Venti anni…

Frammenti di vita raccontati dai PO
nel decimo anniversario della nostra rivista


1. Agosto 1978

Dopo sei anni trascorsi a Ostiano (di cui quattro come collaboratore in parrocchia e contemporaneamente operaio in fabbrica) prendo la decisione di lasciare l’impegno pastorale parrocchiale, rimanendo in paese come semplice cittadino / credente / operaio.
Ho cercato di spiegare agli ostianesi le motivazioni di tale scelta con una lettera distribuita al termine della mia ultima Eucarestia celebrata nella chiesa di Ostiano (20 agosto 1978), che riporto di seguito.

 

LETTERA APERTA A TUTTI GLI OSTIANESI
IL PERCHÉ DI UNA DECISIONE

Sono stato per parecchio tempo nell’incertezza se dirvi o no attraverso uno scritto le motivazioni di una mia decisione che per molti potrà risultare non dico scandalosa ma senz’altro un po’ sconcertante.
Mi sono deciso a farlo perché non ho niente da tenere nascosto in tutto questo e anche per non dare ancora più spazio alla fantasia dei commenti; ho sempre cercato di fare e parlare guardando in faccia per cercare di conoscerci meglio, senza la presunzione di aver capito più degli altri, senza giudicarci ma con la consapevolezza che uno solo è il Signore e Maestro della vita.
In questi sei anni che ho vissuto ad Ostiano ho cercato di conoscere la gente, di capirne la mentalità, di non essere di passaggio tra di voi e di farmi ostianese partecipando a tutte le situazioni e avvenimenti; certo non da solo ma insieme a molte altre persone, senza etichettarle né religiosamente né politicamente.
Dopo vari incontri, esperienze e attività è sorto un gruppo volontario d’impegno per il servizio agli anziani che ormai da tre anni opera in paese, collaborando con gli enti pubblici.
Lo spazio di interesse e intervento si è poi allargato all’ambiente della scuola, in particolare a quello delle elementari, lavorando in stretta collaborazione con alcune insegnanti; i risultati raggiunti e le prospettive ci stimolano nel continuare in questo impegno.
Da due anni lavoro in fabbrica e questo mi ha posto nella condizione di condividere situazioni, problemi e realtà umano-sociali sulle quali è sempre più urgente intervenire con coraggio; ho allacciato rapporti veri con molti compagni e compagne di lavoro, iniziando insieme un cammino di solidarietà e presa di coscienza dei seri problemi relativi al mondo del lavoro.
C’è stato poi un frequente dialogo con gruppi di genitori e ragazzi per assumersi insieme le responsabilità che la vita impone per costruire una esistenza aperta a tutta la realtà comunitaria.

