KE BABele

Sguardi e voci dalla stiva


 

 

Lo sapevate che la celebre linea evolutiva che descrive i passaggi dalla scimmia all’uomo è una favola che ci viene raccontata a scuola per semplicità narrativa? In realtà la linea non è in ascesa ma orizzontale. Le scimmie sono una cosa, l’uomo un’altra e il suo sviluppo si muove orizzontalmente con alcuni sbalzi casuali che provocano cambiamenti che definiremmo epocali, perché modificano il nostro rapporto con la realtà. Quei salti determinano cambiamenti e dunque evoluzione. Questa rivelazione, che mi fece un antropologo culturale non più di due mesi fa, ha messo in crisi le mie infantili certezze. Cosa c’entra questo con l’emergenza che stiamo vivendo a causa dei numerosi sbarchi di stranieri dalle coste nord-africane? Apparentemente nulla.
Da giorni siamo immersi in una bolla mediatica che monitora costantemente le coste italiane per rimandarci informazioni su quel che accade a sud del nostro paese. Dibattiti e programmi disegnati ad hoc per osservare i diversi punti di vista che lacerano le nostre coscienze in un conflitto che ci lascia perplessi. Cosa fare, come farlo, addirittura cosa pensare sono interrogativi con cui facciamo i conti ogni qualvolta accendiamo la Tv o leggiamo i quotidiani seduti al bar davanti al nostro imperdibile caffè.
Stanca di pensare con la mia testa pregiudizievole (come la mente di ogni essere umano d’altronde), ieri pomeriggio sono scesa nella mia via nel tentativo di crearmi nuove opzioni, entrando dai venditori di kebab della zona, attratta dalla curiosità di come uno straniero legge la situazione in cui siamo coinvolti.
Con lucida praticità, il ristoratore tunisino da cui compro il pane ogni giorno mi racconta la sua storia di sacrifici e scelte: la crisi, la difficoltà a trovare lavoro, la vendita di una casa di proprietà in Tunisia per poter aprire l’attività in Italia. Questo è avvenuto perché in Tunisia, prima della sua partenza, qualsiasi attività imprenditoriale redditizia veniva accalappiata da chi era al potere. “Dovevamo rendere conto dei nostri guadagni a chi comandava e controllava il nostro lavoro. Così ce ne siamo andati, nella speranza di trovare un luogo in cui in negozio non avremmo dovuto appendere di fianco al menù la foto del Presidente. L’Italia non è quella Eldorado che ci si aspetta. Non lo è per voi italiani né tantomeno per noi stranieri. Non si può accogliere semplicemente, perché non si può poi offrire un inserimento lavorativo a chi rimane”. “Cosa facciamo allora?” gli chiedo. “Non vorrei che mi fraintendesse, non è cattiveria, ma credo che l’Italia non abbia altra scelta che rimandare indietro queste persone. In Tunisia c’è delinquenza e povertà in questo momento di passaggio e il mio popolo scappa perché credo abbia paura, ma le cose cambieranno. Se ci fosse lavoro sarei felice per questo esodo, ma non possiamo aiutare se già in Italia non possiamo aiutare noi stessi. Bisognerebbe essere chiari circa la mancanza di possibilità. Non so cosa altro dire”.
Una donna nigeriana che fermo davanti al supermercato, afferma invece che è dovere dell’Europa accogliere chi fugge dalla guerra. “Una volta che la guerra finisce, è giusto che queste persone tornino nelle loro terre e che i Paesi democratici li aiutino ad affrontare la ricostruzione”.
Il venditore di kebab all’altro lato della strada proviene dall’India. E’ riluttante a rispondere al mio interrogativo circa una sua opinione sulla faccenda. Afferma di non averne una, di non seguire le vicende e di non esserne interessato.
