1987: operai di una grossa fabbrica


Le condizioni di lavoro



Dopo un po’ di anni passati insieme a loro,
ve ne “racconto” qualcuno…

La nostra “memoria storica” l’hanno messa in pensione

 

Sono bastati due anni di applicazione della legge sul prepensionamento a 50 anni per far fuori tutti quelli che tra noi erano la fonte della nostra “memoria storica “.
A sentir parlare Magni o Barachetti delle lotte dei tempi “buoni”…: quando non si faceva mai un mese intero (e i soldi allora, erano pochi davvero), quando gli scioperi erano di una/due ore al giorno (e, se necessario, di più); quando dal fondo della fabbrica partivano gli operai della fonderia (i più massacrati dal lavoro) e venivano su fino agli uffici: e nessuno che li tratteneva, anzi, tutti che gli andavano dietro; quando succedeva che si poteva essere tutti licenziati in tronco: ed allora la lotta assumeva un ulteriore obiettivo: ottenere la riassunzione di tutti: e si vinceva, sì, ma dovendo sottostare a pesanti condizioni imposte dalla direzione: e l’operaio specializzato era riassunto come manovale…
Magni, Barachetti (e quanti altri?) mi parlavano con entusiasmo di questo pezzo di storia operaia, la “loro” storia. Non importa molto se poi ho scoperto che loro non erano stati certamente tra i più attivi a quei tempi, anzi: il luccichio commosso dei loro occhi diceva che, rileggendole con il senno di poi, quelle erano pagine importanti di storia: ed avevano coscienza di aver contribuito anche loro a scriverle, anche se a volte un po’ di malavoglia.

 

In fabbrica ci hanno conciato male…

 
 
“Ma è possibile che appena c’è qualcosa che non va, tu pianti casino? Insomma, non ti va mai bene niente! Ma perché non riesci mai a lavorare con amore?”. Così mi ha detto una sera che ci siamo scontrati per un problema di produzione; sempre più incavolato, gli ho urlato in faccia che l’amore nella vita è meglio mettercelo in altre cose, ma non nella produzione capitalistica…
Lui ha ormai 56 anni, ma non ha chiesto il prepensionamento perché la pensione non gli permetterebbe di mantenere a scuola superiore l’ultima figlia che gli è rimasta a carico; e sul lavoro a ore della moglie non può fare troppo affidamento, perché le è venuto fuori un serio disturbo al cuore.
Così, grazie a chi negli anni della sua gioventù lo ha fatto lavorare in nero, dovrà continuare a spendere il meglio del suo tempo e delle sue energie in fabbrica almeno fino a 60 anni: quando prenderà una pensione appena sufficiente per vivere in due vecchi, la stessa che prenderebbe adesso se andasse in prepensionamerto: ma intanto la figlia avrà potuto diplomarsi e trovare un lavoro e, chissà, sposarsi… Se poi l’azienda accetterà la sua richiesta di lavorare fino ai 65 anni, la pensione potrebbe diventare più decente. Ma accetteranno quella domanda?
Non è che lui lavori “con amore” (quale amore può esprimere nel produrre un operaio, turnista per di più?); è che deve pur stare attento a non fare il “piantagrane”, ad essere accondiscendente con il capo quel minimo che serve per passare di livello (30 mila al mese in più fanno tornare meglio i conti) e per far arrivare a chi sta più in alto l’immagine di un “bravo” operaio che “sì, possiamo tenerlo qui anche dopo i 60 anni”.
E se per questo occorre far finta — prima di tutto con se stessi — che al nostro lavoro ci siamo pure affezionati; in fondo in fondo…
 
