Il posto della pietra

Memoria biblica


 


Il titolo del prossimo nostro convegno
“La pietra in cammino. Chiesa in viaggio col mondo”
mi sollecita alcune riflessioni.

 

Ossimoro

La Scrittura ama accostare termini o immagini opposte. Ricorre cioè al cosiddetto ossimoro. Come quando parla del protagonista del racconto, l’Altissimo che si abbassa, il Dio che si fa uomo e che regna sedendo contemporaneamente sul trono della giustizia e su quello della misericordia.  Non dovrebbe, dunque, fare problema parlare della “pietra in cammino”. Ma l’ossimoro ha una funzione straniante: collegando immagini lontane, opposte se non contraddittorie, ci domanda di uscire dal pensiero abituale, quello dei luoghi comuni, dove tutto appare ovvio e scontato. Una fuoriuscita cara alle Scritture che in molti modi cercano di spiazzare il lettore. Nel Nuovo Testamento questa funzione è assolta dalle parabole di Gesù come anche dalle sue strane risposte che troviamo nel quarto evangelo. Non si tratta di giochi di parole usati per dire l’originalità di chi si esprime in tal modo. Loro compito è rivelare il senso dell’esperienza credente mai banale e semplicistico, capace invece di tenere insieme aspetti differenti della realtà. Perché per esprimere il senso di una storia occorre un linguaggio simbolico, poetico. Qualcuno, forse, storcerà la bocca, pensando che si tratti di una lingua per palati raffinati, adatta a chi ha già risolto i problemi materiali dell’esistenza e può permettersi di poetare e filosofare (lasciando ad altri – gli schiavi dell’antichità come quelli del nostro presente – il compito di provvedere al peso del quotidiano). Siamo cresciuti parlando il linguaggio militante, che rivendica beni di prima necessità e non simboli. La denuncia non consente rime. L’analisi della realtà si oppone ai voli pindarici. Si fatica a capire il “non di solo pane”, quando manca qualcosa da mettere sotto i denti. E Gesù, profeta sapiente e per nulla distaccato dalla trama materiale della condizione umana, ha moltiplicato i pani e guarito i corpi, proclamando che il Regno di Dio significa liberazione dal male, lievito per questa terra e non fuga e sublimazione spirituale. Ma il prendersi cura dell’essere umano lo ha indotto a parlare al suo cuore con un linguaggio capace di risvegliare il sogno, di accendere passioni, di ampliare lo sguardo. L’ossimoro non è solo un espediente letterario: è una scommessa sull’umano.

 

Pietra

La pietra richiama quella su cui Gesù vuole edificare la comunità dei discepoli (Mt 16,18); la roccia su cui poggia saldamente il piede (il verbo credere che risuona abbondantemente sulla bocca dei credenti, quando dicono “amen”, significa proprio questo: porre il proprio piede sulla roccia). Un’immagine eloquente sia per chi ha sperimentato la precarietà antica sia per il senso moderno del non avere una terra sotto i piedi o quello postmoderno che tutto è liquido e nulla tiene. Ricordando, però, che nel paesaggio biblico non trovano spazio costruzioni squadrate, unicamente preoccupate di essere stabilite su di un fondamento sicuro, di pietra. Quasi che l’essenziale sia il non essere intaccati dalla corrosione del tempo; l’essere fondati su solidi valori (quelli non negoziabili).  Il ritorno nostalgico di alcuni credenti ad atteggiamenti granitici, tutti rivolti al passato, ricorda più la moglie di Lot che non la roccia della salvezza! La pietra su cui Dio vuole edificare la sua chiesa è Gesù, confessato (e subito frainteso) da Pietro. E Gesù è “l’uomo che cammina”, il Figlio dell’uomo che “non ha una pietra dove posare il capo”, Colui che “perde la vita per ritrovarla”. Nel paesaggio biblico la pietra, come simbolo positivo, non sta mai ferma…

 

Cammino

Il cammino dice movimento che, tradotto in lingua biblica, significa esodo ma anche fuga, esilio, pellegrinaggio, battaglia… Anche su questo aspetto il lettore biblico rimane spiazzato. Perché il nostro cammino metaforico (quello che stabiliamo a tavolino, step by step, per esprimere un progetto o, più modestamente, un programma di attività) assomiglia poco al cammino biblico, di natura storica, difficilmente prevedibile e programmabile. Da Abramo, che deve muoversi senza sapere dove andare (Gen 12,1; Eb 11,8), a Pietro, destinato ad essere guidato da un altro “dove tu non vuoi” (Gv 21,18). Invece che mettere ordine ed offrire orientamento ad un’esistenza di per sé imprevedibile, nell’esperienza credente il rischio sembra aumentare, dal momento che viene domandata una “disponibilità agli eventi” quasi disumana (si pensi a Geremia). La Scrittura dà voce ad una solidarietà storica assoluta (qualunque sia la storia da fronteggiare). Nessuna contemplazione distaccata del fiume che scorre: si sta nella barca, anche nel momento del naufragio.

