Profonda Sardegna

Realtà sotterranee


 

Nei mesi scorsi gli operai sardi sono riusciti, con iniziative estreme, a far conoscere il deserto di posti di lavoro nel quale stanno piombando.
Le pagine che seguono sono state costruite sulla documentazione che di queste lotte ci hanno inviato gli amici pretioperai sardi.

 

Il terremoto che ha cancellato le Partecipazioni statali ha lasciato nel Sulcis (120.000 abitanti, 21.000 disoccupati, 1470 cassintegrati, altri 8000 in arrivo) solo un cumulo di rovine industriali.
Ai guai delle miniere dell’Iglesiente con il previsto licenziamento degli 850 lavoratori della Sim, si aggiungono i 1400 posti di lavoro che ruotano intorno alla Nuova Samin di Portovesme, lo spettro della Cig che continua a gravare sul polo dell’alluminio che interessa 2500 lavoratori, il blocco del progetto Enel con 2300 posti di lavoro.
Un gioco al massacro che ha trasformato l’ex polmone industriale dell’Isola in un enorme contenitore di disoccupazione.
Il Sulcis si è mosso, ed è partita il 19 ottobre ‘ 92 da Teulada la Marcia per il Lavoro; per 12 giorni sono stati toccati tutti i centri in crisi giungendo a Cagliari il 30. È stata una mobilitazione di popolo; operai, studenti, pensionati, artigiani e commercianti affiancati dai labari dei Comuni ed anche dai rappresentanti le comunità religiose. La marcia è poi proseguita nel Continente fino a Roma con 40 lavoratori, ma i vari Palazzi (quello Regionale e Palazzo Chigij sono rimasti chiusi alla delegazione dei lavoratori. Qualcuno è più preoccupato dei conflitti di spartizione o di mandare l’esercito a presidiare il territorio.
Nella situazione di smantellamento industriale il Sulcis resta un’area ad alto rischio ambientale poiché non è ancora stato avviato il programma di disinquinamento e recupero ambientale varato dal comitato Stato – Regione – Sindacato e si appresta a diventare un’area ad alto rischio sociale, basti pensare all’incremento della criminalità. Se tutta la Sardegna è un corpo malato, il Sulcis è la parte in cui si è già sviluppata la cancrena del sottosviluppo.
La strategia anticrisi, presentata dal responsabile della task force governativa per l’occupazione, propone l’inserimento del Sulcis nelle quattro aree di crisi d’importanza nazionale e la creazione di una società mista (Eni – Governo – Regione – Privati) per la reindustrializzazione. Una proposta molto vaga, di tempi lunghi e con una ipotesi di sovvenzione globale CEE che rimane molto incerta.



SULLA CIMINIERA

 

La ciminiera di Villacidro: lassù quattro uomini hanno resistito per due mesi, vivendo su un anello circolare largo appena 68 centimetri. Sono scesi a quota 80 metri dopo esser stati a 125 per trenta giorni. Ha pure nevicato ed il vento fortissimo ha scoperchiato l’esile copertura di plastica che avevano sistemato per resistere contro il freddo. Bisogna arrivare su in cima per capire le incredibili condizioni di vita di questi quattro “protagonisti anonimi”, che vogliono rimanere tali perché considerano la loro come la lotta di tutti i lavoratori di Villacidro. Erano 300 fino all’ottobre del 1991 ed ora soltanto la metà. L’Enichem ha deciso anche per loro la Cig e la chiusura definitiva degli impianti.
Il freddo è intenso e ci accompagna il più anziano. È lì che lui dorme, sopra una pavimentazione a nido d’ape, coperta di stracci e cartone umido. Ci affacciamo e guardiamo in basso dove stanno a naso in su alcune donne con dei bambini: sono le mogli e i figli dei quattro operai.
“Ho dovuto faticare a convincere mio figlio che non avrei potuto trascorrere il Natale con lui”, dice uno. E non si capisce se nelle sue parole ci sia più malinconia o rabbia. “Però, aggiunge subito, stando qui siamo maturati. Da quassù pesiamo meglio i comportamenti della gente, quasi che in questa dimensione sia più facile giudicare il bene ed il male”.
Si parla del Sindacato della solidarietà. Quale occasione migliore per metterla in pratica?
“Alla messa di Capodanno celebrata sotto la ciminiera, annota un altro, vedevamo che alla fine tutti si stringevano la mano. Da quassù ci chiedevamo: bello come gesto, ma poi sono proprio tutti così solidali con la nostra lotta o qualcuno, magari, vuole solo dei martiri?”.
Il dubbio si insinua dopo tanti giorni da manuale di sopravvivenza; e comunque, nessuno mette in dubbio che i compagni rimasti giù ed il sindacato si siano fatti in quattro in questa vicenda.
Ed un ultimo avvertimento prima del commiato “Se perdiamo noi, in verità perde qualcosa tutto il mondo del lavoro”.
Dopo la stretta di mano rifacciamo il cammino di discesa; uno striscione staffilato dal vento porta la scritta “Non lasciateci soli”.
È l’appello di quattro operai di Villacidro; ma, a guardarci intorno, è il grido disperato di tutta la Sardegna.