“Bergamasco”, tra noi, è spesso sinonimo di opportunista o di sgobbone (a seconda dei casi); ma prima di tutto vuoI dire una vita buttata via non solo in fabbrica, ma anche sui pullman per arrivarci.
Come Angelo, per esempio: 160 chilometri al giorno di viaggio; una settimana si alza alle 3.45 (della notte, naturalmente) per arrivare in fabbrica alle 6 meno qualcosa; rientra in casa dopo le 16. La settimana successiva parte alle 11 del mattino per timbrare il cartellino entro le 14; torna a casa poco prima di mezzanotte (nota bene: gli orari sono sempre elastici: c’è sempre da fare i conti con gli incidenti sull’autostrada o con la nebbia).
Angelo ha poco più di 30 anni, non è sposato, esprime tendenze gay, ma io sospetto che in realtà preferisca praticare qualche “lucciola”; così come sospetto che vada in chiesa la domenica mattina vestito da signore e che voti tranquillamente DC.
Ma votare DC e andare a Messa sono attività di routine, come andare al lavoro: si fanno perché si devono fare; poi ci sono le cose che Angelo fa con passione, e si vede: la caccia (guai a chi vuole abolirla!) e il tifo per l’Atalanta (un po’ di campanilismo) e per la Juve (ci vuole ogni tanto qualche consolazione, e non importa se la Juve è la squadra dell’Agnelli).
Sul lavoro “fa il suo”, come dice lui: routine, appunto. Se c’è qualcosa che non va, lui fa l’operaio e basta. Come quella volta che ci siamo scontrati perché la “sua” macchina lavorava vibrando e fischiando in maniera assordante; ma lui aveva già fatto tutto quello che doveva: “gliel’ho già detto al capo”; e continuava a lavorare in mezzo a 100 decibel di fischi…
Vado a spiegargli che così si sta rovinando la salute (non solo l’udito), oltre a rovinarla a tutti gli altri che lavorano lì attorno; lui allarga le braccia e continua a lavorare: è disposto a fermarsi solo se viene a imporglielo il delegato.
Perché la coscienza che la nostra forza viene dal nostro essere organizzati ce l’hanno anche gli operai “conciati male” come Angelo: l’esperienza gli ha finora dimostrato che se il Consiglio di Fabbrica (CdF) sceglie di opporsi alla direzione su qualche cosa, è perché ha fatto bene i suoi conti.
Questo Angelo lo sa; e se il CdF decide di farlo scioperare, lui ci sta. …Ma fino a quando il CdF…?
Quando penso che migliaia di bergamaschi delle valli potrebbero campare decentemente standosene al proprio paesello, invece di venirsene a fare qua questa vita da cani, mi sento invadere da tristezza e rabbia.
In cambio di che, poi? Di un po’ di soldi in più e della sicurezza di una pensione INPS che ormai lo stesso INPS riconosce non più sicura!
Ma non si potrà mai chiamare alla resa dei conti chi ha congiurato e continua a congiurare per far credere a tutta questa gente che la loro vita è da spendere venendo fin qua a vendere la propria forza lavoro?
 
E quello che arriva tutti i giorni dal lodigiano?
Ha speso anche lui un bel pezzo della sua vita sul pullman e sul tram e sul metrò: tre mezzi di trasporto ogni giorno, per due volte al giorno, per cinque giorni alla settimana, per 48 settimane all’anno!
Lui però a un certo punto è riuscito a non fare più i turni, accettando una mansione che gli permette a volte di fare qualche ora di straordinario (magari alla faccia dei divieti del CdF) e che — soprattutto — gli permette di arrivare a casa non del tutto stanco, poco dopo le 6 della sera (la sveglia suona poco dopo le 5 del mattino): così può dare una mano al fratello nei campi, nella buona stagione; e — in questo periodo — ristrutturare con cura la cascina dove abita con i genitori.
Ormai ha passato i 40 anni, ma non si è ancora deciso a sposarsi; è un tipo paziente e tranquillo; anche lui — scommetto — va a Messa ogni domenica; è certo che vota DC, l’ha detto lui: “io voto per chi mi ha fatto star bene in tutti questi 40 anni”.
Vagli a dimostrare che vivere una vita così non è star bene!
Anche lui si è lasciato convincere che “se c’è la crisi è perché i nostri sindacati hanno voluto troppo” e che il dovere dell’operaio è quello di produrre e basta. Ma poi anche lui è uno di quelli che misura le energie sul lavoro (e fa bene: non ce la farebbe poi, a casa, a darci dentro nella ristrutturazione della sua cascina!); e, se proprio c’è da scioperare per “portare qualcosa a casa”, non fa storie.
 

…Ma qui possiamo ancora cercare un senso allo vita



Non tutti gli operai sono così!… E neanche tutti i bergamaschi: per esempio, tra i pochi vecchi operai rimasti, c’è un bergamasco che ha veramente dedicato tutta la sua vita alla classe operaia dentro il sindacato e dentro il partito, fino ad accettare il rischio di essere eletto in parlamento (dico “rischio”, perché secondo me era più utile alla classe operaia fuori dai “giochi” parlamentari).
Non mi soffermo sul “nostro onorevole”: dico solo che è raro incontrare una persona così disponibile ad ascoltare qualunque operaio, anche il più sprovveduto e rompiscatole; e insieme così semplicemente convinto delle proprie scelte da essere pronto a discutere con te tutto il tempo che serve per farti capire…
Qui preferisco descrivere due tipi di operaio più vicini alla media dell’operaio – massa: sono entrambi la dimostrazione vivente che il senso della vita in fabbrica (ma non solo in fabbrica) viene non dalle mansioni che ti obbligano o svolgere, ma dall’impegno al cambiamento, dalla lotta contro le ingiustizie, dalla scelta di organizzarsi assieme perché da soli non si conta niente, ma uniti e organizzati si può…
 
