Nella valle delle ferriere

Testimonianze



Un PO fa memoria della propria “dislocazione”

Dov’è Dio?
Non lo so
Non ho visto quel Signore
Dev’essere là che digiuna
alla mensa del padrone

(Atahualpa Yupanki)

Una premessa necessaria

 
Negli incontri tra i PO della Lombardia da tempo ormai riemergeva un interrogativo: “dopo tanti anni che coltiviamo a caro prezzo la vite, perchè non impegnarci noi stessi a farne vino buono da condividere?” E così, gradualmente è maturata tra noi la convinzione della necessità di fare un passo in avanti: portare a sviluppo teologico quel filone evangelico specificamente nostro che ci ha condotti ad “uscire” dal proprio posto, ad essere “spostati”.
“Se è vero che il dato più assimilante per noi ora è la dislocazione (abbiamo deciso di usare questo termine), per essere precisi non possiamo semplicemente dire che noi PO siamo “spostati”, ma che siamo “spostati sotto”.
Bonhoeffer esprime bene: si tratta di “scendere nei sotterranei della storia dove sono i deboli, gli emarginati, i senza potere; e di lì, come dal miglior punto di veduta, scorgere nitidamente il limite che divide l’alto dal basso; quindi, rinunciando alla condizione gratificante di eterni insoddisfatti, risalire da quella via, nello sforzo di traguardare nuovamente il limite, cancellandolo”.
Infatti il nostro dislocarci-da-PO contiene la sfida a condividere il destino di risalire da lì e con chi lì c’è, per trapassare il confine tra il sopra e il sotto: è qui che si annida un’indicazione indispensabile per un terzo millennio “umano”.
Nelle pagine seguenti ho ricostruito la mia memoria personale del primo di questi passaggi: lo scendere nei sotterranei della storia, questo “dislocarsi sotto” del PO che comporta non solamente il “mettersi a fianco”, ma il condividere le condizioni materiali strutturalmente segnanti nella misura più forte possibile: perché contiene non il portare benevolo il nostro sguardo a chi è sotto, ma il condividere con loro lo sguardo verso il sopra, ogni sopra (religioso, culturale, politico, etico… ).

A) Allevato per stare sempre più fuori – sopra – contro la vera storia

 
1. Di umili e care origini: nono di dieci nati, otto dei quali viventi, in cascina agricola (omonima della contigua chiesa romanico-campestre carica di storia e di arte, poi assurdamente rasa al suolo da prevosto e sindaco, successivamente processati e amnistiati).
Nel mio piccolo però sono cresciuto in un contesto oggettivamente ambiguo – ambivalente: figlio e fratello di capi, di casa con buoni padroni. Ai salariati sotto il solleone portavo solo acqua fresca e periodico postale (della Federbraccianti Cgil).
Predestinato prete fin dal battesimo, lo confermavo perfino con i giochi. Finito sul giornale per un pericoloso bagno nell’Oglio: “operaio salva due chierici!”
Candida risposta all’ «alzi lo mano chi vuol dare tutta la sua vita per Gesù»… in piena chiesa (era la giornata eucaristica-vocazionale per le elementari).
 
2. “Dare la vita per Gesù” … a costo purtroppo di 13 anni di seminario quasi a rischio irreversibile, se non fosse stato (tra l’altro) per:
* esercizi spirituali con Piero Brugnoli in prima teologia;
* libro autobiografico – collettivo in terza teologia con Tullo Goffi: “L’integrazione affettiva del sacerdote”;
* “La specola”, rivistina interna durante il Vaticano II; e riscrittura di regole seminaristiche più responsabilizzanti;
* il mese ignaziano con Biagio Turcato istruttore;
* gregoriano – polifonia – organo;
* alla vigilia dell’ordinazione, accelerazione pastorale strettamente diocesana, cioè con la costante fobia della chiamata missionaria.
Risultato: funzionale, eccome, pur sentendomi molto inadeguato.

B) 1967-1971: quattro anni di contributo all’allevamento in parrocchia “operaia”

 
1 . Ultimo dei preti-novelli ad essere destinato (e per ripiego) al borgo rosso di prima periferia, diviso in due non solo da una grande arteria: di sotto grandi fabbriche (sfruttamento-inquinamento) e quartiere abitato da libici e sardi con relativa scuola elementare; di sopra tradizionale in forte espansione residenziale. Grandi scioperi e blocchi stradali, cui non sfugge il prete con sacri paramenti. ..
 
