Lavoro in prospettiva

Sguardi e voci dalla stiva


 

 

Nei nostri incontri annuali di Bergamo dedichiamo una parte del tempo a comprendere quello che sta avvenendo sul fronte del lavoro. In rapporto alla crisi economica che negli ultimi tre anni è esplosa con le pesanti conseguenze sui lavoratori, ma anche sulle modificazioni indotte dall’andamento demografico e dalla immigrazione. In vista del nostro appuntamento del 2 giugno mi sembra utile riportare alcuni dati tratti da un contributo pubblicato su “il Mulino” 1/2011 e dal “Rapporto presentato dalla Direzione Generale dell’immigrazione del Ministero del Welfare” presentato nel febbraio scorso.

 

Proiezioni demografiche

Ignazio Visco, vice direttore generale della Banca d’Italia, nel suo articolo “il capitale umano per il XXI secolo” esordisce fornendo alcuni dati impressionanti che qui riportiamo.

Nel 1993 il 16% degli italiani aveva non meno di 65 anni, mentre il 4% dagli 80 in su.
Oggi le quote sono salite rispettivamente al 20% e al 6%. Secondo le ultime proiezioni demografiche Istat nel 2050, cioè tra soli 39 anni, i due valori considerati raggiungeranno rispettivamente il 33% e il 13,5%.
Le conseguenze sul lavoro vengono così presentate: “Il prevedibile calo dell’offerta di lavoro potrà essere compensato solo con un prolungamento della vita lavorativa, salvo ipotizzare un’insostenibile accelerazione dei flussi migratori: le stime dell’Istat già incorporano un afflusso netto di immigrati di oltre 170.000 unità all’anno nei prossimi quarant’anni.
Nel 2051 gli stranieri residenti supererebbero i 10,5 milioni, oltre il 17% della popolazione totale. Si stima che, comprendendo anche le seconde generazioni, circa il 37% delle persone di età compresa tra i 15 e i 54 anni sarà nato all’estero o in Italia da genitori immigrati”.

Molti potranno pensare che la foto qui presentata dia un’immagine infedele della realtà, in particolare le proiezioni. Anche perché la propaganda che ci ronza nelle orecchie si guarda bene di presentare cose del genere.
Allora ci viene in soccorso niente meno che il rapporto licenziato dal ministero guidato da Maurizio Sacconi, nel quale viene stimato il presumibile fabbisogno  di mano d’opera straniera. Naturalmente, visti i tempi che corrono, ci si è ben guardati dal suonare il tamburo.

 

Le previsioni del fabbisogno di manodopera

Dalla sintesi del Rapporto licenziato dalla Direzione Generale dell’immigrazione del ministero del welfare, riportiamo il seguente testo nel quale si ipotizzano le quantità  di lavoratori stranieri necessari per l’economia italiana sino al 2020:

“Il fabbisogno di manodopera è legato contemporaneamente alla domanda e all’offerta di lavoro. Sono molte le variabili che possono influire sia sul lato della domanda di lavoro, che da quello dell’offerta. Sul primo versante per esempio: il ciclo economico, la produttività, il rapporto di convenienza tra fattori produttivi e i costi indiretti legati alla tutela dei lavoratori (costi di assunzione, di previdenza, ecc.). L’offerta invece viene condizionata da variabili di tipo economico, demografico, sociale, logistico e normativo.
Il modello proposto perciò prevede la stima indipendente di domanda e offerta di lavoro e il loro incrocio determinerà l’eventuale fabbisogno di manodopera. Dal lato dell’offerta si prevede tra il 2010 e il 2020 una diminuzione della popolazione in età attiva (occupati più disoccupati) tra il 5,5% e il 7,9%: dai 24 milioni e 970 mila del 2010 si scenderebbe a una valore compreso tra i 23 milioni e 593 mila e i 23 milioni circa nel
2020. Dal lato della domanda gli occupati crescerebbero in 10 anni ad un tasso compreso tra lo 0,2%e lo 0,9%, arrivando nel 2020 a quota 23 milioni e 257 mila nel primo caso e a 24 milioni e 902 mila nel secondo.
Sono state fatte tre ipotesi di fabbisogno: un’ipotesi minima, un’ipotesi di massima e l’ipotesi più probabile.
Nello scenario di minimo fabbisogno si stima che non ci sarà praticamente necessità di ulteriore manodopera almeno per i prossimi dieci anni. Tuttavia è un mercato ben distante dalla realtà attuale, verso il quale si può al massimo “tendere”, peraltro non senza rischi, come ad esempio quello di acuire ulteriormente il divario territoriale Nord-Sud. L’ultimo scenario risulta il più probabile perché si pone in mezzo tra quello di minimo e quello di massimo: nel periodo 2011-2015 il fabbisogno medio annuo dovrebbe essere pari a circa 100 mila, mentre nel periodo 2016-2020 dovrebbe portarsi a circa 260 mila”.

In questo decennio servirebbero dunque circa 1.800.000 lavoratori stranieri.

 

Tre considerazioni

La prima, abbastanza ovvia, la cogliamo dal presidente nazionale delle Acli che afferma: “Questi dati smascherano la demagogia di chi continua a ripetere che gli immigrati sono una minaccia. Senza di loro il Paese imploderebbe e accoglierli civilmente non solo sarebbe un atto umanitario, ma intelligente strategia per il futuro…Perciò l’integrazione è la scelta insieme più civile e realistica”.
La seconda. In Italia attualmente c’è un elevato tasso di disoccupazione, in particolare giovanile e femminile. Come si combina questa situazione con il fabbisogno di mano d’opera previsto dal Ministero? In un contesto di svalutazione del valore del lavoro, quale si è prodotto in questo ventennio, un’azione politica minimamente responsabile dovrebbe investire ben altra attenzione e risorse su questi problemi, oggettivamente complessi.

“Sul totale della ricchezza prodotta ogni anno nei paesi industrializzati, la quota che va a remunerare il lavoro negli ultimi 25 anni è diminuita mediamente di 5 punti, mentre la quota che va a remunerare il capitale e cresciuta di altrettanti punti…La perdita del valore economico del lavoro porta con sé una perdita del suo valore morale e sociale, che è un elemento fondativo della società occidentale…”
A questo bisogna aggiungere la polarizzazione subita dai redditi da lavoro che: “si sono polarizzati, sono cresciuti moltissimo quelli delle posizioni apicali e medio alte nelle grandi e nelle medie imprese, nelle banche, nelle professioni, e si sono appiattiti quelli dei quadri e dei ruoli più bassi…
Da un ventennio a questa parte quest’idea, il valore centrale del lavoro nel proprio progetto di vita, si è andata progressivamente affievolendo…” (M. Panara, La malattia dell’occidente, Bari La Terza 2010, passim)

Infine, occorre rilevare che la svalutazione del lavoro si correla direttamente con la povertà o con la paura di cadere nella povertà e quindi con l’induzione a rinunciare ai diritti collegati con il lavoro barattandoli con un po’ di denaro. Questo però significa l’erosione della qualità democratica dei rapporti civili. “L’associazione del lavoro al diritto non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno, ma a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica” (Nadia Urbinati).

 

A cura di ROBERTO FIORINI