Tonino: meridionale, naturalmente; a 18 anni, con nella testa solo quello che ti insegnano i mass-media, è già in Svizzera a lavorare in una fabbrica di qualche decina di operai; il padrone pare “liberale”: non ha concorrenza, non gli interessa se deve pagare gli operai qualcosa di più della media: basta che gli garantiscano la produzione…
Lì incontra un altro giovane come lui, ma politicizzato dal “giro” di Lotta Continua: assieme diventano il punto di riferimento degli altri operai della fabbrica, quasi tutti giovani. Perdono in fretta l’abitudine di passare le serate nelle sale da ballo, perché c’è da pensare assieme alla lotta in fabbrica; imparano ad organizzarsi “dal basso”, lottano, vincono: un’esperienza meravigliosa che lui racconta con entusiasmo.
E che finisce presto: è bastato accorgersi che anche in altre fabbriche altri amici operai avevano gli stessi problemi: si parla assieme, ci si collega stabilmente, si tenta di far partire qualche lotta analoga altrove…
Un lunedì mattina, al rientro in fabbrica, trovano forzati i loro due armadietti nello spogliatoio: non è stato il padrone, ma la polizia: su ordine di un giudice invitato da chissà chi a ristabilire l’ordine costituito, le “forze dell’ordine” (appunto!) sono intervenute a sequestrare materiale “sovversivo”: alcune copie del giornale “Lotta Continua” e volantini della stessa provenienza (non è casuale che in Svizzera il quotidiano “Lotta Continua” fosse stato dichiarato illegale: il buon fiuto della borghesia seria, che interviene prontamente là dove i suoi interessi vengono messi in discussione!).
Convocazione dal giudice: richiami pacati all’ordine, invito a starsene buoni, proibizione di continuare a diffondere il materiale di LC.
Con qualche timore in più si può, anzi, si deve continuare: e i “nostri” continuano, cercando soltanto di stare un po’ più attenti.
Poco tempo dopo, la polizia arriva in fabbrica durante l’orario di lavoro a “prelevarli” davanti ai loro compagni paralizzati dalla paura: l’altro prova soltanto a rifiutarsi di seguire i poliziotti: viene massacrato di botte davanti a tutti.
Il giorno dopo più nessuno dei due era ancora in Svizzera; non hanno neanche più trovato il coraggio di incontrarsi.
Vicino a Milano, non molto tempo dopo, già sposato, Tonino ricomincia da capo: questa volta la fabbrica è grossa, produce per il settore auto.
Tonino accetta di fare il delegato nel consiglio di fabbrica: questa volta c’è anche l’appoggio del grande sindacato italiano!
Arriva la cosiddetta crisi: occorre ridurre il personale: la concorrenza, il mercato, i costi… le solite storie: o si accetta di scendere da 500 a 400, o finirà che si perdono tutti i posti di lavoro: si tratta di firmare un accordo dove si parla di 100 cassintegrati “a perdere”.
Il CdF è compatto nel rifiutare l’accordo. I sindacalisti premono sui delegati: chi se la sente di assumersi la responsabilità di un’eventuale chiusura dell’azienda? Pressioni inutili: la lotta diventa più dura.
Improvvisamente arriva la notizia che i sindacalisti si sono presi la “responsabilità” di firmare loro l’accordo; esce l’elenco dei cassintegrati a zero ore: tutti i delegati, oltre agli operai più attivi, agli invalidi e ai vecchi.
Storia vera, avvenuta attorno al 1980: oggi la fabbrica incriminata esiste ancora; gli operai sono ormai meno di 300; nessuno più ha la tessera di nessun sindacato; tutti piegano la testa davanti a qualunque richiesta padronale.
E Tonino ricomincia: mesi e mesi di lavoro “nero”, cercandone uno regolare; ovviamente, l’azienda non anticipa nulla della cassa integrazione, ma a casa bisogna pur portare qualcosa per mangiare…
Finalmente, un posto nell’impresa di pulizie della fabbrica dove ci siamo incontrati: pochissimi operai, lavoro per un numero doppio, straordinari praticamente obbligatori (se no, il padrone ti dice di cercartì un altro posto), tutti i sabati al lavoro; e ogni sera che ti ritrovi stracco morto e puzzolente… E la moglie che ti guarda storto appena vien fuori il discorso di lottare per migliorare qualcosa in quel lavoro da bestie: perché lei il lavoro non l’ha trovato e i figli da mantenere a questo punto sono due. Finalmente, c’è un “buco” in fabbrica, e Tonino diventa operaio di un’altra grossa azienda, con una buona tradizione di lotta e soprattutto con un lavoro molto meno faticoso. Subito si impegna a livello sindacale e politico, anche se preferisce non fare il delegato.
Ma soltanto pochi mesi dopo, la direzione comincia a parlare di esuberi, di cassa integrazione…; e la moglie ricomincia a preoccuparsi…
Possibile che la storia di Tonino sia destinata a non finire mai?
 

