E dietro la facciata? Vuoto totale

IN QUESTO MONDO A RISCHIO
QUALE CHIESA?

Bergamo / 13 giugno 2015

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Il mondo è a rischio di che cosa? Respiriamo un’aria di crisi, non solo economica, ma anche e soprattutto ambientale., morale. Non si può scherzare troppo col fuoco.

Vorrei partire da un aneddoto: Fu chiesto a un rabbino: “Qual è la risposta? “ Il rabbino rispose: “La risposta è la domanda.”.

E’ troppo facile cercare delle risposte, specialisti che parlano della crisi, teorie per uscirne. Ma il primo passo è il farsi delle domande, porsi degli interrogativi.

Per fare questo è guardare a quello che sta succedendo. Se si sta rinchiusi nel proprio piccolo recinto, tutto diventa difficile ed è facile metterci davanti degli schermi che ci tolgono la visuale, convinti che il mondo sia solo il nostro., con le nostre idee, le nostre convinzioni.

L’altro atteggiamento è quello dell’ascolto, e con questo si intende l’ascolto delle persone, gruppi, senza giudizi o pregiudizi. Educazione all’ascolto è un’arte, che spesso non viene utilizzata negli incontri, nei gruppi, nelle decisioni, dove spesso vince chi ha la parola facile. E’ il periodo questo delle decisioni imposte dall’alto con uno stile manageriale, dove non si ha tempo per vedere da altri punti di vista, per sentire altre campane, ed anche se si vince con il 51 per cento si genera un 49 % che rema contro. Per ascoltare è necessario condividere, vivere nella storia, vivere là dove stanno i problemi.

Questo tempo è un’occasione unica, ogni crisi può diventare un’opportunità. Questo non è più il tempo delle piccole riforme, tutta la costruzione del cristianesimo sta in bilico, non regge più. Dall’impostazione dei sacramenti, al ministero, dalla concezione di Dio.

Sappiamo che è un compito immane, ma la rivoluzione comincia con qualcuno, con dei piccoli passi.

Che tipo di chiesa ho vissuto e sperimentato?

Ho avuto la fortuna di essere della comunità del Paradiso, dove si aveva la possibilità di esperimentare diverse forme di ministero scegliendo anche il luogo per viverci. Non ho mai vissuto in parrocchia ( eccetto pochi mesi dopo l’ordinazione, ma eravamo in tre preti che lavoravano).

Il mio atteggiamento è stato quello dell’ascolto, privilegiando la testimonianza. Quando ci si mette in ascolto si trovano anche le strade e le risposte adatte alle situazioni che presentano risvolti diversi e che richiedono percorsi non standardizzati.

Non ho mai insegnato catechismo, nel senso della catechesi come preparazione ai sacramenti della cresima e comunione. La centralità è stata la celebrazione domenicale dell’eucarestia, in luoghi dove altri preti non ci sarebbero andati per mancanza di strutture e canoniche e quindi avevo un grande margine di libertà.

Mi ricordo quando stavo in borgata a Roma, dopo aver dormito per anni in sacrestia (mt. 3 x 2 ) ho deciso di costruire una stanza. Un giorno venne il vescovo ausiliare con il provicario. Stavo zappando l’orto. Guardarono la casetta, che con gli occhi di oggi era più una baracca che una casa, e mi dissero: “potrebbe essere utilizzata per il catechismo”. Al che io risposi. “Ma io dove vado a dormire e a mangiare?”. Se ne andarono e non mi dissero più nulla. Ho iniziato un’ attività nel quartiere con un gruppo di ragazzi, dopo quasi un anno di silenzio totale. Lavoravo presso un artigiano, tornavo a casa, curavo il mio orto, pregavo dopo il lavoro. Un pomeriggio, dopo il lavoro, mentre stavo seduto nella chiesetta mi arrivò una pallonata spaccando i vetri della finestra. Entrò un ragazzo e chiese scusa, poi mi guardò e disse: noi siamo un gruppo di ragazzi là nel prato, che ogni giorno gioca al pallone per passare il tempo. Potremmo fare qualcosa insieme?”. Gli ho proposto di incontrarci sotto la pergola, dietro la chiesetta il sabato sera successivo. Furono una ventina e lì , dopo aver sentito i loro interrogativi e le loro esigenze decidemmo di dare origine a un gruppo che si trovava per tre sere la settimana. Una sera lettura di giornali diversi, una sera approfondimento sui problemi inerenti all’età – adolescenza e lettura di un libro, alla conclusione del quale si invitava l’autore. La terza serata era sul Vangelo, ma questo solo per chi veramente lo desiderava. Fui ben contento che tutti non venissero alla terza serata, erano solo 9.

Così nella celebrazione domenicale. ho iniziato a prendere una sedia e metterla sotto il gradino, a livello della gente e a leggere il vangelo seduto, avendo a destra e sinistra le persone. E prima di iniziare il commento dicevo: “ stiamo in silenzio e pensiamo a quello che il brano ci dice”. Poi cominciavo a chiedere. che ne pensassero, che cosa avevano capito e non capito. Le prime volte silenzio assoluto, nessuna domanda. Non erano abituati a quel modo, aspettavano solo la predica. Dopo qualche domenica c’erano delle domande e poi delle piccole riflessioni. e questo creava un clima di dialogo. Mi ricordo che il giovedì santo ho detto loro che avremmo preparato la Cena del Signore con un tavolo in mezzo e le sedie attorno. E’ stata una celebrazione davvero comunitaria. alla fine hanno proposto che anche per pasqua si celebrasse in quel modo. Così facemmo e in conclusione hanno proposto che la messa fosse celebrata sempre con quella disposizione. Da 27 anni sono via da quel quartiere e quando mi capita di andare le persone che mi incontrano .si ricordano benissimo di quel modo di celebrare. continuo ancora adesso e dico sinceramente che nei commenti al Vangelo emergono dei pensieri stupendi e costruttivi. Uno stesso brano suscita risposte diverse, complementari. Qualcuno spesso mi dice: “Tu lo puoi fare perché non sei stato in parrocchia”. La considerazione che faccio nasce da un’esperienza di chiesa fatta di piccoli gruppi. Siamo abituati ai numeri, alle grandi folle, ai grandi raduni, frutto del periodo wojtiliano. Ma dietro quella facciata, il vuoto totale. Corriamo il rischio di un cristianesimo legato agli eventi, ai pellegrinaggi, a gruppi tradizionalisti del serrate le file. Qual è la domanda ? perché le persone cercano queste soluzioni? C’è il vuoto di domande e interrogativi.

Per questo opterei per una chiesa fatta di piccole comunità, più povera, senza grandi strutture. Ma va anche rivisto tutto il meccanismo dei sacramenti, che sono diventati riti di passaggio ma che non incidono sulla vita e che costringono i preti ad essere dei semplici funzionari.

Mario Signorelli


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