Le due rivoluzioni copernicane

In preparazione al Convegno di Bergamo 2011



Dal libro appena comparso in libreria di mons. Luigi Bettazzi: “Vescovo e laico? Una spiegazione per gli amici”, riprendiamo una pagina che ci sembra utile in vista del nostro convegno e del contributo che verrà a proporci. Le rivoluzioni copernicane di cui parla, attingono direttamente al Concilio al quale lui ha partecipato di persona. Però, in questi decenni, qualcosa è successo e in molti si chiedono se non sia il sistema tolemaico a dettare ancora tempi e regole.

 

Un vescovo può dichiararsi laico, anzi, sul piano sociale e politico forse «deve» professarsi laico. Nell’ambito della sua religione dovrà farsi messaggero e garante della soprannaturalità, ma sul piano civile potrà invocare la specificità della sua religione solo nella misura in cui questa è ormai entrata a far parte delle tradizioni storiche, culturali, artistiche del paese. In realtà, mentre contestiamo la posizione di religioni (ad es. l’islamismo) che trasferiscono sul piano civile le loro tradizioni religiose, creando la classe privilegiata dei cittadini che professano quella religione, spesso anche noi cristiani finiamo con l’ imporre la nostra visuale religiosa appellandoci a una «legge naturale» di cui ci sentiamo i garanti, senza tener conto che chi non è giunto a valutarla come «legge naturale» dovrà accettarla per obbedienza religiosa.
La prima proposta di un profondo rinnovamento di mentalità, che qualcuno ha voluto definire provocatoriamente «rivoluzione copernicana» (cioè un capovolgimento tra centralità e subalternità), è che non è l’umanità per la Chiesa, ma la Chiesa per l’umanità. Questo appare chiaramente dal fatto che il concilio ha promulgato la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (la Gaudium et spes, dalle prime parole latine), in cui si presentano i grandi valori umani, propri di tutti gli esseri umani (dal valore della persona a quello della famiglia, dalla cultura all’economia, dalla pace alla comunità politica e internazionale: valori «laici»), soggiungendo che tanto più a questi devono mirare i cristiani, illuminati dalla loro fede: la fede cristiana alimenta e garantisce un’autentica fede laica, e come la fede cristiana sollecita la carità cristiana, così si apre e si connette alla «carità laica».
Vorrei dire che questo rende ancor più esigente la seconda «rivoluzione copernicana», interna alla realtà della Chiesa. Se un tempo, infatti, praticamente si identificava la Chiesa con la gerarchia (soprattutto con i vertici più elevati), riducendo la massa dei fedeli a beneficiari dell’insegnamento delle verità e delle distribuzioni di grazia, il concilio ha precisato la priorità del «popolo di Dio», di cui la gerarchia – indispensabile e consacrata – è al servizio (in latino ministerium).
La priorità del popolo di Dio diventa ancor più incalzante in vista della prima «rivoluzione copernicana»: se non è l’umanità che deve subordinarsi alla Chiesa, adeguandosi così alle sue modalità e alle sue tradizioni, ma è la Chiesa che deve orientarsi all’umanità entrando nelle sue culture e nelle sue abitudini, saranno proprio i laici, per loro natura amalgamati alle varie fasce della popolazione, a doverle illuminare col messaggio del vangelo, facendosene portatori e interpreti presso la gerarchia per il giudizio definitivo. Ed è qui che potrebbe concludersi che se «laico» vuol dire «membro del popolo di Dio», in un certo senso il vescovo, per essere veramente cristiano, dovrebbe prima essere «laico», prescindendo appunto dal fatto che, nella Chiesa, per laico si intenda chi non fa parte del clero.
Se è vero infatti che l’amore di Dio abbraccia tutti gli esseri umani e che Gesù ha versato il suo sangue per tutti, la globalizzazione rende ancora più evidente la necessità di una piattaforma unitaria «laica», in cui tutti dobbiamo trovarci per un dialogo e una collaborazione comune, in cui ciascuno venga ispirato dalla sua religione e da una sua filosofia. Un vescovo, se deve alimentare l’accoglienza e l’attuazione del messaggio evangelico nei suoi fratelli di fede, dovrà educarli e sostenerli nell’impegno laico della costruzione di una società sempre più trasparente e solidale… proprio come Dio vuole e Gesù Cristo ci ha insegnato e ha avviato nella sua vita, morte e risurrezione (e questo è il regno di Dio!).
E se la Chiesa ha il compito di portare nel mondo Gesù Cristo, che allarga misteriosamente il suo influsso in tutto il creato ma vuole fermentare l’umanità e la storia attraverso chi annuncia il suo messaggio ed estende e prolunga la sua presenza e la sua azione nella storia (Chiesa come sacramento di Cristo), il vescovo dovrà accompagnare (in qualche modo anticipare) il compito di profeta-sacerdote-pastore qualificato con una ancor più evidente testimonianza profetica-sacerdotale-regale propria di ogni cristiano, di ogni fedele laico.

 

Mons Luigi Bettazzi