Mino, veneto, meno di 30 anni: ho cominciato a conoscerlo 5 o 6 anni fa: come tanti altri, si era “bruciato” nel percorso della generazione successiva a quella dei sessantottini: ragazzino pluribocciato fino all’espulsione dalla scuola dell’obbligo, adolescente militante (si fa per dire) di Lotta Continua, contestatore durissimo del padre: emigrato dopo una delle famose alluvioni del Po, operaio in una grossa fabbrica, militante del PCI, delegato di quelli che dentro il CdF contano come il due di picche, ma sono sempre disponibili (“il tuo partito ti ha tradito, e tu ancora gli regali il voto, la tessera e le tue energie?”); il suo “giro” di LC si dissolve pian piano, grazie anche al “fumo” e all’eroina; e lui, deluso, sceglie di ritirarsi a vita privata, travolto dagli occhioni azzurri di una ragazza del suo paese che ha giustamente perso la testa dietro di lui.
Quando lo conosco, gli è appena nato un figlio: frutto non cercato del loro amore travolgente, a nessuno dei due è neanche lontanamente passato per la mente di rifiutarlo: si sono sposati in fretta, e lui ha cercato un lavoro che gli garantisse qualche lira in più per mantenersi la nuova famiglia.
Scioperare, sciopera: ma alla lotta non ci crede più. Non viene alle manifestazioni: preferisce sparire, andare a spasso con qualche amico.
Intanto però diventa amico di Antonio, il nuovo delegato, un giovane simpatico, molto politicizzato: piano piano, inizia a partecipare attivamente ai momenti di lotta: non fugge più.
Improvvisamente, il delegato finisce in galera per una storia arretrata di terrorismo: ne uscirà solo un mese dopo, ma in fabbrica non potrà più rientrare: la direzione gli pagherà un anno di salario in più, purché lui rinunci a voler rientrare; il sindacato e il PCI sono troppo impegnati a difendersi dalle accuse di collateralismo con le Brigate Rosse per accettare di sporcarsi le mani nel difendere il posto di lavoro di un proprio militante…
Mino segue con preoccupazione la vicenda: anche lui sarebbe disposto a lottare per far ritornare in fabbrica Antonio: ma quando ormai è chiaro che speranze di rientro non ce n’è più, mi viene vicino e mi dice: “Sai, è un pezzo che ci penso: se Antonio non rientra più, ho deciso che il delegato al suo posto lo faccio io: però tu mi devi aiutare”.
Qualche tempo dopo mi spiegherà il perché della sua decisione: “Sai, io con mio padre ci ho litigato perché si è lasciato imbrogliare dal partito e dal sindacato; ma non potrò mai rinfacciargli che non ha fatto niente per tentare di migliorare questo mondo. Mio figlio, invece, quando comincerà a capire che schifo c’è in questo mondo, potrebbe chiedermi: tu, cos’hai fatto per cambiario?”…
Mino oggi è delegato (e contesta le scelte attuali del sindacato), ha — come suo padre — la tessera del PCI (e non è d’accordo con le scelte attuali del PCI); si è fatto la terza media con le 150 ore, per imparare un po’ di più a parlare, leggere, scrivere: anche se, come suo padre, nel sindacato e nel partito continua a contare come il due di picche.
I figli sono diventati due; la moglie ha trovato un lavoro con un orario così massacrante che ha inciso anche sul loro rapporto di coppia: e lui, oltre al militante sindacale e di partito, deve molto spesso fare il casalingo e il baby sitter: d’altronde senza due salari non si riesce a vivere…
Ma neanche senza tentare di lottare per consegnare, un giorno, nelle mani di questi figli un mondo un po’ meno indecente…

Luigi Consonni



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