1986 Firenze / Introduzione della segreteria

CIVILTÀ TECNOLOGICA, SFRUTTAMENTO, EMARGINAZIONE
“La fede interroga i progetti”

Convegno nazionale PO 1986

2) Introduzione della segreteria


 

“I care: a me sta a cuore”
(don Lorenzo Milani)

 

Ci piace aprire il nostro convegno ricordando per un istante don Milani. Non è possibile passare per questi luoghi senza che, spontaneo, ritorni il pensiero di lui.
Una memoria viva, che viene dal profondo e da lontano; dagli anni in cui maturammo la scelta di entrare in condizione operaia. Le sue pagine aprirono gli occhi a molti di noi.
Leggiamone una, tra le mille che potremmo scegliere.

“… un giorno che s’era intasato un gabinetto del seminario e c’era due servitori a rimediare, sentii per caso il discorso del più giovane di loro: ‘i signori bisogna servirli tutti: da cima… fino in fondo’.
Un mio compagno che era nato ricco ed era entrato in seminario tutto gonfio di pio orgoglio di starsi facendo povero coi poveri, restò come pugnalato da questa frase. E sì che a quei giorni in seminario si pativa la fame nè c’era riscaldamento di sorta.
Ma la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale.
Noi, nelle nostre camerette, con le mani paonazze dai geloni, i piedi tutto un ghiacciolo e lo stomaco contratto dalla fame, noi eravamo davanti a un libro.
Lui, il giovane servitore, era dinanzi a un gabinetto intasato”.

La pagina di Esperienze Pastorali dipinge bene il nostro punto di partenza, quando ci siamo mossi per “inventare” una presenza nuova tra la gente.
Il lavoro manuale e la condivisione della condizione operaia sono stati la via dell’esodo da quella “stanzetta”; ciascuno di noi ha dovuto imparare, in campo aperto, ad esistere in una vita materialmente “ridotta allo stato laicale”.
Così, come diceva Rizzi lo scorso anno dopo averci ascoltato nel seminario sui ministeri, per noi “è avvenuta una rottura ed una ristrutturazione dell’io: una nuova identità è sorta da questo essere per gli altri. Una esistenza compromessa. Una pre­senza che fa tutt’uno con la propria identità”.
Ma non è nato un modello univoco di PO. Se mai c’è stata questa idea, la realtà dei fatti non ha durato fatica a smentirla.
Assumendo come punto di osservazione la collocazione materiale, tra noi ci sono: disoccupati e garantiti, artigiani e contadini, metalmeccanici e lavoratori dei servizi, precari e prepensionati, operatori tecnologizzati e addetti alle pulizie…Siamo uno spaccato abbastanza fedele dei lavoratori italiani. Sotto questo profilo possiamo dire che l’incarnazione in condizione operaia, che fin dall’inizio abbiamo perseguito come obiettivo, è pienamente riuscita.
Anche sul terreno politico e sindacale gli eventi hanno sempre più portato alla luce quanto era latente, ma coperto dal manto dell’unità sindacale. Il referendum sulla scala mobile ci ha visti divisi nel si e no. La rivelazione che noi stessi siamo attraversati dalle medesime divisioni presenti tra i lavoratori è stata shockante.
Anche il seminario sui ministeri e le pubblicazioni ultimamente edite, sono serviti a porre in evidenza, assieme alla bellezza e ricchezza delle testimonianze, anche la pluralità delle accentuazioni teologiche presenti tra noi.
Sotto diverse angolature ci sono differenze. La ristrutturazione del nostro io e l’esito della compromissione non sono avvenuti in maniera univoca.
Non possiamo parlare di una unità “forte”, di un “movimento”, di una “or­ganizzazione”, in senso stretto, di PO,
Sì è tentati di vivere come fallimento, o almeno come limite eccessivo questa “debolezza”. Non sono assenti le tentazioni di personalizzazione e di recrimina­zione su come la nostra storia si è sviluppata e tuttora sta andando…

 

Ma quali sono le categorie culturali e i giudizi di valore con i quali interpretiamo la nostra vicenda?
Non può essere che in certe nostre aspettative ci sia stata l’attesa di qualcosa di mitico? Una voglia di pesare, di contare, di incidere? Siamo forse caduti in una concezione “mondana” dell’efficacia, più debitrice del positivismo che di quella inutile utilità che il Vangelo attesta?
Qualunque sia il nostro pensiero in merito, certo qui vi è un nodo meritevole di approfondimento.
Forse è possibile trovare una intuizione interpretativa nello stralcio di una lettera che Rizzi ha inviato agli amici che frequentano il centro S. Apollinare di Fiesole proponendo un corso di teologia.