Ho descritto brevemente alcune linee di impegno che insieme con altri ho portato avanti in questi anni, perché è stato nel partecipare a queste attività, confronti e impegni (non hanno avuto specifici momenti religiosi ma erano senz’altro sostenuti da concrete tensioni cristiane e di servizio solidale) che si è sempre più chiarita in me la convinzione che il Vangelo di Cristo, in cui credo, è proprio per l’uomo e per ogni uomo:
– perché è l’uomo nella sua storia, in ogni sua dimensione, che deve diventare misura e sorgente di ogni progetto o volontà di intervento, e questo da quando Dio si è fatto uomo nella storia in Gesù Cristo;
– perché la fedeltà all’uomo è la condizione per essere fedeli a Dio; nel Gesù del Vangelo è avvenuta la condanna e il superamento di ogni sistema ideologico o religioso che non rispetti l’uomo, che non lo consideri sua misura e sorgente (“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” – Marco 2,27).
Il condividere quotidianamente la vita in modo collettivo ha fatto nascere in me e in altri la certezza che bisogna, ed è possibile, cambiare modo di vivere, ma solo se insieme si acquista voce per gridare e coraggio per lottare; rifiutando compromessi per costruire una comunità nuova, con un linguaggio nuovo e con una giustizia nuova.
È chiaro però che se si vuole cambiare, avviarsi verso una nuova qualità di vita e di rapporti umano-sociali, bisogna decidersi a tagliare netto con alcuni comportamenti e situazioni che la coscienza ti dice non più sostenibili.
Certo, tutto questo costa, richiede volontà di non fermarsi, coerenza, forza per pagare di persona superando sbagli, paure e incertezze, delusioni e incomprensioni.
Riscoprire insieme una vita nuova, e in continua liberazione, è l’impegno di ogni credente attento e disponibile alla parola di Dio.
È stato proprio il confronto, aperto e senza false giustificazioni, individuale e comunitario, col Vangelo che mi ha condotto a rivedere il mio credere e con questo anche il mio essere sacerdote. Ho capito che la fede, prima di ritualizzarla, di celebrarla troppo facilmente in gesti liturgici e sacramentali, devo viverla, e non da solo ma comunitariamente: deve diventare vita e vita condivisa con tutti e a tutti i livelli.
Per me quindi non è solo questione di rivedere un essere prete, ma tutto un modo di credere: oggi molti considerano importante solo essere battezzati, fare la prima comunione, sposarsi in chiesa, andare a Messa la domenica, perché sono cose che si “devono” fare, e se poi tutto si ferma lì, spesso non costituisce problema.
Io non accetto questo tipo di fede, non mi ritrovo più in un credere ritualizzato in gesti e celebrazioni che spesso sfiorano appena la vita di chi li chiede e li fa, senza incidere nei comportamenti e nelle scelte; anzi, a volte sono un tranquillante per coscienze benpensanti. E il sacerdote oggi è chiamato a sostenere questo sistema che io ritengo carico di pratiche religiose, ma poco cristiano nella vita concreta. Non rifiuto ogni gesto o momento di preghiera e culto comunitario; però non riesco più a tenere un posto che mi obbliga a compiere e guidare azioni liturgiche che vedo in contraddizione con la realtà quotidiana. Per questo, smetto di occupare nella chiesa e in mezzo a voi un ruolo che “io” in coscienza non posso più sostenere.
E ricomincio; il passato non lo condanno: non ho alcuna intenzione di polemizzare con chi in questi anni ho cercato di confrontarmi ripetutamente in pubblico e in privato, e tantomeno di giudicare o rompere con chi non condivide le mie convinzioni o la mia decisione; solo voglio obbedire all’oggi che vivo e che la coscienza mi dice che per me deve essere qualitativamente nuovo e non soltanto diverso o migliore.
Il Concilio Vaticano II al n. 16 del documento “Chiesa e mondo moderno” dice: “Obbedire alla coscienza è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato”.
Non è perciò rinuncia o fuga da responsabilità, ma ritengo sia coerenza fino in fondo con le convinzioni che ho maturato in questi anni. Non è rinuncia, perché voglio rimanere credente in quel Vangelo che per me è stato il punto di forza della mia vita e che sostiene il mio cammino, anche se non è mai stato e non sarà mai comodo per le scelte che impone. Non è fuga, perché resto ad Ostiano; amicizie, impegni assunti, attività iniziate, un posto di lavoro per mantenermi, danno serenità al mio futuro in mezzo a voi.

Spero di essere riuscito a spiegare il perché di questa mia decisione, senza pretendere di aver convinto tutti sulla validità di un tale passo. Nessuno di noi è maestro di vita per gli altri; è solo nella accettazione rispettosa, sincera e libera di tante diversità, quanti sono gli uomini che Dio ama, che si può iniziare a costruire una comunità vera in cui tutti si sentano responsabili del bene comune.

Un ostianese
Gianni Alessandria


 
2. Agosto 1997

Sono trascorsi quasi vent’anni, e vivo ancora ad Ostiano da cittadino / credente / operaio.
Rileggendo quella lettera mi rendo conto che ben pochi ostianesi, allora, devono averne capito il senso, le tensioni che ci stavano dentro, “l’obbedienza al nuovo” che emergeva con prepotenza nella mia vita. Rileggendola ora comprendo che solo questi “vent’anni” hanno spiegato a me e agli ostianesi il perché di quella decisione.
Abbiamo in questi anni continuato a vivere insieme: una quotidianità fatta di duro lavoro per guadagnarsi da vivere con le proprie mani (un posto di lavoro tenuto a denti stretti, perduto e poi riconquistato …in cooperativa), una quotidianità fatta di lotte politiche e impegni sociali (5 anni come amministratore della Casa di Riposo e 5 anni come consigliere comunale di minoranza) per costruire una collettività più responsabile e partecipe.
È cresciuta la stima vicendevole, si sono approfonditi i rapporti / legami di amicizia e di affetto. E continuo a vivere da preteoperaio, non come esperienza ma come condizione permanente di vita.
Come “operaio” appartengo alla classe degli uomini che vivono la loro speranza di vita quotidianamente.
Come “prete” mi sento di appartenere, di essere nella comunità dei credenti, anche in quella particolare di Mantova. L’essere prete non mi richiede una seconda collocazione, non mi dà diritto ad una vita particolare, separata. Anch’io ho lo stesso dovere di farmi seguace con tutti dello stesso Signore: disponibile all’ascolto e all’annuncio della Parola, pronto a dispensare per me e per gli altri lo stesso Pane della vita. 

Gianni Alessandria