 

Metafora  

Metafora, alla lettera, significa “trasloco”: spostare dalla casa nativa un oggetto per sistemarlo in una nuova abitazione. Pietra in cammino non è solo un ossimoro che fa pensare, che insegna a reggere la tensione di due termini opposti. E’ anche una metafora che domanda di essere compresa allargando lo sguardo. Un oggetto, infatti, non ha senso in sé: acquista significato nel contesto in cui è posto. Dobbiamo, allora, provare a comprendere il presente, girare per le stanze del nuovo appartamento per capire dove collocare la pietra traslocata. Senza avere la presunzione che la nostra sia la collocazione definitiva: la storia ci costringe a continui cambiamenti di scenario, a traslocare quando ancora non abbiamo pagato tutto il mutuo! E senza nutrire la pretesa dello sguardo neutro sull’appartamento da arredare. Soltanto un “io, la pietra, la collocherei qui”!

 

Vissuto

La fede nella mia storia personale è stata soprattutto una passione per il sogno di Dio (il Regno e la sua giustizia). La scelta di collocare questa pietra preziosa non tanto nel luogo sacro ma in quello lavorativo è sorta da una comprensione delle Scritture che attestano una religione del tempo (e non del tempio!), del Dio che condivide e libera e di una comunità di credenti che prova a non riprodurre le ingiuste dinamiche mondane (“tra voi non sia così”). Era una passione condivisa. Il Vaticano II era ancora una Pentecoste e non solo un insieme di documenti per menti gattopardesche. La Parola di Dio, dopo secoli di esilio delle Scritture, tornava a parlare con franchezza mettendo in discussione la precedente parlata ecclesiastica. La sensazione di essere ad un tornante decisivo della storia del cristianesimo era ancora palpabile. La svolta era insieme religiosa e civile: dopo secoli di divaricazione tra cielo e terra e di anatemi reciproci, ecco che si profilava una rinnovata alleanza tra la causa dell’umanità e quella di Dio. Appartengo alla generazione di Giosia, il re biblico che ha provato a cambiare da cima a fondo l’esperienza di Israele a partire dalla Torà ritrovata (2Re 22-23). Un rinnovamento che è durato giusto il tempo di riaccendere antichi entusiasmi, velocemente spenti dai suoi figli (2Re 23-25). Come allora, anche noi dobbiamo fare i conti con la generazione successiva, con le ferite brucianti di una speranza tradita (da chi, peraltro, pretende di averla compresa meglio). Ora la pietra appare, di nuovo, saldamente collocata nel tempio. Nel frattempo, le mie vicende personali mi hanno condotto a vivere la fede in una comunità che appartiene ad un’altra confessione cristiana. Non è la classica scena di chi, deluso, sbatte la porta e se ne va altrove. La generazione successiva a Giosia non abita solo a Roma! I problemi che ci stanno di fronte sono trasversali alle pur diverse espressioni ecclesiali. Non nego un sofferto dissenso nei confronti delle scelte compiute dalla chiesa cattolica nel post-Concilio ed un certo consenso con espressioni ecclesiali minoritarie, portatrici di una differente espressione dell’evangelo.
Ma la questione di fondo non è in che bottega andare bensì dove porre la pietra in questo scenario differente.
Io sono tornato all’attività pastorale spinto dalla sensazione che oggi, in Italia, ci sia un’emergenza educativa, ovvero che la crisi non sia solo economica, sociale o politica  ma abbia avvelenato le radici dell’umano, l’idea di esistenza e di mondo di cui ci nutriamo per vivere. E che occorra far fronte a questa deriva antropologica. Quella mutazione di cui aveva iniziato a parlare Pasolini, ora è drammaticamente evidente. La precedente scelta della condivisione, declinata ieri in termini di militanza, rimane decisiva per comprendere più a fondo il presente, oltre le rappresentazioni interessate della società dello spettacolo. C’è una solidarietà che non fa leva sul comune sentire ma è dettata dalla paradossale fedeltà di Dio nei confronti di un popolo infedele. E c’è la consapevolezza che la Parola attestata dalle Scritture, per quanto abusata e fraintesa lungo i secoli, è portatrice di una sapienza umana oggi più che mai necessaria per contrastare la deriva in atto. Se per i più la pietra deve essere custodita in un tempietto appositamente ritagliato nello spazio del nuovo appartamento, per me è decisivo collocarla in cucina, dove si preparano i cibi che nutrono e sostengono i corpi e dove si consumano insieme i pasti intessendo rapporti, creando legami, dando voce agli affetti. Una cucina pensata come laboratorio per un nuovo umanesimo. Lì la pietra può mostrare la sua vocazione a favore di un’umanità solida e solidale.
Una fede domestica, capace di parlare al quotidiano, che non abbassa il tiro rifluendo unicamente nel privato ma – fedele agli ossimori biblici – ripensa l’utopia dei “cieli nuovi e nuova terra” a partire da un “cuore nuovo”, tutto da plasmare, contrastando sia la sclerocardia delle attuali passioni tristi (le paure, la difesa dei privilegi, la presunta sicurezza…) che la dissoluzione liquida del cuore nelle mille emozioni in vetrina.

 

 

Angelo Reginato