“In particolare si porrà in rilievo come la tradizione teologica cristiana si sia dipanata in maniera quasi esclusiva (e non vi fanno eccezione neppure le espressioni più recenti e progressiste della teologia europea) secondo la categoria fondante dell’identità (e poco importa che il principio ne sia l’essere o il divenire, il passato o il futuro), mentre la rivelazione biblica può essere pensata con coerenza forse sol­tanto nella categoria dell’alterità (l’agàpe è amore tra distinti irriducibili) quale si profila in alcuni pensatori ebrei contemporanei”.

Applicando a noi, c’è da chiedersi se in fondo non siamo attraversati da una sottile delusione del non essere identici, del non corrispondere ad un prototipo preciso…
Forse dobbiamo assumere, per una lettura corretta e feconda della nostra storia comune, la categoria della alterità e della somiglianza. Siamo profondamente simili per la comune esperienza della “cameretta” nella quale per anni siamo stati educati; lo siamo per l’esodo in campo aperto… però tutto questo si esprime nella esistenziale alterità di distinti irriducibili e che appartengono, inoltre, a mondi vitali diversi.
In concreto questo vuol dire che ciascuno di noi ha pieno titolo di appartenenza alla vicenda dei PO italiani, ma nessuno può avere la pretesa di indicare il modello ideale al quale tutti gli altri dovrebbero attenersi.
Noi pensiamo al convegno innanzitutto come all’incontro delle nostre vite e delle nostre persone; lo pensiamo come gioia del ritrovarsi e dello stare insieme nell’ascolto di ciascuno che schiude il suo mondo di valori e significati, di oscurità e di luci. Aldilà di quanto riusciremo a “produrre” come riflessione e progettazione del futuro, vi è la gratuità e la bellezza del rivedersi e comunicare con chi si condivide moltissimo nel tentativo di incarnare il Vangelo nella condizione mate­riale di chi lavora.
Vorremmo che il nostro convegno fosse una festa per tutti. Non festa che nasce dalla superficialità o dalla rimozione di quanto di grave e terribile accade nel mon­do, ma che sgorga dal coraggio della fede che alla festa consegna la speranza della vita proprio nel mezzo dell’esplodere di ciò che appartiene alle opere di morte.

I care

È l’altra parola che ci dice il priore di Barbiana. Quella che fece scrivere sulle pareti della scuola perché si imprimesse per sempre nella memoria dei suoi ragazzi.
I care:
per noi vuol dire la passione dell’inizio, del primo innamoramento; il non tirare i remi in barca, la perseveranza decisa per il cammino intrapreso. “Chi pone mano all’aratro…”
Però I care non significa la continuità della forza di inerzia e dell’agire mecca­nico. È invece lo sforzo per il discernimento del tempo e del mondo nel quale si vive con i compagni di lavoro e di vita; è l’intuizione di quello che si deve fare e dire. È il Chairòs, per dirlo con il N.T., cioè il bene al momento giusto. È l’altro motivo per il quale siamo qui riuniti.
Come orientare il nostro sforzo? Su che oggetti convogliare le nostre energie? Partendo dal presupposto che sia esigenza di tutti tentare di fare il punto della situazione, ci sembra che, in sostanza e in concreto, per noi ci fossero due vie di ricerca:
– partire dal PO e dal suo ministero, cercando di recuperare ed approfondire il suo senso, di aggiornare strategie e prassi, tentando la ridefinizione di una coe­renza interna alla sua figura e da questa ripartire per considerare le relazioni intraecelesiali, il rapporto con la classe operaia…
– tentare il discernimento del nostro tempo, della nostra “civiltà” intesa come sistema di produzione e consumo di beni, come valori dominanti e “normativi”, come cultura e progettualità del futuro. Assumere in totale serietà quanto viene sistematicamente occultato, cioè i processi di sfruttamento ed emarginazione sociale, cercando nessi, causalità e relazioni con questo tipo di civiltà. Acco­gliere tutto questo come provocazione assolutamente inevitabile per la nostra fede; riflettere sugli interrogativi che essa pone. Discernere il nostro Chairòs: cioè il bene che ci viene imposto come necessario in questo momento.