Entrando in piazza incrocio un ragazzo del Marocco che vende un quotidiano per strada. Lavora due ore al giorno e negozio l’acquisto del giornale con uno scambio di idee. Replica le parole del ristoratore tunisino, portando il suo esempio: “io lavoro due ore al giorno qui in Italia. Mio fratello è professore in una facoltà di Medicina in Marocco, suo cognato è psicologo. Guadagnano molto bene, le tasse e le spese di affitto dello studio non sono alte in Marocco e possono permettersi un tenore di vita molto buono. Io ho cercato di rifarmi una vita qui, ma ho trovato questo lavoro e basta. Molti degli stranieri che stanno arrivando in Italia, vengono per raggiungere la Francia o la Germania, ma poi rimangono qui perché le leggi sono meno rigide che altrove, soprattutto per quanto riguarda la necessità di presentarsi con un contratto di lavoro. Se si potesse mandare tutti i ragazzi sbarcati a lavorare nelle campagne, potreste trarne vantaggio reciprocamente. Ma non è possibile sistemare tutti, per ciò credo che la soluzione migliore sia rimandarli in Nord-Africa”.
A quel punto sono tornata a casa, piuttosto sconsolata, devo ammetterlo. Forse mi aspettavo che chi ha vissuto un processo migratorio, a sua volta potesse fornirmi alternative più creative alla risoluzione del problema. “Risoluzione del problema”: ebbene, nello scrivere questa etichetta, mi accorgo che desideravo ardentemente questo! A livello di coscienza, di pensiero e di riflessione, cercavo qualcuno che mi offrisse la soluzione più politicamente e umanamente corretta, immediata, senza ulteriori sofferenze da parte di chi subisce il processo migratorio, scevra da qualsiasi sfumatura stereotipica e pregiudizievole e che facesse passare l’Italia sotto la miglior luce. Ho ascoltato la classe politica, ho letto reportage e riflessioni, ho cercato perfino “filosofi a confronto circa l’emergenza migranti” su google. Parlando con quei pochi stranieri che ho fermato, così chiari e sereni nell’esprimere la loro opinione, ho compreso che la soluzione ideale sembra non esistere. O almeno così ci fanno credere.
Potrei confrontare questa crisi umanitaria con una qualsiasi crisi individuale che un uomo può vivere. Ha le medesime connotazioni, con l’unica differenza che si muove lungo vari livelli: dal micro al meso al macro. Micro perché ci sono in gioco l’esistenza, le aspettative, le motivazioni di ogni singola testa che vediamo dalle riprese che sorvolano le barche in arrivo. Meso perché include ogni aspetto della vita sociale non solo dei migranti ma anche di chi abita le terre in cui i migranti arrivano: i campi coltivati in provincia di Brindisi, calpestati dai ragazzi in fuga; i poliziotti di turno che fingono di non vedere chi scavalca le recinzioni, trame allentate dalla forza di giovani che corrono verso la stazione più vicina (non sanno che una volta giunti a Ventimiglia, a Nizza o a Cannes, la gendarmeria li rimanderà in Italia o darà loro un buono di espulsione da spendere entro 17 giorni); la gente che scende in strada a Como per evitare che la villa secolare di colui che inventò il carroccio vessillo della Lega diventi centro di accoglienza. Macro perché riguarda i confini europei: sfumati quando conviene ad entità nazionali, le quali poi re-innalzano muraglie precedentemente abbattute. Leggendo gli articoli inerenti la diplomazia internazionale si ha quasi l’impressione di scorrere pagine di Storia già oltrepassate da tempo. La Gran Bretagna e la Francia che fanno accordi, la Germania oggi alleata e l’indomani fastidiosa, l’Italia da includere ed escludere a piacimento. Tutti gli altri membri dell’UE innominati. Cambia il setting: una volta era un tavolo in cui tutti i sovrani potevano guardarsi negli occhi mentre sancivano i confini d’azione e le responsabilità arbitrarie. Oggi è una videoconferenza. Mi sa che aveva ragione quell’antropologo culturale: la linea non va in ascesa da un punto più basso della scala evolutiva ad uno più alto, indice di perfezionamento. Il movimento è orizzontale, gli schemi applicati gli stessi, solo gli strumenti usati sono diversi. Ma in questo momento mi sembra utopico pensare che i singoli strumenti conducano a modificazioni più radicali del pensiero umano.
