Introduzione al convegno di Bergamo 2015

IN QUESTO MONDO A RISCHIO
QUALE CHIESA?
Bergamo / 13 giugno 2015

Introduzione


Con questo convegno portiamo a termine il nostro progetto di fare memoria del concilio Vaticano II. Memoria che non vuol dire semplice ricordo per non dimenticare, ma riattivazione della nostra ispirazione in connessione con l’oggi e con il futuro che sta dinanzi all’umanità e quindi alla chiesa. Come itinerario abbiamo seguito il cammino tracciato dalle costituzioni conciliari, in particolare quelle redatte nell’ultimo periodo dell’assise. Le abbiamo evocate mediante i titoli che ci hanno riuniti in convegno:

  • Dei Verbum (Parola di Dio): “Parola incatenata, parola liberata, la parola ci libera”

  • Gaudium et Spes (Le gioie e le speranze) ovvero la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo: “Abita le terra e vivi con fede” (Sai 37).

  • Lumen Gentium (Luce delle genti): “In questo mondo a rischio: quale Chiesa?

Abbiamo rovesciato l’ordine consueto: <Parola – Chiesa – Mondo> in <Parola-Mondo-Chiesa>. A noi è sembrato che oltre che rappresentativo di una sensibilità legata alle nostre scelte, questa sequenza sia coerente anche con i portali che aprono le costituzioni e che sintetizzano l’orizzonte complessivo dei documenti (vedi Pretioperai 107-108, 4-5)

In questo mondo a rischio

La nostra epoca è stata denominata l’età del rischio. Ci si riferisce ai rischi indotti dall’esercizio dall’enorme potere tecnologico ora posseduto dagli umani e dalle pesanti conseguenze potenzialmente distruttive che interferiscono sugli equilibri del pianeta e sulla globalità delle popolazioni. La domanda riguarda il presente, e ancor più il futuro che dipende dalla ottusità o dalla saggezza delle scelte strategiche che gli enormi potentati economico-finanziari, politici e militari sono in grado di determinare a tutti i livelli.

Già padre Ernesto Balducci nel suo libro di trent’anni fa L’uomo planetario scriveva: “Per la prima volta nella storia il futuro dell’umanità intera dipende dalle scelte umane. In particolare si riferisce ai potenziali distruttivi. Nell’umanità del passato la possibilità della catastrofe cosmica era stata ventilata attraverso narrazioni mitiche, ad esempio il diluvio universale di cui parla la genesi, nel quale solo alcune persone sono state salvate per grazia di Dio, perché attraverso in loro l’umanità potesse continuare. Nel mito si narra una possibilità che è affiorata nel pensiero umano”. E Armido Rizzi recentemente aggiungeva: ma noi oggi “siamo arrivati al punto in cui quello che nel mito veniva raccontato come possibilità astratta e teorica, si iscrive nelle possibili imminenze del nostro esistere”

Ma i rischi non riguardano soltanto le armi. La nostra epoca è stata denominata “età del rischio”, che sintetizzo utilizzando le parole allarmanti di due autori francesi: P. Artus e M.P. Virard nel loro libro Globalisation, le pire est à venir, scritto prima della grande crisi del 2008, affermano: “Il peggio deve ancora venire dalla congiunzione delle cinque caratteristiche principali della globalizzazione: una macchina disegualitaria che mina i tessuti sociali e attizza le pressioni di protezione; un calderone che brucia le scarse risorse, incoraggia le politiche di accaparramento e accelera il riscaldamento del pianeta; una macchina che inonda il mondo di liquidità e incoraggia l’irresponsabilità bancaria; un casinò dove si esprimono tutti gli eccessi del capitalismo finanziario ; una centrifuga che può far esplodere l’Europa”.

Quale Chiesa?

Naturalmente su questo attendiamo il contributo dei relatori.

A me sembra utile richiamare brevemente il contributo di don Pino Ruggieri che lo scorso anno ci ha parlato dei segni dei tempi.