Per il convegno abbiamo scelto questa seconda vìa.
C’è stata la consapevolezza della difficoltà del compito, per i limiti nostri, per la vastità del campo, per i rischi dì dispersione. Ci ha mossi la convinzione che per noi e doveroso cercare di capire il mondo nel quale viviamo applicando l’intelli­genza per discernere l’orizzonte, i segni del nostro tempo, affrontando la fatica di un pensiero attivo.
In tutto questo vediamo l’obbedienza ad una “disciplina” che il Vaticano II ci ha consegnato (la lettura dei segni dei tempi) e all’istanza del nostro -stesso essere preti-operai, “gente di confine “.come dicevamo dieci anni fa.
Ci viene in mente l’immagine della “sentinella” che veglia ad occhi aperti. E il profeta che deve “avvertire il popolo” (Ez. 33,7).

Entrando in tema

“Civiltà tecnologica, sfruttamento, emarginazione”.
L’accostamento di questi termini è stato laborioso, sofferto. È il risultato ulti­mo del lavoro che nei mesi scorsi ha messo a confronto diverse impostazioni e let­ture presenti tra i PO. Anche se la sequenza del titolo non suona molto bene al­l’orecchio, tuttavia ha il merito di indicare con sufficiente chiarezza il terreno sul quale vogliamo muoverci.
Parliamo di civiltà tecnologica, e non solo di nuove tecnologie. Anche se il nostro interesse più immediato rimane il campo del lavoro, del riassetto produttivo con le conseguenze sull’occupazione e sulla classe operaia, tuttavia la forza, la complessità e l’estensione della innovazioni è tale da agire in maniera decisiva sul versante della coscienza, della cultura umana, su tutta la vita nel suo insieme.
In un recente convegno dedicato a questi problemi G. Piana notava:

“È evidente che ogni innovazione tecnologica non produce soltanto una modificazione delle forme organizzate in cui si svolge la convivenza umana, ma crea condizioni per il cambiamento della soggettività, cioè dell’autocoscienza che l’uomo ha di se stesso, dei suoi rapporti con gli altri uomini e con il mondo… (Questo processo di sviluppo tecnologico) se da un lato può fornire all’uomo nuove possibilità espansive, dall’altro può condurre a nuove e più pesanti forme di subalternità e dipendenza. Il che impone l’assunzione di un’attitudine di vigilanza da intendersi come capacità di ripensare prospetticamente e in termini culturali il modello di civiltà emergente…” (Il Regno, 7/86, p. 228).

Si sottolinea, quindi, che i mutamenti investono gli uomini proprio in quanto soggetti dotati di capacità culturale e che, inoltre, i rischi di una manipolazione della vita umana nel suo complesso non sono facilmente circoscrivibili.
Una cosa comunque appare certa: qualunque sia l’atteggiamento con il quale si guarda quanto sta accadendo, l’attuale fase storica porta con sé il peso di scelte che riguardano il futuro di tutta l”umanità.
Generalmente attorno alle parole magiche che rappresentano i nuovi orizzonti (tecnologia, informatica, telematica e neologismi vari che ci fanno sentire un po” analfabeti) i mass-media, la stampa, anche di sinistra, manifestano un ottimismo che talvolta raggiunge l’euforia.
Sembra che alla tecnologia ed alla società “post-industriale” sia affidato il compito di portare a compimento le speranze utopiche che l’ottimismo positivistico coltivava nell’800.
Se è vero che la crisi delle ideologie, rimane il fatto che i modi di vita legati a quello che potremmo definire “messianismo tecnologico” possiedono una notevole capacità di catturare menti e cuori e di rendere molto deboli le capacità critiche. Il futuro sembra appartenere a chi può governare e dirigere questo processo, che porta con sé la promessa e la capacità di moltiplicare beni e ricchezze e che consente di disporre di una strumentazione tecnica sempre più raffinata e potente per creare consenso ed adesione.
Il problema è allora: chi dirige questo processo? Quali gli scopi e la logica a cui sottoporlo? In una parola: che senso dare, che orientamento imprimere al1”enorme potenziale disponibile?

