Quali Chiese del futuro?

IN QUESTO MONDO A RISCHIO
QUALE CHIESA?
Bergamo / 13 giugno 2015

Prima relazione


Non dovrei essere qui perché a voi preti operai io non ho nulla da dire ma molto da imparare. Quando penso alla vostra vita e alle vostre sofferenze, mi inchino davanti a voi… Voi però vi siete ostinati a chiamarmi ed io sono qui. Peggio per voi!

La mia – abbiate pazienza – non sarà una trattazione accademica. Cercherò di darvi diversi flash, con stile giornalistico, spaziando in varie situazioni e in vari continenti. Non dunque una trattazione approfondita (in merito ho scritto un volume di 1.178 pagine – Dal Gerusalemme I al Vaticano II. La storia dei Concili tra Vangelo e potere – dove qualche approfondimento, seppure non esaustivo, lo potete trovare). Qui e ora dovrete accontentarvi di una carrellata veloce, che tocca molti e svariati temi. Sono dei semplici input. Ciò premesso, iniziamo.

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Intanto, se permettete, modificherei il titolo che mi avete assegnato; non quale Chiesa, al singolare, ma quali Chiese, al plurale. L’Apocalisse dice che lo Spirito parla alle Chiese, plurale… Una differenza non solo lessicale, ma sostanziale. Perciò, dire che la Chiesa cattolica romana è la Chiesa, mi sembra del tutto improponibile: essa, storicamente, è solo una delle tante Chiese esistenti…

Allora, quali Chiese domani? Io faccio il giornalista e non il profeta; però è capitato anche a me di fare il profeta… Nel 2008 avevo avuto una visione (anch’io posso avere delle visioni, no?) nella quale ho intravisto tutti i papi del XXI secolo; uno di questi papi si chiamava Francesco e veniva dall’America Latina. Come ho potuto fare questa previsione, descritta allora nel mio libro Cronache dal futuro. Zeffirino II e il dramma della sua Chiesa, pubblicato cinque anni prima dell’arrivo di papa Bergoglio? Se vi fate domande e ci pensate un po’, succederà anche a voi di “profetizzare” cose che arriveranno inevitabilmente…

E allora che Chiesa avremo domani? Qui parlo soprattutto della Chiesa romana, pur accennando anche ad altre. Intanto, dobbiamo distinguere tra l’Occidente e il resto del mondo. Penso che nel pianeta, così come si sta evolvendo a Nord, la Chiesa cattolica romana sarà sempre più un pusillus grex, un piccolo gregge, perché la secolarizzazione avanza… È un dato di fatto.

Nell’Occidente, probabilmente, le Chiese saranno più piccole, per numero di fedeli praticanti, e questo sarà un problema perché, essendo – almeno in alcuni paesi – Chiese di cristianità, trovarsi orfane e vedove e povere esigerebbe un rivoluzionamento della loro vita, fondata finora sui tanti privilegi di quando erano Chiesa dominante. Nel Sud del mondo invece sarà tutta un’altra cosa. Là le Chiese cresceranno in modo esponenziale. Molti pensano (Nando Pagnoncelli, per esempio) che a metà di questo secolo ci saranno nel mondo come minimo mezzo miliardo di neo-pentecostali.

Esempi? Oggi il Guatemala è un paese a maggioranza neo-pentecostale mentre a metà Novecento era un paese cattolico quasi al 100%; ma già negli anni Ottanta del secolo scorso il dittatore Efrain Rios Montt era esponente di una di queste Chiese fomentate dagli Stati Uniti per rovesciare la teologia della liberazione.

In Brasile – lo disse pochi anni fa, in un Sinodo dei vescovi, il cardinale Claudio Hummes, allora arcivescovo di São Paulo – ogni anno un milione di cattolici passa ai neo-pentecostali. Quindi il Brasile che 30 anni fa aveva il 94% degli abitanti cattolici tra una ventina d’anni si avvia ad avere il 67% di cattolici, che saranno il 49% quindici anni dopo: la Chiesa cattolica minoranza in un paese dove alla metà del Novecento i cattolici erano più del 90%!.

La Nigeria ha un’altra storia: è il paese più popoloso dell’Africa e si prevede che tra 20 anni avrà 300 milioni di abitanti, quasi come mezza Europa; e c’è un fervore intenso di Chiese neo-pentecostali. Ero ad Harare, Zimbabwe, vicino al Sudafrica, nel 1998, per un’Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese. E là c’erano il papa e la papessa, diciamo così di questa singolare coppia alla guida della Chiesa dei Cherubini e dei Serafini, in Nigeria: una Chiesa che voleva entrare nel CEC, che oggi è la più grande comunione di Chiese, pur spesso separate e divise, al mondo: si tratta di 345 Chiese. La domanda della Chiesa ”Celeste” è stata respinta perché essa ammette la poligamia… Eppure, mi hanno detto, quella comunità ha sei milioni di seguaci in patria.

