Teniamoci il 1° maggio

Sguardi e voci dalla stiva


 

Un lungo applauso è seguito alla lettura della sentenza che ha condannato per omicidio volontario i dirigenti della ThyssenKrupp di Torino. Sette operai hanno perso la vita dopo che l’incendio alla linea cinque li aveva avvolti e divorati. Uno soltanto della squadra è riuscito a salvarsi. La condanna “è il salto più grande di sempre in tutta la giurisprudenza in materia d’incidenti sul lavoro. Questa pronuncia deve far ben sperare i lavoratori e far pensare gli imprenditori ”. Così il procuratore R. Guariniello.
Qualche mese fa, i familiari delle vittime sul lavoro si sono riuniti in convegno a Viareggio, dove la nuvola di GPL, esplosa dopo il disastro ferroviario, ha provocato 32 vittime, per dire all’unisono: “La fatalità non esiste”. Il Procuratore generale di Firenze Deidda, nell’incontro con quei familiari, in occasione del primo anniversario della strage, dichiarò “L’unica cosa che più o meno funziona in questo paese è una legislazione sui posti di lavoro… Ma in Italia le leggi si scrivono e non si rispettano, mancano politiche generali e investimenti per la sicurezza… 900.000 incidenti l’anno, di cui 300.000 gravissimi, escludono qualsiasi fatalità”. E’ come essere in una guerra infinita dove gli incidenti sul lavoro sono trattati con disinvoltura, alla stregua degli inevitabili “effetti collaterali” dei bombardamenti. La sentenza di Torino, che ha infranto la frequente impunità di dirigenti e proprietari degli impianti con i lavoratori a rischio permanente, ha ridato fiato ai tanti familiari che in diverse parti d’Italia attendono giustizia per i loro congiunti morti sul lavoro o invalidi permanenti.

Basterebbe questo per ridurre al silenzio quanti vorrebbero espungere dalla Costituzione la parola lavoro e sopprimere la festa del 1° maggio. In realtà, far sparire dal vocabolario questa parola significa sanzionare, anche in termini giuridici, la perdita di valore del lavoro umano, che negli ultimi decenni si è consolidata. Nei paesi industrializzati, la quota che remunera il lavoro è diminuita pesantemente a favore del capitale, oltre a premiare in maniera esponenziale l’élite dirigenziale, con effetti iniqui per gran parte dei lavoratori. “Se i rapporti di forza tra capitale e lavoro fossero quelli di 20 anni fa…per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro in più in media all’anno…se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7.000 euro tonde in più in busta paga” (M. Ricci, citato da M. Revelli, Poveri noi). Si valuta in 120 miliardi di euro il trasferimento dai salari ai profitti avvenuto in Italia, solo in parte reinvestiti in innovazioni tecnologiche, molto più in prodotti finanziari di tipo speculativo o in destinazioni extra-produttive. Con il risultato di una pesante perdita di competitività e produttività dell’Italia, rispetto agli altri paesi europei.
Gallino così riassume il quadro della situazione italiana: “Negli ultimi decenni il mondo del lavoro ha pagato un prezzo elevatissimo in termini di compressione dei salari, peggioramento delle condizioni di lavoro, erosione dei diritti acquisiti, oltre che di vittime di incidenti e malattie professionali che la legge sulla sicurezza nei posti di lavoro dovrebbe limitare, se negli ultimi anni non fosse stata indebolita in vari modi dal legislatore (La Repubblica 17.04.11).
Il deprezzamento del lavoro, oltre a incrementare il fenomeno dei working poors (poveri al lavoro), nell’ambito degli operai e del ceto medio, provoca la caduta del valore morale e sociale del lavoro stesso, con un disorientamento che rende fragili dinanzi alla richiesta di rinunciare ad alcuni diritti in cambio di un po’ di reddito. Pessimo campanello d’allarme per la democrazia, perché “lavoro, uguaglianza politica e di rispetto, libertà individuale sono intimamente connessi…L’associazione del lavoro al diritto non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno, ma è a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica” (N. Urbinati).

La festa dei lavoratori, nella sua storia più che secolare, è sorta e si è costruita come rivendicazione della dignità umana, che deve trovare spazio anche dentro gli ambienti di lavoro. Dignità spesso pagata a caro prezzo, per le repressioni che si sono scatenate. Quel poco di umanizzazione che troviamo in ambito lavorativo, non è stato regalato da nessuno: è il frutto di lotte costose, di cui il 1° maggio porta la memoria. Vi è chi dice che tale festa sia ormai “superata”. Penso, invece, che l’eclissi del senso del lavoro, il suo occultamento sociale e il degradarlo a pura merce, siano una perdita secca, un segnale nefasto di decadenza, assieme alla corruzione che si è impadronita della nostra vita politica, di quella che chiamavamo civiltà. Invece, tutti i lavori devono venire alla luce, anche quelli non remunerati, i lavori-ombra come li chiama Ivan Illich, essenziali per alimentare la quotidianità della vita.
La festa è spazio e simbolo di un’umanità che, sospendendo produzione e consumo, scopre la propria non riduzione ai meccanismi del mercato. Condizione perché si possa ancora parlare di qualità della vita.

 

don Roberto Fiorini