Per renderci conto del peso delle domande ci sembra utile offrire il sunto di alcune pagine dell’ultimo libro di E. Chiavacci. Ci aiutano a contestualizzare il discorso.
Viviamo in una situazione di oppressione planetaria che si esprime in tre forme tra loro interconnesse:
– oppressione politico-militare: in pochissimi stati è concentrato un enorme potere economico, la cui forza è sostenuta in maniera determinante dal potere militare. Generalmente il rapporto di forza è economico, ma il suo controllo finale è militare. Vi è una progressiva militarizzazione dell’economia che ha come effetto l’ulteriore impoverimento dei paesi poveri.
– Oppressione economica: il nord ha il controllo totale della vita economica del sud; vi è un nesso di causalità tra le spaventose condizioni di vita del sud e la logica economica dominante i vertici. Le popolazioni del nord sono educate a credere che il libero mercato è il migliore stimolo alla crescita economica, mentre almeno da oltre un secolo il libero mercato non esiste.
– Oppressione mediale: la persuasione occulta su scala mondiale consente di sostenere le due precedenti oppressioni. Si calcola che oltre i due terzi dell’informazione mondiale è originato da quattro sole agenzie (tre occidentali e la Tass) e che su 34 milioni di parole, 33 milioni vengono prodotte al nord. La possibilità di manipolare bisogni e culture coincide con la possibilità diaumentare la produzione dì ricchezze, oltre che realizzare una omologazione culturale secondo i modelli nordici. (Cfr. Teologia morale e vita economica, Assisi 1986, pp. 150-169),
Il “contesto” fa emergere in maniera prepotente il problema dell’uso dell’enor­me potenziale tecnologico.
La questione vera, quindi, non è quella della bontà o meno delle nuove poten­zialità tecnologiche, ma l’orientamento e gli scopi che si intendono raggiungere.
Pertanto “la domanda fondamentale è: quale tipo di uomo vogliamo configu­rare, quale modello di convivenza intendiamo costruire?” (Lorenzetti. Il Regno, 7/86, p. 226).
L’umanizzazione è il criterio ultimo di giudizio: intendendo con questo che ogni persona sulla terra possa vivere da uomo, e che nel mondo si costruisca una convi­venza che possa dirsi autenticamente umana.
Ma quale è la “ratio” che domina e governa la nostra civiltà? Alves la parago­na al dinosauro, un enorme fascio di muscoli, pieno di forza, ma con la testa piccola.

“La nostra civiltà si sta comportando proprio come il dinosauro. Ad ogni suo comportamento soggiace questa convinzione: che non c’è problema che non possa essere risolto con un di più di forza” (Il figlio del domani, Brescia, 1974, p. 12).

Ora lo sviluppo tecnologico appartiene per sua natura all’ambito della quantità; inserito in una logica di “forza” ha un effetto moltiplicatore i cui confini neppure la fantasia riesce a toccare.
L’inquietudine più grande deriva, a nostro avviso, dalla sproporzione tra l’in­cremento esponenziale delle possibilità moderne e la pochezza di sapienza e sag­gezza.
“Lo sviluppo scientifico e lo sviluppo tecnologico esplodono nell’ambito delle società occidentali, e queste sono società finalizzate alla crescita ‘quantitativa’, so­cietà cioè nelle quali si è consumata l’identificazione: crescita del livello di vita = crescita della qualità della vita. Il livello di vita si situa a livello dell’avere…” (Lo­renzetti, ibidem, p. 227).
È la “razionalità” interna di questa civiltà che deve essere cambiata. Essa si esprime come “trionfo della quantità sulla qualità, dell’avere sull’essere, del potere sull’amore…
La minaccia erompe dalle pieghe stesse della razionalità trionfante… Non vi è salvezza storica se non nel salto qualitativo…”
Esso esige che “la salvezza storica dell’umanità sia assunta come criterio fina­listico di ogni azione e come criterio di giudizio per discernere le speranze” (E. Balducci, Il Terzo Millennio, Milano, 1981, pp. 37, 45, 50, 55).
Probabilmente il discorso fatto finora pecca di unilateralità; si potrebbero far emergere altri aspetti; ci auguriamo che escano dall’insieme del convegno. Aldilà delle forzature della proposizione, pensiamo che gli interrogativi posti debbano ri­manere vivi nelle nostre riflessioni.

