L'essenziale della mia vita

IN QUESTO MONDO A RISCHIO
QUALE CHIESA?

Bergamo / 13 giugno 2015

Contributi


1.

Sintetizzo il racconto della mia infanzia e giovinezza con pochissimi dati. A 10 anni sono entrato in seminario a Pavia, a 20 anni sono passato dal seminario al noviziato dei gesuiti in Veneto, e ho poi compiuto la lunga formazione della Compagnia di Gesù fino al sacerdozio e alla destinazione a insegnare filosofia della religione a Gallarate e antropologia teologica a Napoli. Dopo cinque anni di questa attività mi sono deciso a chiedere la riduzione allo stato laicale, quando il provinciale mi disse che non potevo fare gli ultimi voti perché circolavano voci secondo cui io insegnavo cose preoccupanti. Allora sono uscito dalla Compagnia di Gesù per poter continuare a sviluppare quelle idee.

Ho scritto una ventina di libri, nei quali l’idea di fondo è quella che amo chiamare “teologia alternativa”. Alternativa alla filosofia e alla teologia che avevo imparato, dove su cento tesi (un gesuita alla fine degli studi doveva dare un esame su cento tesi) non ce n’era una che dicesse “Dio è amore”.

Infatti la filosofia e la teologia imparate erano strutturate attorno al pensiero greco. Papa Ratzinger (Benedetto XVI) a Ratisbona nel 2006 affermava che bisognava rifarsi a questo pensiero classico per capire chi è Dio. Nelle successive tre encicliche egli ha implicitamente confermato questa visione teologica in uno dei suoi punti fondamentali: l’identità tra l’”amore biblico” (sia Antico che Nuovo Testamento) e l’”amore greco” . Nella Deus caritas est ha affermato che l’amore biblico è l’eros (ovviamente al suo livello più elevato); nella Spe salvi ha ribadito quest’idea; nella Caritas in veritate ha riaffermato che la carità senza verità è superficiale e volatile (negando così implicitamente che la carità porta in sé la verità).

A questa dottrina io non avevo più creduto; e tutto quello che ho studiato e scritto liberamente è dunque un modo – come appena detto – di pensare una “teologia alternativa”: non solo nel senso di opposta a quella classica ma nell’accezione positiva di intendere l’amore per Dio quale viene inteso dalla Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) , cioè non come eros ma come agape: amore per il Dio “altro”. Questo è stato ed è un “pensare dentro la Bibbia”: servendomi degli esegeti ma non fermandomi ad essi, perché il “pensare” esige un passo oltre l’esegesi. Perciò il mio impegno di teologo è stato una volontà di commento approfondito al kerygma , cioè all’annuncio dell’Antico e del Nuovo Testamento.

2.

Uno dei passi principali in questa nuova impostazione è stata la scoperta della Teologia della Liberazione, attraverso la lettura del libro di Gustavo Gutierrez con questo stesso titolo. Leggendolo ebbi la sorpresa di trovare due novità: la prima, che egli si rifaceva alla Bibbia e ne sviluppava il messaggio; la seconda , che tale messaggio era l’amore per i poveri, quella “opzione preferenziale” per essi che incarna attraverso la prassi umana l’amore che Dio porta a loro.

Pur provenendo da una famiglia povera (di una povertà dignitosa), venni colpito da questa scoperta teologica, e scrissi due lunghi articoli appunto sulla Teologia della Liberazione, con particolare riferimento a Gutierrez. Ma la vera scoperta esistenziale la feci una decina di anni dopo, quando – nel 1983 – venni chiamato a fare un corso di teologia a Lima, in Perù. Il corso durò poco (circa una settimana); ma la mia presenza in Perù si prolungò per tre mesi; e fu questa la ragione per cui venni a contatto con la povertà nel senso più forte del termine: ricordo come, nell’entrare in quelle case, venivo come aggredito da visioni disumane, e per almeno un mese mi venne ogni volta il nodo alla gola.

Tornato a casa, mi venne chiesto di scrivere qualcosa sull’esperienza fatta; e scrissi un libretto dal titolo L’oro del Perù: la solidarietà dei poveri (“dei” è qui genitivo oggettivo). Da allora tutto quello che ho scritto è in qualche modo legato a questo tema. Anche il mio piccolo best-seller (Dio in cerca dell’uomo. Rifare la spiritualità) è in sostanza un cercare quell’amore che non è l’amore di eros (cioè l’amore che cerca di salire verso Dio perché è il sommo bene (cosa che avevo imparato da Tommaso d’Aquino, il quale appunto si rifaceva ad Aristotele). Chi cerca il volto di Dio lo trova nei poveri, chi vuol vivere il suo amore deve servire i poveri. Poveri non sono soltanto coloro che non hanno beni economici, ma coloro che sono ammalati, umiliati, prigionieri, carcerati, stranieri, ecc. (cfr. per esempio Mt 25, 31ss.).

Adesso il povero principale cui devo accudire è mia moglie Alberta (più giovane di me di sedici anni). Ha da otto mesi un enfisema polmonare, per cui deve restare attaccata giorno e notte a una bombola di ossigeno; inoltre, da due mesi ha una spalla rotta, che non le permette di usare il braccio destro. Il passaggio da Fiesole (dove abbiamo trascorso 29 anni, organizzando seminari e ospitando bisognosi) a Mantova (città natale di mia moglie) ci ha portato a una situazione precaria dal punto di vista economico; e se riusciamo ad andare avanti è perché un gruppo di amici ci invia ogni mese una certa somma di denaro. Altri amici l’accompagnano quando deve uscire… Così stiamo sperimentando che cosa significa essere “poveri”, bisognosi dell’aiuto altrui.

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Ecco: mi pare di aver detto l’essenziale della mia vita.

Armido Rizzi


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