Una domenica mattina ad Harare sono andato a vedere in mezzo alle campagne la Chiesa degli Apostoli: migliaia e migliaia di persone assiepate in una radura, a piedi nudi, eppure tra l’erba vi erano formiche grandi così. Cantavano, ballavano, pregavano: era il loro modo di celebrare la domenica. Anche questo – non solo questo – è il mondo delle Chiese in Africa.

C’è poi un problema immenso, che nessuno sa come si evolverà: il problema della Cina. Là la Chiesa cattolica romana attualmente è divisa in due tronconi, seppure spesso sia difficile distinguere le due parti: quella “patriottica”, legata al regime, e quella fedele al papa, e spesso perseguitata. Un totale di circa 10-12 milioni di fedeli. Con tutte le Chiese protestanti si arriva a un totale di 50 milioni di cristiani. Ma che accadrà, quando tra tanti o pochi anni anche a Pechino cambierà il vento? Allora sarà un tumulto di cambiamenti… Arrivare a mezzo miliardo di cristiani sarà possibile, e forse facile. Ma la crescita esponenziale dei cristiani, e tra essi dei cattolici, imporrà questioni cruciali sia al cristianesimo mondiale che alla Chiesa romana.

Si prospetta quindi un futuro molto interessante, meraviglioso direi, ma anche inquietante per noi cristiani europei se non accetteremo con serenità il fatto di perdere per sempre la primogenitura.

Bisognerà ripensare le Chiese, ciascuna per conto suo, ma avendo il nudo Evangelo di fronte. Sarà una sfida decisiva. Papa Ratzinger nel discorso di Ratisbona (2006) affermava che l’Ellenismo è costitutivo, in sostanza, della fede cristiana perché – e in questo aveva ragione – tutti i primi sette Concili ecumenici hanno ripensato e descritto con categorie ellenistiche i misteri della Trinità, dell’Incarnazione, di Gesù vero Dio e vero uomo… Ma voi pensate che i cinesi dovranno studiare l’Ellenismo per capire il messaggio di Cristo?

Vedete quindi quali bei problemi ci saranno. Un dato appare certo: tra qualche decennio vi sarà una Chiesa plurale, pluralissima. E questa Chiesa è quella grande formata da tante Chiese, perché ogni Chiesa è Chiesa, è vera Chiesa, verissima Chiesa e perciò santa e peccatrice.

Una sera passeggiavo a Mosca lungo la Moscova tutta ghiacciata, nei viali i rami degli alberi sembravano coperti di diamanti perché sotto il cielo azzurro e la luna quello è uno spettacolo magico che vale un viaggio! Dunque, quella sera con un teologo ortodosso si parlava di Chiesa e di Chiese. Gli dico: tu e la tua Chiesa ortodossa, come la mettiamo? Ah, dice, la mia è davvero una misera Chiesa, sporca di macchie e di peccati. E mi elencava tutti i casini, come li abbiamo anche noi, della sua Chiesa. Però, aggiungeva, in questo momento, mentre noi siamo qui, nell’estrema Siberia (cioè 11 fusi orari più in là verso Est) – noi non sappiamo dove, ma il Signore lo sa – vive una vecchia sdentata, gobba e ignorante, però talmente piena di amore di Dio e del prossimo che in grazia di questa vecchietta il Signore sostiene la santa Chiesa russa.

Poi commentava: perché non può esistere l’infallibilità papale come l’ha pensata la Chiesa cattolica romana? Perché presuppone che tu riesci a incatenare lo Spirito Santo; l’infallibilità che ti arriva nel momento in cui sei scelto come vescovo di Roma, significa che tu pretendi di imprigionare lo Spirito di Dio. E questa è un’assurdità. E io – scusate – replicavo che gli ortodossi hanno molte ragioni per contestare il dogma dell’infallibilità papale, definito dal Concilio Vaticano I nel 1870.

Torniamo a noi. Come saranno, nel futuro, queste Chiese? Mi verrebbe da dire: saranno “popolo di Dio”, anzi “popoli di Dio”’. La questione si aggroviglia. Forse allora sarebbe meglio parlare di Chiesa delle tribù che fanno un solo popolo, ma sono differenti e quindi litigiose come erano le tribù di Israele; quindi le Chiese litigiose di oggi sono nella norma: fanno quello che facevano i nostri padri e le nostre madri. Queste tribù giustamente litigano un po’ però infine debbono intendersi perché sono un unico popolo.

