Una vita da mediano

IN QUESTO MONDO A RISCHIO
QUALE CHIESA?

Bergamo / 13 giugno 2015

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Pensando al mio intervento mi è venuto in mente il titolo di una famosa canzone di Luciano Ligabue “Una Vita da mediano” in cui il protagonista fa il mediano, cioè il calciatore che gioca tra la difesa e il centro avanti di una squadra di calcio. Un ruolo importante ma che non ha quasi mai reso ‘campione’ chi l’ha praticato.
Il mediano ha il compito di creare le condizioni affinché il campione si possa esprimere al meglio. Deve essere sempre pronto a sacrificarsi per la squadra senza quasi mai essere sotto i riflettori. Gioca con generosità, lavora sui polmoni. È sempre li nel mezzo e, finché ce n’ha, sta lì: ma è uno che si brucia presto, perché quando hai dato troppo devi andare a fare posto. È uno che segna poco perché il pallone deve darlo a chi ha il compito di finalizzare i l gioco. È una figura quella del ‘mediano’ che, con compiacente ironia, mi sembra descriva bene lo stile del mio modo di stare nella vita: non dimostrare qualcosa, ma far sentire una presenza; e perché questo succeda la condizione fondamentale è ESSERCI, nelle stesse condizioni, senza privilegi o vie di fuga.
Nei primi giorni di quest’anno mi sono trovato a riflettere, insieme alle comunità in cui vivo, su due brani del Vangelo che raccontano i1 manifestarsi del Figlio di Dio all’umanità: l’Epifania in Matteo e il Battesimo a1 Giordano in Marco. Sono due manifestazioni che nel corso della vita della Chiesa hanno avuto ’fortune’ diverse.
 

L’epifania

Rappresentata dalla storica icona dei tre Magi che adorano il bambino, è quella che ha avuto un forte ’consenso’, e continua ad averne, perché descrive simbolicamente la risposta più adeguata a Dio che si rivela all’uomo: con l’oro si riconosce la sua regalità sulla storia e sul mondo, con l’incenso si professa la sua divina trascendenza, e con la mirra si ricorda che il suo corpo è sì destinato alla sepoltura ma in vista della resurrezione.
Ma nel corso della storia del cristianesimo c’è stato un triplice rischio, in questi doni offerti a1 Dio fatto uomo, un rischio ancora molto attuale.
Il rischio è quello di voler “indorare” Dio, “incensare” Dio e “imbalsamare” Dio per farne non oggetto di venerazione, quanto un oggetto da museo, bello, prezioso, dignitoso e pieno di ammirazione, ma pur sempre oggetto da museo, statico, inattivo, quasi privo di vita.
Il rischio è stato quello che ‘indorando Dio’ si è arricchito in maniera esagerata tutto ciò che ci richiama la divinità, cioè il nostro rapporto con il sacro; ‘incensando Dio’ si è cercato di nasconderLo dietro a una nube per impedire agli altri di vederlo e riconoscerlo personalmente; ‘imbalsamando Dio’ si è cercato di renderlo inoffensivo, chiedendogli di non darci fastidio: perché un Dio che ci rimette in gioco, che ci obbliga a camminare, ad andare alla ricerca, a sperimentare nuove strade e nuovi cammini, ci dà fastidio, ed è quindi meglio un Dio statico, mummificato da tirar fuori all’occorrenza.
 

Battesimo al Giordano: “In lui mi sono compiaciuto”

Per l’evangelista Marco il Figlio di Dio si manifesta nella storia quando si presenta sulle rive del fiume Giordano, anonimo, in fila con i peccatori: “Si udì una voce dal cielo che diceva: Questi è il Figlio mio amato, in lui mi sono compiaciuto: ascoltatelo!”.
Gesù fino ad allora non ha ancora detto una parola, non ha compiuto ancora alcun fatto miracoloso. In quei 30 anni vissuti a Nazaret cosa ha fatto di tanto straordinario da meritarsi il compiacimento di Dio Padre? Si è fatto uomo, ha fatto semplicemente l’uomo, e per questo è piaciuto al Padre! È quanto afferma Paolo in Filippesi 2,6-11, un passo che è all’origine della nostra scelta della condizione operaia: tutta la sua vita è stata un “battesimo” nella storia degli uomini, guardando le vicende umane dalla “stiva della nave”, luogo privilegiato che ti permette di guardare la vita con “occhi penetranti”.

Gianni Alessandria


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