Perché non siamo diventati quell’Europa che abbiamo fortemente voluto? Perché ci nascondiamo ancora dietro a quei meri meccanismi psicologici che gli studiosi descrivevano ancora 20 o 30 anni fa: il confronto sociale, la difesa del proprio gruppo quando incontriamo la diversità, la rilevanza che diamo alla nostra appartenenza nell’istante e solo in quell’istante in cui incontriamo altre appartenenze?  L’Europa avrebbe senza dubbio potuto fare di più, ma si rischia di cadere in un vortice di colpevolizzazioni reciproche che non farebbe uscire vittoriosi né i singoli stati (noi compresi, soprattutto noi compresi!), né l’intera comunità europea.
La linea orizzontale si addice in fondo all’andamento di un’umanità che gira come un criceto su una ruota, come una Ferrari dentro ad un circuito chiuso.
Il caos di opinioni, atteggiamenti e voci che si susseguono in questi giorni mi sembra un pacchetto ben confezionato che perpetua e ingrandisce allarmi, paure, lacerazioni interne ed esterne. Un “piano”, come direbbe il governo, che punta al nucleo dei pregiudizi e della banalizzazione: una vignetta fra il tragico e il ridicolo, per nulla ingenua bensì ben calcolata.
Questa di mancanza di soluzione apparente (gli unici a tentare di darmene una sono stati proprio gli stranieri che ho intervistato nel quartiere) è specchio di difficoltà e dissidi che il nostro Paese, le nostre regioni, il nostro continente stanno attraversando effettivamente o è vetro oscurato dietro cui si celano opzioni fattibili fin dall’inizio e volutamente tardate e taciute?
A qualsiasi livello si legga questa situazione, sembra sia comunque disastrosa: un’emergenza umanitaria che ha condotto a “un’invasione incontrollabile”; la rabbia e la paura che generano atteggiamenti di chiusura e difensiva discriminazione; l’assenza nelle nostre coscienze di una via di uscita. Il cammino umano non può che muoversi lungo una linea orizzontale con sporadici balzi evolutivi casuali. Per noi quel balzo poteva essere rappresentato oggi dal semplice “Fare bene il proprio lavoro”. Esso sembra raro quanto lo sono stati la nascita del linguaggio e l’avvento dell’agricoltura. Fin dai primissimi sbarchi previsti, bastava distribuire piano piano chi sbarcava nelle diverse regioni, provincie e comuni italiani. Un veloce calcolo matematico e un appartamento a Comune adibito per l’accoglienza; un permesso rilasciato a titolo di emergenza umanitaria che desse il tempo di poter svolgere accuratamente tutte le operazioni legali e sociali, di tutela dei diritti e in rispetto degli accordi internazionali. Queste proposte sono state fatte da enti e associazioni che in Italia si occupano di processi migratori e richieste d’asilo già durante i primissimi sbarchi a Lampedusa. Ascoltare subito queste linee guida così chiare, repentine e senza effetti collaterali negativi avrebbe significato fare bene il proprio lavoro. E soprattutto farlo silenziosamente perché non ci sarebbe stato bisogno di chiedere aiuto ad altri stati, per poi colpevolizzarli. Un po’ come quel ristoratore tunisino che ha venduto la sua casa di fronte all’emergenza individuale e con il ricavato ha aperto un’attività che gli ha permesso di rimanere in eccellente equilibrio. Silenziosamente. Per bene.
Il piano del governo ora c’è e viene attuato più o meno in questa direzione. Si poteva però risparmiare in tempo, denaro e soprattutto in malcontenti generali, ma le dinamiche tra gruppi (italiani vs stranieri; Italia vs Europa; destra vs sinistra) servono a mantenere gli equilibri: è la prassi della politica, la logica del potere, che si avvale di un’oratoria mediatica che usa termini brillantemente architettati quali “invasione”, “clandestino”, “rivolta”, “tensione” o addirittura “tsunami”.
Chi ci rimette veramente in tutto questo ingranaggio non sono solo coloro che giungono nelle nostre coste, affamati e fuggiaschi. Siamo noi italiani. E’ un’ulteriore balzo evolutivo che abbiamo costosamente sprecato.

 

Benedetta Bottura