Globalizzazione o tribalismo?

Sguardi e voci dalla stiva


 

Radiogiornale del 31/03 “011 ore 12,30:
Trattori, macchine e un cordone di persone impediscono di installare un campo per rifugiati che vengono dalla Tunisia, in quel di Pisa.
Il presidente della regione Veneto dichiara che in regione non ci sono siti per poter ospitare  i profughi ammassati a Lampedusa.
Scoperto un giro di prostituzione minorile di bambini provenienti da famiglie povere caduti in mano della malavita, a cui si rivolgono persone adulte e facoltose.
In facebook, attraverso gli incontri virtuali, si è messo in atto una frode facendo leva sulla solitudine di persone inesperte.
Il costo della vita cresce attraverso il caro petrolio e l’inflazione.

 

Nuove aggregazioni?

Ciò che interroga maggiormente sono le mobilitazioni collettive contro gli ultimi della scala sociale. A Rosarno (lo scorso anno) si è attuata una guerriglia e la cacciata dei lavoratori africani che rivendicavano dignità per le condizioni di vita e di lavoro. A Napoli il popolo degli alveari da fuoco ai campi Rom e si ferma a godersi lo spettacolo. A Roma vengono smantellati i campi Rom e quattro bambini periscono nel rogo del loro rifugio. Ad Opera (Milano) la gente del quartiere assedia un insediamento provvisorio sorto da un accordo tra le forze politiche e gestito dal volontariato della Caritas; i volontari ed i Rom devono abbandonare il campo per pericolo di vita: la gente canta vittoria in maniera goliardica.
Con il ”pacchetto sicurezza” del maggio 2008 i Sindaci hanno ampia facoltà d’intervenire non solo in nome della sicurezza ma anche del “decoro” e dell’“estetica”. Sparisce l’accattonaggio o la vendita abusiva nelle strade delle città; i poveri vanno nascosti perché deturpano l’arredo urbano e
infastidiscono i cittadini: Venezia, Firenze, Verona … vengono ripulite.
Ma l’accanimento non si ferma: riguarda il modo di vestire “islamico”, il blocco delle domande di residenza se non sono supportate da un certo reddito, i contributi di assistenza dati ai soli cittadini italiani, l’azione amministrativa per chiudere o non aprire moschee  in nome delle “radici cristiane” del territorio…La reazione della gente è nulla; anzi si rafforza il consenso verso gli Amministratori intolleranti. La situazione si aggrava in questi giorni con l’arrivo dei profughi Africani dei vari Stati retti da regimi dittatoriali, o in preda alla guerra civile, che chiedono asilo politico, o i giovani Tunisini che cercano una migliore condizione di vita: Lampedusa sta sopportando un peso con grande dignità, ma il resto d’Italia è in rivolta.

 

Poveri, noi

Scrive Marco Revelli nel suo recente libro Poveri, noi:  “Una mattina ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo riconosciuti. Collettivamente. Qualcosa sembra essersi spezzato nel profondo, alla radice di quelli che vanno sotto il nome di “sentimenti morali” della nazione. Il risentimento sembra diventato costume nazionale, la principale cifra del rapporto reciproco e soprattutto di quello con l’Altro”.
Un rancore profondo che tante volte diventa anche ferocia verso le persone poste più in basso;
si è rotto anche l’argine del pudore  per cui l’ostentazione di questi sentimenti non provoca vergogna, ma sembra aver la forza di unire una nuova comunità in nome di una identità e differenza.. Certamente si annota una regressione civile, che risulta connessa con una regressione sociale. La vita delle persone del territorio si è andata logorando e depauperando. Revelli parla di “declassamento”: è andata in crisi la classe di appartenenza; è stato tolto qualcosa che faceva sentire le persone nella percezione di benessere: Siamo davanti alla categoria degli “impoveriti” secondo un’analisi latinoamericana.
Il cambiamento socio-economico ha portato al senso della privazione di un bene, di una identità, di relazioni. Si è perso il mestiere o il lavoro, lo status sociale, la percezione del territorio ora svuotato dalle fabbriche…..emerge uno spaesamento e sradicamento che crea un vuoto e solitudine condito da rabbia, risentimento, odio per la durezza della situazione.
I bagliori delle tanto decantate  “opportunità e dei proclami a diventare ricchi” si sono dimostrate grandi fregature per le masse. La crescita decantata si è rivelata un’illusione che porta amarezza.
La tradizionale competizione verticale dei ricchi contro i poveri si è spostata nel senso orizzontale. Degli impoveriti verso altri poveri (più poveri) quasi che questo potesse costituire una rivalsa a salvare identità e status. Comunque ha spostato tutti verso il basso.

 