Su questo tema riporto una valutazione sintetica di Clodovis Boff. Dice: “Il principale risultato della cosiddetta «teologia dei segni dei tempi» o del «metodo dei segni dei tempi» è stato quello di aver “segnalato a livello ufficiale il risveglio della Chiesa dal suo sonno medioevale e il suo deciso inserimento nell’attualità storica. Si comprende come tale atteggiamento sia stato, all’inizio, contrassegnato dall’ingenuità del programma dell’aggiornamento che non si rendeva conto che il famoso «mondo moderno» era praticamente il mondo borghese sviluppato. Un tale percorso era necessario. Solo così, appunto, diveniva possibile avanzare fino al fronte da cui irrompe il futuro”.

Venendo a Ruggieri, rimandando alla sua relazione pubblicata dalla nostra rivista (Pretioperai 105-106), sottolineo qualche punto che mi sembra davvero strategico.

  1. Si rifà ai 10 luoghi teologici di Melchiorre Cano per scoprire la conoscenza teologica. Ma l’aspetto innovativo è che essi non vanno intesi come un serbatoio da cui attingere conoscenza, ma devono essere compresi come articolazione della struttura ecclesiale nelle sue varie componenti…! Vero soggetto della conoscenza teologica è quindi la comunità confessante nella compagine di tutte le sue componenti (pag. 31).

  2. Più propriamente il luogo teologico non sono semplicemente gli avvenimenti che appaiono nella storia, ma “l’assunzione effettiva e consapevole dei fenomeni dentro una prassi credente”. E cita il teologo conciliare Chenu che afferma: “Il tempo non è soltanto il condizionamento esterno e contingente dell’evento significativo; esso è altresì il luogo in cui emerge una presa di coscienza” e da qui “l’impegno in una praxis” (pag. 32).

  3. Il “nucleo energetico” da cui scaturisce la prassi e quindi la lettura dei segni dei tempi nella storia lo troviamo “nella partecipazione alla sofferenza della creazione, descritta nel cap. 8 della lettera di Paolo ai Romani e che nella prassi messianica di Gesù viene descritta addirittura come commozione viscerale”(pagg.32-33)

  4. Infine nota che “forse la difficoltà per l’elaborazione dei segni dei tempi sta anzitutto, almeno questa è la mia convinzione, in un mancato riequilibrio della compagine ecclesiale, riequilibrio dato dal convergere ordinato dell’esegesi, della tradizione, della celebrazione liturgica, delle scienze umane, dei vescovi e dei doctores, della prassi quotidiana dei cristiani e delle cristiane nella società, attraverso la prassi sinodale della chiesa, dove la comunione di tutti, “eguali nella dignità”, sia capace di produrre un ascolto profondo ci ciò che Dio opera in mezzo alle donne e agli uomini, nella celebrazione dei magnalia Dei” (pag 34).

La nostra ricerca

Abbiamo chiesto a Luigi Sandri, giornalista di grande esperienza che oltre a monitorare criticamente l’ambiente romano possiede una estesa conoscenza diretta delle chiese sparse per il mondo e delle religioni che sono attive, di aiutarci ad allargare i nostri confini per uscire dal provincialismo occidentale.

Gli chiediamo, tenendo presente il concilio e la novità di Francesco (almeno dal punto di vista linguistico, con i messaggi che dona rispetto alla fase precedente…), quali sono gli orientamenti per intuire le caratteristiche di una comunità che sia significativa in questo mondo? Dall’esperienza internazionale e conoscenza dal vivo di chiese molto diverse da quella occidentale (sicuramente da quella romana) emergono linee e orientamenti che possano servire anche a noi? E’ possibile una nuova cattolicità che accolga veramente le differenze presenti nella chiesa, con il riconoscimento e la strutturazione di carismi e ministeri come ricchezza di doni che arricchiscano le comunità? In un mondo globalizzato e a fronte delle altre religioni mondiali è pensabile che il processo ecumenico lanciato dal concilio riprenda un vigore efficace, dopo le esperienze invernali dei decenni precedenti?

L’altro allargamento di orizzonti lo ricerchiamo sul fronte delle donne nella chiesa. Il sinodo sulla famiglia ci offre ancora una volta lo spettacolo di una gestione dei discorsi totalmente al maschile. Il segno dei tempi che già nella Pacem in terris papa Giovanni XXIII intravvedeva come realtà delle nostre società e del mondo, ora appare in maniera drammatica nelle chiese. Abbiamo invitato Cristina Simonelli, presidente delle teologhe italiane, ad aprirci lo scenario su questo nodo che si impone sempre più come decisivo per le chiese del futuro.

Roberto Fiorini