Questo popolo fatto di tribù diventa un popolo meraviglioso perché ciascuno parla la sua lingua, ha le sue tradizioni, ma sa che deve in qualche modo autolimitarsi, altrimenti scoppia la guerra. Invece bisogna sapere che siamo una stessa famiglia – tu abiti qui io abito lì, tu parli così io parlo cosà – ma siamo una stessa famiglia, e bella è l’idea dell’essere una famiglia e dell’essere insieme tante famiglie… e però abbiamo gli stessi cromosomi e quindi ci possiamo scambiare il sangue… e se una Chiesa è inferma possiamo donarle il sangue e le Chiese sorelle, perché tali sono, possono scambiarsi il sangue.

Questa è una meraviglia. Ciascuno ha la sua identità, le sue tradizioni, i suoi riti, le sue riflessioni, le sue certezze e incertezze. Ma ogni Chiesa deve diventare una Chiesa apprendente. Siamo invece abituati alle Chiese che sanno tutto. Ecco dunque che cos’è l’ecumenismo: è dire: “Guarda, a me sembra di avere le idee un po’ confuse, ma mi dici tu, cara Chiesa sorella, come vedi tu questo problema?” Per esempio, in Italia, non vi sembra scandaloso che quando si parlava dell’ipotesi del fine-vita della nostra sorella Eluana le varie Chiese – a causa e per colpa della Chiesa cattolica romana che pretende di avere la primogenitura – non si siano sedute insieme per domandarsi: ma, noi Chiese, che possiamo dire di fronte a questo problema, avendo l’evangelo di Gesù in mano?

Perché tra noi cattolici funziona così: parla uno e parla l’altro, poi c’è un monsignore che dice… la verità. Non la “sua” verità; no, egli è sicuro di dire la verità. Egli ha in tasca la verità. Avete mai visto un rabbino che chiuda un dibattito su questioni quanto mai ardue, asserendo “questa è la verità”? Perciò quando si parla di argomenti sensibili, dei “princìpi non negoziabili”, sarebbe bellissimo se, di fronte a problemi umani ed etici nuovi per tutti, provassimo insieme, guardandoci negli occhi, sapendo che non abbiamo nessuno la verità in tasca, provassimo a trovare risposte di senso a questi nuovi problemi, sapendo che la scienza viene prima di noi, viene dopo di noi, è davanti a noi, per provare a dire qualche parola, fare qualche cosa, senza pretendere di legare le coscienze dove Dio non le ha legate. Eppure viviamo in un paese dove la gerarchia della Chiesa romana spesso ha preteso di legare le coscienze dove Dio non le ha legate; questo è il tradimento del comandamento del Signore Altissimo che ha proclamato: “Non nominare il nome di Dio invano”.

Invece questa Chiesa apprendente, queste Chiese apprendenti sarebbero una grande testimonianza perché in questo nostro mondo così complicato, sapete che peso ha la testimonianza… Esemplifico. A conclusione degli scontri che hanno fatto a pezzi l’ex Jugoslavia, la Bosnia Erzegovina è stata pensata come una repubblica federale che al suo interno ha due entità: una è la Federazione croato-musulmana, l’altra è la Repubblica serba. Per uscire dal casino in cui erano finiti, i croati cattolici non si sono alleati con i serbi, che sono cristiani ortodossi, ma con i musulmani; l’odio teologico e storico è una cosa tanto sconvolgente che il vescovo ortodosso che regge la diocesi di Sarajevo incontrando il Papa ha detto: è una vergogna che qui ci siamo combattuti tra cristiani.

Sono appena tornato dalla Bosnia con due sentimenti contrastanti: da una parte una grande gioia perché ho visto persone di una dolcezza e di un’accoglienza tali che sono rimasto senza fiato; e però quando scavi sotto sotto spesso è tutto come prima: nessuno dei grandi artefici dei delitti compiuti durante la guerra in Bosnia si è pentito pubblicamente, tant’è vero che un gruppo di intellettuali bosniaci ha scritto una lettera aperta a Francesco prima che arrivasse, dicendo: siamo felici, ringraziamo della visita, però vogliamo dirLe che tra coloro che la riceveranno all’aeroporto – e io stavo là a vedere – ci sono coloro che hanno le mani sporche di sangue e non si sono mai pentiti.

Senza più la pretesa ridicola di guidare il mondo (si vede dove sono arrivate!) le Chiese devono testimoniare tutte insieme, come disse Gesù, perché il mondo creda. Testimoniare l’unità, e l’unità non vuol dire essere tutti uguali, vuol dire che nelle fondamenta riusciamo ad essere insieme e non ci combattiamo più gli uni gli altri.