I numeri

La situazione è confermata dai dati statistici che Revelli pone alla  nostra considerazione. L’agenzia statistica Europea Eurostat  produce una comparazione del movimento del Pil (prodotto interno lordo) dei vari stati Europei tra il periodo 1998 e 2009. Fatta uguale a 100 la media annuale del Pil pro capite dei vari stati, l’Italia nel decennio delle ristrutturazioni e cambiamenti globali è letteralmente crollata, perdendo ben 18 punti. Nel 1998 occupava la parte alta della classifica (20 punti sopra la media) nel 2009 era finita a quota 102 appena sopra la media.
La percezione della “povertà soggettiva” registrata dall’agenzia Isae sui sentimenti degli italiani negli anni 2001/2 era ancora del 50%, nel giugno 2006 era salita al 75%: più di ¼ degli italiani si considerava impoverito manifestando disagio ed insoddisfazione.
Passando dalla “povertà percepita” alla povertà reale, gli indicatori presentano comunque una realtà preoccupante. Restiamo  un paese povero con sacche di povertà superiori alla maggior parte degli stati Europei. Gli Italiani in povertà relativa (che dichiarano una spesa media mensile del 50% inferiore a quella media nazionale) nella rivelazione del 2009 erano quasi 8 milioni  per un totale di 2.657.000  famiglie. I censiti come poveri assoluti (non in grado di soddisfare i bisogni essenziali) superavano i 3 milioni con 1.162.000 famiglie .L’Italia si situa al quart’ultimo posto in Europa. L’inflazione del 2008 non ha fato che peggiorare la situazione con conseguenze sugli arretrati sui mutui passati dal 5% al 7,5%. Molte famiglie arrivano con difficoltà a fine mese. La situazione sarà aggravata quest’anno con la crisi del Medioriente e Nord Africa  a causa  della crescita del costo del petrolio: gli effetti dell’inflazione toglierà agli italiani il corrispettivo di una mensilità di salario (1200 euro). Drammatica la posizione delle famiglie numerose o con minori a carico, le donne separate con prole, i divorziati, i pensionati al minimo, i senza lavoro, i cassintegrati…e gli invalidi a cui vengono tagliati i servizi.

 

Povertà operaia

Fino a qualche decennio fa l’espressione “lavoratore povero” poteva sembrare un contraddizione. C’erano lavoratori poveri ma per altre cause non per il lavoro (tossicodipendenze, disoccupazione, fallimento affettivo…) chi aveva un lavoro fisso e nessun incidente della vita, riusciva a sostenere se stesso e la famiglia con dignità, senza lussi; comunque non era nella categoria dei poveri. Da qualche tempo la figura del lavoratore (dipendente, con istruzione medio-bassa) è entrato a far parte dei poveri. In Europa si calcola che la percentuale (2007) sia del 8,5% ; in Italia è sul 10% con punte del 19% per lavoratori temporanei, e nel 2008 si arriva al 14.5%. Una famiglia su sei .
La situazione di debolezza professionale rende questi lavoratori più vulnerabili sia nella concorrenza con la forza lavoro dei migranti e sia nel rischio che le aziende dislochino il lavoro in zone più convenienti. E’ una generazione che vive in condizioni economiche peggiori di quelle dei propri padri.
Il rapporto Istat mostra, inoltre, come nel primo scorcio del presente secolo le retribuzioni italiane abbiano perso quasi 13 punti a fronte della media europea, mentre nel 2000 erano sopra di 8 punti; se aggiungiamo anche l’inflazione siamo all’osso. Nell’ultimo quarto del secolo scorso una quota molto ampia della ricchezza dei paesi industriali è stata trasferita dai salari ai profitti. In Italia lo spostamento è calcolato sugli 8 punti percentuali del Pil  che fanno circa 120 miliadi di euro sbilanciando il rapporto di classe. Calcolando 17 milioni di dipendenti sono 7000 euro mancanti nelle buste paga.
Il movimento operaio è stato colpito non solo sulla retribuzione ma anche nella coscienza di sé, ridotto al silenzio, ceduto a un voto politico populista e localista, relegato nella solitudine e nel privato, preso dalla paura di cadere fuori la fascia dei realizzati. E le condizioni di lavoro sono peggiorate (vedi accordo Fiat).

 

Ma dove sono finiti i soldi dei profitti?

Tra la metà degli anni ’90 e il 2005 si calcola che i salari siano cresciuti in Italia del 4,8% mentre i profitti del 15,5%. I soldi non sono andati per accrescere la produttività del lavoro che resta ferma a meno del 3%; siamo all’ultimo posto tra i paesi industrializzati. La quota destinata agli investimenti è calata di continuo, fino ad arrivare all’1,1% del Pil (0,5% del settore privato), il più basso d’Europa. E allora? Sono finiti negli impieghi speculativi dei circuiti finanziari. (vedi finanziaria Fiat, Parmalat…). Gli imprenditori pensavano di far soldi non con l’azienda, ma con il gioco di borsa. Conseguenza: attuale situazione di degrado, decadenza, non competitività. Il Paese, nonostante l’accumulo degli imprenditori, risulta più impoverito e senza futuro; occorrono soldi pubblici – di tutti – per salvare il lavoro (come per le banche).

 

Regressione e confusione

La fotografia ci parla della situazione sociale, morale e politica della nazione. Il confine tra salvati e sommersi è molto precario e fluttuante; la forbice si allarga di continuo e non possiamo parlare di una qualche stabilità sociale, ma di precarietà diffusa, di malessere e paura. Le varie propagande si sono dimostrate un tranello: siamo declinati facendoci credere che stavamo crescendo. La nostra è una modernizzazione regressiva. Viviamo con la testa nel mondo opulento e consumista, mentre stiamo bruciando anche il risparmio che i padri erano riusciti a costruire. Drammatica risulta la condizione giovanile rispetto al lavoro o non lavoro presente, allo stile di vita proposto, al futuro non programmabile.
Manca completamente in questa situazione una presa di coscienza, una lettura dei meccanismi che procurano questo disagio, una rielaborazione collettiva sul bene comune, sullo stile di vita sui beni da produrre, sulla sostenibilità della terra, sul lavoro, sul ruolo della finanza mondiale e sulla gestione politica della globalizzazione.
In alternativa si fa leva sulle emozioni e sulla psiche dei cittadini per un gioco di potere, favorendo le tensioni negative che possano dare una parvenza d’identità , di sentire comune, di   effimere comunità legate ai vari territori. Il malessere da perdita fa nascere i vari tribalismi e così sul territorio ci si illude di essere “paroni a casa nostra”.

Luigi Forigo