Sfruttamento ed emarginazione

In questi ultimi anni l’introduzione di nuove tecnologie, le ristrutturazioni, il decentramento produttivo… hanno coinvolto pesantemente gli operai e le organiz­zazioni dei lavoratori. Le pagine dei giornali annunciano utili e profitti delle imprese e quindi il successo delle innovazioni apportate.
Di fronte a questa “razionalità vincente” che diciamo?
Dobbiamo scavare nella realtà e cercare di capire.
Ci interessa indagare dal nostro punto di vista quello che accade, far emergere le cose nascoste, mute, che nessuna telecamera andrà mai a scovare.
Ci interessa ricostruire la realtà a partire dai posti di lavoro o di non lavoro, cioè dalla condizione concreta dove si vive. Le relazioni che ci saranno offerte dai nostri compagni sono un’opera artigianale nata dalla ricerca personale e soprattutto da numerosi incontri, consultazioni con altri PO di diverse regioni, amici militanti…
Esse sono come il motorino di avviamento del nostro convegno che abbiamo voluto come una lunga assemblea.

Spendiamo ora una parola per interpretare l’accostamento dei due termini sfruttamento ed emarginazione.
Il primo è come una moneta fuori corso. Non lo si usa più, neppure nelle as­semblee sindacali. È un po’ come quando uno oggi indossa un eskimo. Una parola ha il misterioso potere di far apparire quello che è nascosto. Scompare la parola e sembra scomparsa la realtà.
Possiamo usare questa parola per dichiarare la sopravvivenza di vecchie oppressioni e la nascita di nuove?
Facciamo un esempio: la salute nelle fabbriche. Su questo fronte c’è stato il crollo su tutta la linea. Parlare di salute significa discorrere di raffinatezze assoluta­mente fuori luogo.
Ecco: se’non c’è la possibilità di trasformare la realtà, almeno bisogna conser­vare le parole per descriverla bene, per non tradirla.
Di solito quando si usa il termine emarginazione, viene in mente come positivo assistenza; è una sorta di riflesso condizionato. Ma noi qui parliamo di emargina­zione legandola al lavoro: o come espulsione dal lavoro o come sottrazione di capa­cità e di possibilità di incidere sui processi di lavoro e, più in generale, come passività di pensiero e di cultura di fronte alle condizioni di vita personale e collet­tiva.
Intendiamo sottolineare in particolare l’emarginazione culturale. In questi anni non c’è stata solo la perdita di posti di lavoro, la disoccupazione giovanile, la diffi­coltà di organizzarsi in maniera efficace, la divisione sindacale…
Soprattutto c’è da segnalare lo smarrimento culturale, la frantumazione, la perdita dì identità di classe, la passivizzazione. Quanto in questo senso hanno funzionato i mass-media? Quanto la somministrazione di modelli di vita artificiali ha contribuito a scardinare dall’interno la capacità di interpretare correttamente la vita reale?
In questo quadro ci interessano particolarmente le esperienze positive orientate alla riattivazione del pensiero e dell’azione. Oltre ai previsti interventi di Somma- riva e Piccio attendiamo in questo nostro convegno le testimonianze che si muovono sul terreno concreto del ‘”contro il subire passivo”.
Come si vede, si tratta di andare oltre il lamento per cercare assieme non solo la comprensione del reale, ma anche le vie dell’azione concreta.

Chiudiamo questo aspetto riportando uno stralcio della relazione della Lom­bardia nel convegno di Sassone:

“Il passaggio successivo del ‘chiamare per nome le cose’ è il riconoscimento delle cause e dei meccanismi che stanno all’origine della propria e dell’altrui sofferenza; è lo scoprire la necessità della solidarietà per una efficace azione di cambiamento, l’importanza della organizzazione e della progettazione…
È illusione pensare che modificazioni reali possano avvenire saltando il pas­saggio del ‘diventare soggetto’ da parte dei lavoratori: inoltre, mentre tutto il resto si pone nell’ordine degli strumenti, questo è nell’ordine della finalità: ‘diventare uomo’ appunto. Il che presuppone una fede precisa: che la “quantità”, la forza, il potere, non godono della onnipotenza; la loro signoria, pur ampia, non può annientare la dimensione qualitativa dell’esistenza umana e non giunge ad azzerare alla radice la do- manda di senso che cuore dell’uomo”.