Le guerre di religione sono scoppiate, in Europa, nel XVI secolo, per liti tra Riforma e Controriforma. Ma si sono riproposte nel ventesimo secolo: questo è il fallimento delle Chiese!

Invece il sogno è che questa Chiesa apprendente si trasformi in un giardino dove tutti i fiori si riconoscono a vicenda… io sono un fiore e anche tu sei un fiore… Questa gioia di sentirsi Chiesa di Gesù, ciascuna con i suoi difetti e con i suoi doni, con i suoi carismi e con i suoi profeti e testimoni, è una meraviglia: ci sono santi martiri croati, martiri serbi, martiri russi. E siamo sorelle, eguali in radice, cioè vere Chiese, con i loro limiti costitutivi perché la pienezza del Regno, che la Chiese annunciano pur senza esserlo, non è di questo mondo.

E allora, se così sarà, immagino che la Chiesa del futuro, che sono poi le Chiese insieme, sarà una Chiesa dell’amore rivendicato e responsabile. Che cosa vuol dire? Vuol dire che le Chiese non devono scocciare la gente; proprio così, perché Gesù non ha scocciato la gente: lasciate che le persone si amino come pare a loro… purché (un “purché” decisivo!) non vi sia violenza e, in positivo, vi sia massima responsabilità.

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La Chiesa del futuro, le Chiese del futuro devono essere questo; è vero che già molte di esse sono così, e non scocciano la gente; altre però… Ricordo che il cardinal Martini – lo documenta il libro Conversazioni notturne a Gerusalemme” – parlando di sessualità, e criticando l’eccessivo interventismo della magistero della Chiesa romana in proposito (anche su temi sui quali nulla disse Gesù), affermava: qualche volta la Chiesa avrebbe fatto bene a tacere.

I pastori dovrebbero dunque finirla di scocciare la gente (=rompere le p…) sulle questioni sessuali. Si dovrebbe invece benedire gente che si ama, sempre che non ci sia violenza e si agisca in modo responsabile. Gesù dice nel Vangelo: il regno di Dio è già qui. Ritengo dunque che ogni volta che su questa terra qualsiasi persona, uomo o donna, anziano o giovane, am qualsiasi religione appartenga, compie un atto di amore là è la scintilla del regno. E io così mi immagino in un mondo pieno di tante lucciole, come si vedevano una volta… immagino il regno di Dio così pieno di queste lucciole che illuminano come un balenio mite questo mondo oscuro… e sono tutti gli atti di amore. Quando voi vi amate, sposi coniugi o compagni e compagne, là c’è il regno di Dio. Ogni volta che fate un atto di amore, ogni volta che fate un gesto di pace e di accoglienza e di perdono e di apertura del cuore, là è il regno di Dio.

Questo regno, però, si vede e non si vede, va e viene, perché spesso il male e la violenza, la testardaggine e la presupponenza sono più forti, appaiono di più… Eppure queste realtà oscure non sono l’unica cosa che esiste: non tutto ciò che è bello si vede, ma c’è. E lo sappiamo dalla fisica che molte cose non le vediamo ma ci sono… Però il buio fa più impressione e predomina; ma c’è il sole, c’è il sole, c’è il bene, c’è l’amore e questo ci dà fiducia.

E a che serve questo amore? Per edificare una Chiesa di tribù. Sì, però nelle tribù non c’è il sacerdozio ma ci sono i ministeri, che sono un’altra cosa. A me dispiace che papa Francesco continui a parlare di sacerdoti, cosa che non ha mai fatto Gesù, il quale per la sua comunità di discepoli e discepole parla di ministri, di servitori, non di mediatori del sacro. Gesù è stato ucciso perché ha contrastato teologicamente il tempio di Gerusalemme. Egli disse alla samaritana “sì è vero, anche noi ebrei abbiamo il tempio… ma è giunto il tempo quando si adorerà Dio in spirito e verità” (Giovanni, capitolo IV).

Tutto ciò apre un altro discorso: se nelle Chiese ci sono i servitori e le servitrici è insopportabile che le donne siano escluse dai ministeri ordinati. È ridicolo ed è offensivo. Perché offensivo? Quando la mattina di Pasqua Maria Maddalena va al sepolcro e vede là un tizio che lei pensa essere il giardiniere (e questo pone un altro problema: se lei pensa che fosse il giardiniere vuol dire che Gesù non brillava di luce sfolgorante; vuol dire che allora non si vedeva niente di straordinario), e gli domanda se sappia qualcosa su dove abbiano messo Gesù… Questi le dice “Maria!” (Giovanni, c. XX). Ecco, io spero che tutti voi qui presenti siate stati, e siate ancora, innamorati, altrimenti avete perso mezza vita. Gli innamorati si chiamano per nome con quel tono e quella dolcezza che solo loro capiscono. Perché quando il tuo amato ti chiama, magari al telefono, non deve dirti chi è: tu hai già capito, dal tono della voce, che è il tuo amore.