 



IN FONDO ALLA MINIERA



”In sa entre e sa terra a pala e piccu a su tribagliu onore e bantu rendes…”
”Nelle viscere della terra con pala e piccone rendi onore e lustro al lavoro quotidiano …”: sembrano versi di un’epica lontana; nascono, invece di questi tempi nel Sulcis, da una lotta antica ma ancora attuale e sempre disperata: quella del posto di lavoro.
A Nuraxis Figus nove operai si trovano a quattrocento metri di profondità, nelle viscere di una miniera della Carbosulcis. Sono lavoratori della impresa edile Torno lì da sei anni per realizzare la “discenderia”; un tunnel di quattrocento metri. In superficie ce ne sono altri cinquantasei accomunati con quelli giù in fondo da un’unica sorte: la prospettiva del licenziamento al termine dei lavori. Un accordo del marzo ’91 prevedeva che, finiti i lavori, i 65 della Torno sarebbero passati automaticamente alla Carbosulcis. Ma gli accordi sembrano scatole cinesi.
Senza contare l’altro pericolo: il disimpegno totale anche per la Carbosulcis e lo spettro della disoccupazione per altre migliaia di lavoratori.
Lungo la strada nel cuore dell’Iglesiente, una miniera a cielo aperto abbandonata, più spettrale di un antico Nuraghe. All’ingresso della miniera, bandiere al vento ed il rumore assordante dell’enorme tubo che pompa aria all’interno. Saliamo sul gippone e percorriamo le rampe a girone, di un chilometro ciascuna. Gli ultimi duecento metri a piedi, torcia in spalla e casco, prima di entrare a fatica, attraverso una fessura, nel cunicolo terminale dove si trovano i nove.
Ma non sono soli: ogni giorno un sindaco del comprensorio scende giù per solidarietà con la loro lotta. Uno dei lavoratori è in un angolo dentro il sacco a pelo, con la febbre. Il clima caldo ed umidissimo del cunicolo ha fiaccato la sua resistenza. Sul tavolo un apparecchio per controllare la quantità di grisù presente nell’aria, ma il pericolo può venire anche dalle frane poiché le pareti non sono rivestite.
Parlano della loro esperienza e della solidarietà nei vari momenti. La notte di Natale passata con i propri cari e col Vescovo. Un altro ci racconta come è nata questa forma di lotta: “Eravamo quelli di un turno. Su dodici, abbiamo deciso di rimanere qui in dieci; e comunque squadra che lotta non si cambia. Continua la protesta chi l’ha cominciata, costi quel che costi anche dopo tanti giorni”.
All’improvviso arriva la notizia che le trattative sono andate in fumo. La reazione è di rabbia e volano parole grosse… in un angolo, al buio, uno dei nove, barba nera e capelli corvini piange sommessamente.
Tutti sanno che la battaglia deve continuare, nonostante tutto… Mai come adesso il lavoro è tribagliu. Quel travaglio che a migliaia in Sardegna stanno sperimentando.

 



1992: NON È UN NATALE QUALUNQUE …


né il 1993 giunge con buoni auspici. In effetti non è un Natale di luci, feste, spensieratezza. Anche se non vogliamo dimostrarlo, l’aria disinvolta nasconde preoccupazioni. È buio in molte parti del mondo: guerre, fame, politiche repressive, oppressive con sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nel Sulcis sta calando la notte perché qualcuno spegne le luci della speranza di chi vorrebbe avere a mangiare il pane lavorato e guadagnato.
Le voci, il rullare dei …barattoli percossi con rabbia dai lavoratori durante la “marcia per lo sviluppo”, le richieste urlate davanti ai palazzi regionali a Cagliari e nazionali a Roma sono serviti a ben poco o nulla. I lavoratori da Roma sono tornati a mani vuote.
Prepotenti e sature di realtà risuonano le parole del vangelo lette in questo tempo di Avvento: “voce di uno che grida nel deserto…”. Nel deserto dei mass-media nazionali che non hanno il minimo spazio, nel deserto dei politici che avevano promesso e firmato, nel deserto che rimarrà se quei signori che hanno illuso e diviso migliaia di lavoratori, decideranno veramente di chiudere lasciando sul territorio ruderi, montagne e distese di scorie di ogni colore e grado di tossicità, lasciando le nostre colline e montagne delle zone minerarie sovvertite, sconvolte, desolate. In questo deserto, in questo buio ho ancora il coraggio d’invocare e di invitare tutti voi a voler vedere la Stella di Natale, la luce di Dio che diventa uno di noi nella solidarietà quasi totale tranne nella cattiveria.
È a proposito di cattiveria vista e provata ai cancelli dell’Alumix che vi voglio confessare il mio dolore.
Che il “Padrone”, lo “Stato-Padrone” in questo caso guardasse egoisticamente i suoi interessi e che cercasse di dividere i lavoratori per dominarli, lo sapevo da sempre. Ma vedere i lavoratori caduti nella trappola della divisione, non l’avrei mai voluto credere.
Anche questo è deserto, è buio, è notte. Una notte profonda che scende sul mondo del lavoro ed ha bisogno di molta Luce, di Dio, di buon senso. Quel buon senso dei nostri Vecchi che proprio nel Sulcis, uniti, hanno vinto dure battaglie con lacrime e sangue!
Questa notte – divisione va convertita con coraggio affinché si arrivi di nuovo alla solidarietà dei lavoratori, della “classe operaia”, abbattendo steccati divisori creati da egoismi, partiti, sindacati.
La luce del Natale dovrebbe convincerci quanto assurdo e ingiusto sia che gli stessi lavoratori accettino classifiche di serie A e B, di imprese madri e …figlie, di appalti e di subappalti, statali, privati, del Primo e del Terzo Mondo, del Nord o del Sud!
In questa “guerra tra poveri” la prepotente rimonta del capitalismo = profitto a tutti i costi ci sguazza! Semina indisturbato morte di uomini e distruzione di valori.

Permettetemi di trarre una conclusione: in questa notte, in questo buio la Luce non risplenderà in maniera durevole per nessun lavoratore finché ci sarà una regione, un continente che non potrà accenderla.
Con vero e profondo affetto Buon Natale e Buon Anno a tutti, carissimi!

Raffaele Boi 

Carbonia (CA)


 

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