Una fede povera

Entrando in condizione operaia abbiamo ricevuto moltissimo. Forse non siamo riusciti a ricambiare quanto ci è stato donato.
Un’immagine di Arturo Paoli può illuminare la riflessione. “Nella mia terra lucchese ho assistito e partecipato molte volte agli scassi degli uliveti, quell’operazione durissima attraverso la quale il contadino metteva a nudo le radici degli ulivi. Un”operazione indispensabile perché le radici prendano aria e siano alimentate dall’ossigeno e dalla luce, rinnovandosi, rivivendo. Oggi si use- ranno altri metodi, ma lo scasso è comunque condizione di rinascita dell’uomo” (Facendo Verità, Torino, 1984, p. 89).
La vita quotidiana di lavoro, questo stato di necessità nel quale ci si viene a trovare con le relazioni e le scelte che si impongono, è la situazione in cui avviene lentamente lo scasso che porta alla luce le radici che sostengono l’esistenza. La condizione materiale, le solidarietà, le delusioni, la ribellione, le sconfitte, le piccole vittorie, l’inutilità che talvolta prende… mettono a nudo la nostra fede oltre che la nostra pasta umana.
La fede perde l’onnipotenza e la presunzione. Perde la chiacchiera. Coi compagni, col padrone o il dirigente, nel sindacato, nei conflitti da affrontare nasce una fede più povera, inutile, gratuita. Anche la preghiera riduce le parole.
Ecco: la fede deve essere interrogata, provocata, scossa: ridotta a nudità completa. Come è avvenuto per Gesù.
Per noi PO l’esodo, il deserto, e le varie figure bibliche che indicano il cammino della fede perché essa diventi autenticamente se stessa, è la nostra condizione di vita. Essere dentro è il nostro posto giusto. Starci dentro rappresenta il nostro Chairòs.
Nel recente incontro delle delegazioni nazionali dei PO tenuto a Lione così diceva Maurice: “La parola che la chiesa può indirizzare al mondo operaio oggi e l’esistenza del PO Il PO esprime già un’alternativa. L’esistenza del PO è già una risposta teologica diversa”.
Avere una fede povera vuol dire guardare a se stessi con occhi veri. Ecco un esempio: d “Povertà e una parola che sempre più difficilmente osiamo applicare a noi e sempre più raramente ci capita di usare; perché con sempre maggiore chiarezza ci rendiamo conto che tutto di noi “poggia i piedi su altri”. Il nostro modo di vivere, di abitare, di vestirci, di mangiare… il nostro essere arrivati a 40, 50 anni… semplicemente il nostro “non morire gli fame’… poggia i piedi sulla morte, sullo sfruttamento, sulla rapina di altri popoli. La nostra cultura, la nostra sensibilità e raffinatezza di coscienza, la nostra capacità di pensare… poggia i piedi sulla devastazione di altri uomini che hanno pagato con il loro “non averle” le possibilità che abbiamo noi. Esiste un abisso di privilegi tra noi e il popolo degli espropriati… L’esserci collocati in condizione operaia condividendo il più vicino possibile le “stimmate” di questa classe ci è parsa condizione preliminare per essere sul fronte di questa lotta (contro la povertà). (Preti operai: una fedeltà difficile, Servitium, 41/85).
Fede povera è 1”attesa di una sapienza diversa della quale noi stessi abbiamo bisogno; l’attesa che la speranza messianica e le beatitudini diventino carne della nostra carne.
Nel silenzio o nell’uso della parola, nella solitudine o con le comunità, nella quotidianità del lavoro o nei momenti dell’organizzazione e della progettualità, deve venire alla luce la fede povera di ehi ha le radici esposte al sole.
“La figura del PO ha senso solo se propone interrogativi radicali” (dal nostro intervento a Lione).
Questo ci sembra l’unum necessarium. Quando la fede ha, in fondo, accettato su di sé gli interrogativi, le tragedie e la sofferenza del mondo; quando e diventata tanto piccola ed umile, da identificarsi con i poveri della terra, allora con piena giustizia e senza paura saprà, con nuova efficacia, mettere a nudo l’irriconciliazione radicale nella quale si trova la nostra civiltà.

Roberto Fiorini e Gianni Alessandria


Lascia un commento

Your email will not be published. Name and Email fields are required.