Ebbene, Gesù dice “Maria” come l’innamorato lo dice all’innamorata. E lei subito comprende che è Lui. Si sono capiti all’istante questi due innamorati… e in Paradiso vorrei rivedere la scena, perché è stata una scena meravigliosa… e se non c’è stata l’hanno dipinta proprio bene… Allora a questa amata e, secondo me, amante di Gesù (perché Gesù era un vero uomo, escluso il peccato, dice il Nuovo Testamento. Ed è forse peccato amarsi davvero? E… e tiriamo le conseguenze!) il Maestro dice: “Va ad annunciare a Pietro e agli altri apostoli che sono risorto”.

Il che non è come dire: “Va’ a dire che il pranzo è pronto”. Non è così, perché nell’ebraismo di allora la donna non poteva testimoniare essendo ritenuta inferiore, sciocca, e dunque non affidabile: insomma, non contava – così pensavano loro. Gesù invece fa un capovolgimento fenomenale: dice a quella che non conta e che non può testimoniare: vai a dire la cosa più importante del mio messaggio, cioè che io sono è risorto. Non lo dice a Pietro, lo dice a quella che, secondo la mentalità ebraica di allora, non potrebbe credibilmente testimoniarlo.

Ora nella Grande Chiesa, e nelle piccole Chiese sorelle che si rifanno a Gesù, è mai possibile che si dica “no, donna, tu no”? Certo, sarebbe davvero strano che una donna faccia il prete, visto che Gesù non ha mai previsto il sacerdozio nemmeno per i maschi; ha previsto e desiderato il servizio e la testimonianza… Solo con una tale impostazione storica, biblica e teologica – a mio modesto parere, che poi riprende quanto dicono oggi molti teologi e teologhe – si può risolvere il ruolo della donna nella Chiesa; altrimenti, ritengo, il nodo è irrisolvibile.

Eppure nell’omelia della messa crismale del Giovedì santo dell’anno scorso (17 aprile 2014) papa Francesco ha cominciato dicendo: “Oggi Gesù ha istituito il sacerdozio”. Non pochi teologi e teologhe qui avrebbero da ridire; Gesù non ha mai istituito il sacerdozio: ha chiesto e implorato il servizio di ciascuno verso l’altro baciando i piedi, che è altra cosa. Ma il sacerdozio (=mediazione necessaria tra Dio e il popolo di Israele, tra Dio e l’umanità!) è finito: quello ebraico è stato scardinato da Gesù, quello cristiano non è mai stato da Lui pensato.

Con la distruzione fisica (oltre che teologica) del tempio di Gerusalemme è finito – secondo i cristiani – il sacerdozio ebraico. Allora, dove si vede oggi Dio, dove si trova Dio oggi, dato che il tempio non ci può più essere? Si trova inabitante in ogni persona umana: ecco la base del rispetto e dell’amore. Tu vedi l’altro? Lì c’è Dio (lì, e non in chissà quale santuario); tanto più se “l’altro” è povero, se impoverito, se martirizzato, tanto più se è schiacciato e curvato dal potere, tanto più lì c’è presenza di Dio.

Dio è misteriosamente in ogni luogo; però il luogo proprio della sua dimora preferita è la persona umana. E quando si parla del samaritano – nella famosa parabola evangelica – voi sapete bene che non se ne parla come si parlerebbe di un bresciano o di un bergamasco, cioè non si dice una innocua qualificazione geografica… I samaritani, secondo gli ebrei di allora, erano considerati dei bastardi avendo annacquato l’etnia e profanato la fede. Infatti, alla morte di Salomone il regno si spaccò in due tronconi: regno del Nord (Samaria) e regno del Sud (Giudea). Nel 721 A.C. gli Assiri devastarono il Regno del Nord: uccisero un po’ di gente, si portarono via i fabbri e i falegnami utili per costruire, lasciarono là solo i contadini più umili e poi importarono – per coltivare la terra (se no chi pagava le tasse ai nuovi dominatori?) – genti straniere che, unendosi alle donne ebree rimaste, diedero vita, appunto, ai samaritani i quali, poi, per certi aspetti inquinarono le tradizioni religiose degli antenati ebrei e la purezza della stirpe.

Dunque, ai tempi di Gesù i samaritani erano disprezzati dagli ebrei-doc, soprattutto dai sacerdoti, ma anche dal popolino: erano, appunto, ritenuti bastardi. Perciò il paragone fatto da Gesù era considerato insultante dai suoi ascoltatori ebrei. Il rabbi di Nazareth osava porre come esempio da imitare un bastardo!

