Senza parole

Sguardi e voci dalla stiva


 

 

Non ci sono parole adeguate per dare voce al disgusto e all’indignazione per i comportamenti del premier quali risultano inequivocabilmente dall’indagine della procura di Milano. Essa dà mostra di disporre di prove inoppugnabili circa la commissione di due reati gravi e infamanti. Ma qui vorrei prescindere dal controverso profilo giudiziario del caso per limitarmi a quello politico e morale. Sì, morale. Dobbiamo farla finita con il ricatto di chi ci mette a tacere con l’accusa di indulgere al moralismo. Appunto un ricatto che ci ha largamente condotto a un silenzio pavido al limite della complicità, in nome di una sedicente, liberale separatezza tra pubblico e privato.
In questa luce, mi si consenta un’osservazione non politicamente corretta: si invoca chiarezza, si ingaggiano estenuanti discussioni sovranamente ipocrite. Che c’è da chiarire? Ma di che si discute? Sul piano morale e politico, ripeto, tutto è drammaticamente chiaro, non c’è motivo di discutere di ciò che è ovvio e inconfutabile. Certificato tempo fa dalle parole della moglie Veronica: un uomo malato, che frequenta minorenni, che si circonda di cortigiani e mercenari, che non conosce un solo amico che lo aiuti a guarire o almeno a essere meno avventato e ricattabile. Come suggeriva la metafora delle vergini che si concedono al drago, un uomo in preda a un delirio di onnipotenza e di impunità che, prima e più che da una vita sessuale compulsiva, è affetto dal bisogno incontenibile di riti che celebrino la sua “divinità”. La sostanza di quei festini sta lì, in quei rituali, ben più che nel loro epilogo materiale, di consumazione di atti sessuali.
Per parte mia non sono affatto sorpreso di ciò che risulta dalle indagini. In certo modo, tutto era scritto. Mi si perdoni di nuovo il “moralismo”. Da vent’anni, le tv berlusconiane, e le altre al seguito, risucchiate in un’emulazione negativa, inondano le case e le famiglie italiane di stili di vita e modelli di comportamento di cui il caso Ruby rappresenta solo la metafora e l’epifania. Segnalo che non c’è televisione al mondo che si sia spinta sino al limite d’involgarimento della tv italiana. Oggi ci sorprendiamo del comportamento disinvolto e avvilente di tante giovani donne, disposte a vendersi inseguendo il miraggio di una scorciatoia al facile successo e a una vita agiata. Spesso con l’avallo o addirittura sospinte da genitori compiacenti. Berlusconi, come imprenditore e come politico, è il responsabile primo e indiscusso di questo degrado. Ma questo, per quel che mi riguarda, è agli atti da tempo. Piuttosto mi domando dove stavano altri, che pure non possono sottrarsi alla loro parte di responsabilità. Ne accenno solo un’ incompleta rassegna.
In sede politica, penso appunto alla legione di yes man e di cortigiani che lo hanno circondato. Compresi quelli abitualmente rappresentati come più affidabili e presentabili. Un nome per tutti: quello di Gianni Letta, gentiluomo di Sua Santità, l’alter ego del Cavaliere e dunque corresponsabile in solido. Penso alle donne PDL: non una, dico non una di esse, ha preso le distanze; al contrario tutte, ma proprio tutte, hanno difeso l’indifendibile, l’inaudita umiliazione e mercificazione della donna. A testimonianza che tutto, tutti e tutte si comperano.
Secondo: penso ai media e agli opinionisti. Qui non tutti, ma larga parte di essi, specie i cosiddetti terzisti, hanno minimizzato, esorcizzato, girato la testa dall’altra parte. Per viltà, opportunismo o anche solo per sottrarsi all’accusa di indulgere a un moralismo bacchettone. Oppure ancora in omaggio all’assioma del rifiuto della demonizzazione di Berlusconi. In quale altro paese del mondo l’opinione pubblica avrebbe concesso ciò che ha concesso a Berlusconi? Anche questo si chiese Veronica. E a chi toccava di illuminare e scuotere i cittadini dal loro torpore e dalla loro accidia se non a intellettuali e giornalisti? Qui si è trattato di un vero e proprio “tradimento dei chierici”.
Diffìcile escludere, dal novero dei responsabili, la Chiesa cattolica. Che solo ora, tardivamente e con voce ancora esile, manifesta preoccupazione e chiede che il premier chiarisca. Ripeto: dal punto di vista etico, quello che compete alla Chiesa, che c’è da chiarire? Davvero ci si può limitare a esprimere preoccupazione? Quanto lontana la Chiesa italiana dalla franchezza e dall’energia prescritte dalla dimensione critico-profetica della sua missione! Si può anche concedere che essa abbia scontato una scusabile insufficienza nel discernimento delle dinamiche e dei codici propri della politica e della cultura di massa (i media e il loro influsso su costume e comportamenti) nel maturare un giudizio sui veri e propri guasti antropologici e morali prodotti da vent’anni di berlusconismo. Ma mi domando: come ha potuto la Chiesa abbandonare anche quel suo sano, vecchio moralismo che, con tutti i suoi limiti, tuttavia avrebbe dovuto rappresentare un’antenna e un anticorpo? Come ha potuto mostrarsi così ignara del visibilissimo nesso tra la cultura (?) veicolata massivamente dalle tv e la corrosione dei valori tradizionali e segnatamente di quelli familiari (viene da sorridere amaramente pensando allo spiegamento del “family day” contro i modestissimi “dico”)? Come illudersi che qualche concessione puntuale sul piano legislativo sui cosiddetti “principi non negoziabili” meritasse l’avallo a una tale devastazione dell’etica pubblica e privata? Una devastazione, uno sbracamento libertino dell’idea di libertà per rimontare il quale ci vuole ben altro che l’esile argine di qualche legge proibizionista.
Infine, quanto sopra tuttavia non esonera le famiglie, ciascuna singola famiglia dalla sua specifica quota di responsabilità. Qui si rinvengono le colpe della nostra generazione di mezzo. Una generazione che avuto in eredità dai propri genitori valori suffragati da sacrifici, esempi, testimonianze e che lascia ai propri figli un carico ben più oneroso del debito pubblico da noi accumulato. Un debito morale, il cedimento a un andazzo per il quale ogni regola, legale o morale, è un ingombro. Sotto questo profilo davvero Berlusconi è l’autobiografia della nazione e, più ancora, di una generazione. La nostra. Ha ragione chi ci ammonisce: la radice del problema sta nel Berlusconi che è in noi, che pure con i festini di Arcore non abbiamo niente a che fare.

 

Franco Monaco