglio comunale, a cui noi abbiamo deciso di non partecipare – che vengano loro a trovare noi! Alla fine, verrà solo Wanda Ferrari, consigliera di Rifondazione), la “nostra” sala si è quasi riempita di giovani: sono venuti a darci il loro sostegno da Cologno – quartiere Stella, da Sesto – quartiere 6, da Nerviano – Garbatola e da Milano – Sempione, accompagnati dai loro animatori e da altri adulti che alcuni di noi conoscono bene.
Improvvisiamo un’assemblea: io spiego in pochi minuti la storia che ci ha portato fin lì; poi passo la parola a Michelino sulla lotta del comitato contro i tumori: dei 26 operai che hanno lavorato fino a 10 anni fa sul “macchinone” (a 20 metri da dove lavoravo io), 11 sono morti di tumore, altri 4 sono ammalati gravemente. Michelino descrive i fatti, sottolinea il significato della lotta per la salute in fabbrica, richiama i valori di quella lotta: 10 minuti elevatissimi ed elevanti di lezione da “università popolare”, ascoltati con estrema attenzione. Partecipare a una “lezione” così per un giovane di oggi è vivere un momento che può segnare la sua vita.
Poi Anna e Angela, due donne adulte di Nerviano, ex-operaie, chiedono la parola: vogliono ringraziare; chiedono ai giovani di non dimenticare; ricordano la loro esperienza di lotta. Non riesco a seguire molto, la commozione sale. In piedi lungo la parete laterale, Cristina, giovane donna, animatrice di un gruppo di questi giovani, sta piangendo: il dono delle lacrime!…

• Dietro un tendone della sala giunta Leo ha scoperto un bel treppiede che regge i cartelloni che, si vede, anche gli amministratori comunali di Sesto usano durante le riunioni di giunta: lo mettiamo bene in vista, con un pennarello a portata di mano. Mi viene da scrivere nelle ore seguenti, alcune epigrafi scherzose-solenni. Questa è rimasta ben visibile durante tutto l’incontro della giunta il mattino dopo:

“Non si era mai tenuta in questa sala
riunione più elevata, partecipata e educativa
dell’assemblea tenuta con gli operai della Nuova Breda Fucine
la sera dell’11 novembre.
Assenti tutti i consiglieri comunali,
impegnati nel loro chiacchiericcio di routine.
Peccato, hanno perso una grande occasione
anche per educarsi (o rieducarsi)”.

 

3. Il punto d’arrivo di un pezzo importante della storia della classe operaia



Qui siamo arrivati anche perché dietro le nostre spalle c’è una storia ben più lunga delle nostre singole vite.
• Una storia che nasce alla fine del secolo scorso, con le prime grandi fabbriche di Sesto San Giovanni; che fiorisce nella lotta di resistenza armata contro il fascismo, prima e dentro la seconda guerra mondiale.
• E poi le “volanti rosse”; e le lotte dure degli anni 50 e 60, spesso concluse con il licenziamento di tutti gli operai, e la successiva riassunzione dei soli “buoni”.
• E infine le lotte unitarie di Fim-Fiom-Uilm e il contratto del ‘69: lì c’è la bomba di piazza Fontana, decisa da chi vuole fermare il movimento.
• All’inizio degli anni ‘70 la Breda Fucine è la prima fabbrica nella quale si porta a fondo la lotta per la salute: non si può parlare di tutela della salute senza partire dal dare la parola ad ogni operaio, per rilevare i suoi sintomi. Da questa esperienza nascono gli SMAL (Servizi di Medicina dell’Ambiente di Lavoro), prima a livello regionale, poi nazionale.
• Poi arrivano gli anni del terrorismo – e la fabbrica ne è sconvolta, forse più ancora che il sindacato e il partito in generale. Inizia il declino, anche alla Breda Fucine. Ma della forza degli operai Breda in lotta rimane una traccia nell’immaginario di tutti. Ricordo quel dirigente di produzione che parlava con timore e rispetto, dentro un gruppetto di operai in un momento di confidenza, del Consiglio di Fabbrica Breda Fucine, contro il quale era convinto fosse pericoloso andare. Un che di mitico, in anni nei quali la nostra forza reale era ormai decisamente in calo.
Dentro questo grande alveo, l’impegno e la coerenza di alcuni, pochi, compagni ci ha portati fin qui. Compagni per i quali la lotta di fabbrica era ed è scelta di vita.
Sarebbe lungo il racconto…
Mi fermo qui. Mi basta dare l’immagine di un lungo, difficile cammino, durante il quale è toccato a noi oggi percorrere questa nostra tappa.
L’ultima tappa per la classe operaia Breda? Io penso di sì.

 

4. … ma la storia non finisce qui!

 

 

Tra pochi giorni la storia delle lotte della Breda Fucine dovrebbe finire – supponendo che gli accordi conquistati vengano rispettati… (non temete, resteremo vigili!).
Ma la storia non finisce qui.
• Ci resta da portare a fondo la vicenda del comitato di lotta contro i tumori, che si è formato a Sesto in seguito alla morte degli 11 compagni del “macchinone”.
• E intanto vorremmo fare memoria scritta di questa nostra storia. Ci sembra troppo significativa per non tentare di fissarla in un libro-documento;
– memoria utile a noi per non dimenticare, dovunque andremo;
– e “istruttiva” – perché no? – per le prossime generazioni: che almeno chi vuole possa leggersela ancora tra chissà quanti anni…
• In ogni caso, noi 38 “esuberi” abbiamo deciso assieme di restare in collegamento, anche se finiremo in posti di lavoro diversi e lontani tra loro. Come fare, lo decideremo a suo tempo. La storia non finisce, appunto.
È forse finito l’ultimo capitolo di un libro importante.
Tra poco sarà tempo di iniziare a scrivere il primo capitolo di chissà quale altro libro successivo…

Luigi Consonni