Luca, al capitolo 10, 33, afferma che il samaritano, vedendo il malcapitato bastonato dai ladroni, esplangnisthe, fu mosso a compassione. Purtroppo in italiano si perde la pregnanza del verbo greco usato nel Vangelo. Esso significava “si rovesciarono le viscere”, perché allora si pensava che le viscere fossero la sede dei sentimenti. Ma questo verbo era usato, nella Bibbia ebraica tradotta in greco, per parlare del Signore che ha compassione. Dunque l’evangelista Luca fa un’operazione arditissima: parlando della misericordia dell’innominato samaritano allude a Dio. In un certo senso è Dio il samaritano che si commuove; quindi – abisso insondabile – è Dio che trasluce nel samaritano, il bastardo, che si china e si prende cura del povero disgraziato bastonato, e non soccorso dal sacerdote e dal levita (gli alteri rappresentanti della religione costituita). E questo è il compito che Gesù assegna alla Chiesa, sia pure talora bastardissima: chinarsi là dove c’è il povero assalito e lasciato quasi morto sul ciglio della strada, e prendersene cura con amore.

Mesi fa il nostro Francesco (al quale, beneamato da tutte e tutti noi, auguriamo che Dio conceda una lunga vita!) ha rinnovato la Commissione teologica internazionale che è composta da trenta persone: essa, creata da Paolo VI, per anni fu formata solo da maschi. Poi papa Ratzinger vi inserì due teologhe: una bella novità! Io – giornalista curioso, e non velinaro – decisi comunque di approfondire quelle nomine, e scoprii che una di queste due donne, teologa statunitense, era stata dapprima schieratissima a favore della donna prete; ma poi si era convertita alle tesi vaticane contrarissime a questa ipotesi. E così era stata premiata da Benedetto XVI. Complimenti!

Adesso Francesco nella commissione ha messo cinque donne; anche qui bisognerebbe andare a vedere che cosa pensano di certi problemi tabù (non ho avuto tempo di approfondire, ma lo farò!). Ricevendo la nuova Commissione il papa sorridendo ha notato: “Certo cinque donne sono ancora poche, sono come le fragoline sulla torta”… Allora bonariamente vorrei chiedergli: ma, visto che stava a te la decisione, perché non hai scelto quindici uomini e quindici donne? Nomine a parte, ipotizzo che la difficoltà sostanziale di Francesco per dare il posto dovuto alle donne nella Chiesa romana sia legata alla dottrina – enunciata da Paolo VI e corroborata da Wojtyla e da Ratzinger – del rifiuto dell’ordinazione sacerdotale delle donne.

Qui si innesca un altro problema cruciale. Il nuovo vescovo di Roma continua a ripetere: io voglio cambiare la pastorale ma lascio immutata la dottrina. A me sembra che, infine, non si possa fare così. Anche la pastorale deriva da princìpi (= la dottrina). Se non cambi il principio, potrai mai cambiare profondamente la pastorale, cioè la sua conseguenza pratica e concreta? Forse si potrebbe fare così: accostare principio a principio, per trovare poi una soluzione ai problemi aspri della vita. Faccio un esempio: solennissimo, e non ammette eccezioni, è il comandamento:” Tu non ucciderai”. Eppure la Chiesa romana (e anche altre) spesso nei secoli ha benedetto la guerra, per non parlare degli “eretici” e delle “streghe” mandati al rogo. Come ha potuto fare questo, la Chiesa romana? Semplice: senza dimenticare il comandamento, ha anche ricordato il diritto di un paese a difendersi dall’invasore, e di una persona a difendersi da chi la vuole uccidere, e di una Chiesa (pensava lei) di eliminare l’”eretico” per salvare la fede, bene essenziale della Societas christiana. Ha insomma paragonato e rapportato principio a principio, decidendo poi, in coscienza, l’azione concreta per salvare il salvabile. Non vi è nessun relativismo: è la complessità della vita e delle circostanze che impongono scelte difficili e talora drammatiche. In questi frangenti è bene non dimenticare le parole di Gesù, per orientarsi: “Il sabato è fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”.

Occorre poi vedere, di volta in volta, se certi “princìpi” che le Chiese – in particolare la Cattolica romana – difendono con i denti siano davvero fondati, o fondabili, sulla Parola del Signore, o non piuttosto basati su presupposti storici, culturali e teologici del tutto discutibili. Comunque umani, e perciò relativi, modificabili e contestabili.

Come muoversi, allora? Secondo me la Chiesa del futuro e le Chiese sorelle al suo interno dovrebbero assumere in modo costitutivo un preciso angolo di visuale e di prospettiva: quello dell’impegno totale di ogni cristiano e di ogni Chiesa per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Ritengo che le Chiese dovrebbero decidere tutto ciò che va fatto o non va fatto guardando con il cannocchiale a questa triade: la tale scelta serve alla giustizia, alla pace alla salvaguardia del creato? Se serve, la si fa. Se non serve, no.

Tale angolazione permetterebbe di affrontare in modo realistico, saggio e dinamico un sacco di problemi interni alle Chiese. Nella Chiesa cattolica romana, ad esempio, ci si potrebbe domandare: il celibato dei preti aiuta, o no, a favorire quell’impegno? Serve alla causa della giustizia e per il riscatto degli impoveriti? Dalla risposta a quella domanda dipende la decisione. E non certo da fumistiche motivazioni spiritualistiche.

Insomma – ritengo – l’angolazione dalla quale valutare le nostre scelte, come Chiesa e come cristiani, è questa: pro mundi vita. La Chiesa è pro mundi vita, per la vita del mondo, e non per sé. Gesù non è morto e risorto per solo i cristiani, è morto e risorto per tutti e tutte. Una Chiesa che si organizza pro mundi vita è la Chiesa giusta, è quella che il Signore vuole. È nella traiettoria giusta, quella che descriveva così bene Bonhoeffer, una Chiesa-per-gli-altri. E se le cose stanno così, allora la base della nostra fraternità e della nostra sororità è l’Evangelo di Gesù che ci unisce nell’Eucaristia anche là dove la storia ci ha divisi .

Ho vissuto a Mosca e, tornando, ogni tanto, in Italia ho spulciato libri dei nostri licei; in tutti ho trovato scritto che nel 1054 la Chiesa di Costantinopoli si separò dalla Chiesa di Roma e divenne scismatica. Se vai a dire questa cosa a Mosca, o al Fanar (residenza ad Istanbul del patriarcato di Costantinopoli), sorridono di compassione, o si incattiviscono. Gli ortodossi, infatti, sostengono che nel 1054 fu la Chiesa di Roma a separarsi dall’Ortodossia, che essi ritengono la vera Chiesa.

Finora non ho trovato nessun teologo – da s. Agostino, a san Tommaso ad… Hans Küng – che dica: Dio è anche somma ironia, perché l’ironia è una virtù. E Dio-somma-ironia ogni tanto decide di farci uno scherzetto…

Nell’agosto del 2000 arrivava in porto, redatta dal cardinale Ratzinger, la dichiarazione Dominus Iesus, nella quale si afferma che le Chiese della Riforma protestante non sono vere Chiese e che le religioni non cristiane sono oggettivamente deficitarie; e, soprattutto, che la Chiesa romana è – di fatto – la Chiesa una santa, cattolica e apostolica proclamata nel Credo. Però in quegli stessi giorni il Concilio episcopale russo stava emanando un documento sulla visione teologica dell’ortodossia rispetto alla Chiesa; e vi affermava che è l’Ortodossia (l’insieme delle Chiese ortodosse sorelle) la Chiesa proclamata nel Credo. E chissà, forse il Signore lassù sorrideva a vedere due Chiese diverse dire: “Io sono la vera Chiesa” – “No, sono io” .

Queste Chiese che pretendono di essere ciascuna la vera Chiesa impediscono la celebrazione dell’Eucaristia insieme: e questo è uno scandalo nello scandalo, perché la Commissione Fede e Costituzione (organismo del CEC che studia i problemi teologici e offre le sue riflessioni alle Chiese) nel 1982 a Lima, in Perù, varò il famoso documento Battesimo Cresima e Ministeri (BEM): in esso si dice che tutte le Chiese aderenti al CEC credono che nell’Eucaristia Gesù è presente; differiscono nella spiegazione del come sia presente. Ma Gesù non ha spiegato il come della sua presenza, un problema sul quale però le Chiese si sono accapigliate e divise, ciascuna pretendendo di avere la spiegazione migliore. Pochi sanno – almeno tra i cattolici – che Martin Lutero e Giovanni Calvino su questo punto, cioè sulla spiegazione del come, hanno rotto la comunione tra di loro. A tal punto che Luterani e Riformati per ben quattro secoli non hanno più celebrato insieme la Cena del Signore. Un problema di interpretazione, di spiegazione teologica (il come) li ha polemicamente divisi, quasi si trattasse della fede nella misteriosa presenza del Signore nel pane e nel vino eucaristici. Hanno ripreso a celebrare insieme, ciascuno mantenendo la sua interpretazione, solo nel 1973, con la Concordia di Leuenberg.

Si noti che Fede & Costituzione è composta da 120 teologi/e, dodici dei quali sono cattolici romani. Quindi il BEM ha un particolare vigore, anche se la Chiesa cattolica romana non è membro del Cec. E, tuttavia, quella firma non ha avuto conseguenze concrete, in casa cattolica, almeno ad alto livello. Quando Giovanni Paolo II, quasi al tramonto della sua vita, ha pubblicato l’enciclica Ecclesia de Eucharistia (2003) ha ribadito praticamente come imprescindibile la dottrina cattolica della transustanziazione, che anche Ratzinger ha poi ripreso: per loro l’incontro di Lima non è mai esistito.

Purtroppo il potere sull’Eucaristia ha ferito gravemente le Chiese; la pretesa che sei tu Chiesa che dici “tu puoi venire a comunicarti, tu no ” non si fonda sul Vangelo: infatti, è il figlio del re, è Cristo che invita alla mensa, non la Chiesa. ““Andate sugli incroci e fate venire tutti qua”: l’Eucaristia non è il premio dei virtuosi, ma il viatico degli ammalati, dei dubbiosi, dei peccatori e dei sofferenti.

Se le Chiese accettassero la loro diversità riconciliata, l’unità visibile della Chiesa si potrebbe fare ben presto. Bisognerebbe però, per arrivare a questa meta, relativizzare molte pretese e molte arroganze delle varie Chiese. E tutto sarebbe più facile se fossero tradotte in pratica le acquisizioni teologiche dei teologi e teologhe delle rispettive comunità.

Un appuntamento ci attende, per verificare la situazione. Nel 2017 saranno i 500 anni dall’inizio della Riforma avviata da Martin Lutero. Sarà quella l’occasione storica nella quale rappresentanze ufficiali della Chiesa cattolica romana e della Federazione luterana mondiale celebreranno insieme l’Eucaristia, la Santa Cena? Sarebbe bellissimo se così fosse. Ma se così non sarà, perderemmo davvero una occasione particolarissima, e daremmo scandalo al mondo.

Conclusione: ritengo che la grande sfida del futuro per la Chiesa globale sarà di ripensare la sua attuale impostazione – in sostanza greco-latina-germanica-slava – con criteri totalmente differenti, perché quando arriveranno i cinesi non possiamo pretendere che passino attraverso le forche caudine di Aristotele, Platone e dell’Ellenismo.. E questa è una sfida enorme. Ma la sfida ancora più enorme sarà come dire Dio rispetto all’ebraismo, perché i primi sette Concili ecumenici hanno sistematizzato il Credo cristiano escludendo dalla riflessione l’eredità ebraica. Non parliamo poi dei successivi Concili generali della Chiesa latina (“generali”, non “ecumenici”, perché mancava l’altra metà della Chiesa, quella di origine bizantina), ancora più monchi. Ritenersi “ecumenici” se manca una metà della Chiesa è una prepotenza ecclesiale.

Adesso – mi pare – è tempo di Concili per rendere le Chiese più pronte a testimoniare, nel mondo d’oggi, l’Evangelo di sempre. Penso non lontano il tempo in cui un vescovo di Roma, con il suo Sinodo, deciderà di convocare un nuovo Concilio, il “Vaticano III” (anche se non necessariamente sarà celebrato a Roma): un’Assemblea generale della Chiesa romana – aperta non solo ai vescovi, ma anche a robuste presenze di presbìteri, monaci, monache, suore, religiosi, diaconi, laici uomini e donne – che affronti i nodi cruciali che incombono su di essa. Le Chiese ortodosse, da parte loro, nel maggio del 2016 ad Istanbul apriranno il loro Concilio pan-ortodosso, per “aggiornare” le loro tradizioni alla realtà odierna. Riunioni analoghe, secondo le loro tradizioni, potrebbero fare la Chiesa anglicana e quelle Riformate e Luterane. La tappa successiva, se Dio vorrà, sarà un nuovo Concilio autenticamente universale di tutte le Chiese – il Gerusalemme II – per la loro riconciliazione e la celebrazione di un’Eucaristia condivisa.

Non so dove e quando si potrebbe celebrare questo Gerusalemme II. Sul “dove” avrei un’idea: una grande nave che compia il giro del mondo andando a trovare luoghi significativi delle varie Chiese sorelle. Infine, tutte le Chiese insieme dovrebbero deliberare sui temi più importanti e sulle scelte decisive. Come accadde al Gerusalemme I, il Concilio degli apostoli e dei discepoli e discepole della primissima Chiesa: “E’ parso bene allo Spirito santo e a noi di deliberare…”. E sarà festa grande.

Luigi Sandri


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