2. Atterrito rodaggio (grandi opere murarie parrocchiali permettendo) con catechesi familiare e frazionata; pastorale nelle case dei… turnisti, sempre al lavoro o a letto a causa del lavoro; timido decentramento nel settore sud; tanti ritiri; primi corsi di educazione sessuale con la scuola media locale, anche come incaricato di religione; bollettino parrocchiale quasi aperto…
 
3. Democraticamente eletto per l’allargamento del consiglio presbiterale (prevalenti i parroci) dalle ultime due classi di ordinati, mi brucio per esplosive inchieste – proposte sulla perequazione economica e il celibato dei preti, l’avvicendamento e l’elezione più democratica, la costituente di un consiglio pastorale diocesano unico per laici – religiosi – preti (proprio allora si dislocano i primi PO, a certe condizioni).
 
4. Progressiva insostenibilità della collocazione, anche grazie agli esercizi spirituali con Ernesto Balducci a Vallombrosa, con istruzione supplementare al neonato Isolotto; ai falliti tentativi di équipe pastorale parrocchiale con vita comune e senza percepire offerte; al sincronismo – sintonia – amicizia tra preti comunque in ricerca (due operai locali preti con vocazione adulta, un comboniano sociologo, i futuri PO); ai grandi segni dei tempi (Vietnam, Lercaro, La Valle…).
 
5. Quindi passaggio – vescovo possibilista – alle improrogabili dimissioni collettive (da 4 parrocchie diverse) il 30 giugno 71, nonostante una cena-esca (i tre amici per Giobbe?).
 
6. Mi congedai dalla gente scusandomi per i quattro anni e dando atto che almeno grazie a loro mi si erano aperti di più gli occhi. ..
Risultato: i primi piccoli imperativi categorici della mia vita:
a. Mi sembrava onestamente che di volta in volta avessi scelto con libera e piena cognizione di causa i singoli passi di questa strada lunga ma senza uscita; la cui somma cioè mi convinceva piuttosto per un’eterodirezione di cui facevo, mio malgrado, il gioco e in cui non bastava la sola buona volontà…
b. La costante percezione di essere fuori (“ghe manca l’hom”, cfr. Primo Mazzolari); di essere sopra (mantenuto); di essere contro (complice) la vera vita della gente, specialmente la più provata.
E che fosse almeno per me ormai insostenibile l’alibi anche serio dell’annuncio di fede e del servizio ecclesiale (in gran parte suppletivo). Cfr. il vissuto (atto 1°) e la teologia (atto 2°) di Paolo in 1Tes 2,9 e 1Cor 9.
c. Ero cosciente che Dio era entrato nella mia vita, sapevo di giocarmi la vita per Cristo, secondo che lo Spirito mi suggeriva. Ma quasi tutto della mia vita concreta e percepita faceva il gioco della parrocchia invece che del quartiere; dei fedeli invece che del popolo; del clero invece che dei laici; dei praticanti invece che dei credenti; dei medio-borghesi invece che degli ultimi; dei maschi invece che anche delle donne; della chiesa invece che del regno di Dio e della sua giustizia…
d. Mi era chiaro che era così. Anche se mi era ancora difficile capire perchè doveva essere così. E come se ne poteva – doveva uscire.
Mi pesava già enormemente la complicità di quattro anni: irretito – fuorviante e senza coscienza – memoria passionis (secondo Mt. 23:. “guai a voi che chiudete il Regno… e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci”).
e. Non potevo non sradicarmi subito, per andare altrove. Con la suggestione e le vertigini verso una più promessa che terra… Cfr Abramo in Gen 11,27-12,1: “Vattene dalla tua terra – casa paterna – patria (=locale+culturale+politico) dove ti indicherò”; magari verso te stesso, rinviato – restituito alla propria autonomia purché dialogica, alla nuova nascita di te tramite l’accoglienza del volto dell’altro, secondo Mt 25,35.
E già percependolo come paradigma permanente (relativamente) e nuova professione di fede: “Mio padre era un arameo errante…” (Deut 26,6): emigrante di Dio.
f. Infatti non è evangelico né ragionevole continuare a fare una certa vita in un certo luogo se non ci si crede più, anzi, se ripugna. Era doveroso traslocare per poi prendere decisioni idonee, con analisi pertinenti. Cominciando a vivere mantenendoci (non percepimmo liquidazioni). Cioè lavorando. Cioè con un lavoro manuale. Cioè dipendente. Cioè fino alla pensione…

C) …e così spostato, sono finito “sotto”: in ferriera nella valle delle ferriere

 
 
1. Risultando alterato a me stesso e alla relazione, a causa del precedente ruolo istituzionale introiettato e contagiato, decisi fin dal primo momento per un rigoroso anonimato (in provincia bianca – curial – confindustriale) che restituisse un minimo di autenticità a me, tramite gli altrui volti, senza rete né diaframmi: sana ambiguità che rinviasse ad augurabile autonomia reciproca.
 
2. Seguì il rifiuto di ogni raccomandazione.
 
3. La fame (erano finiti i risparmi), l’età, la non professionalità e una provincia siderurgica che notoriamente assorbiva al volo, con “ius utendi et abutendi”, mi precipitarono d’un colpo triturnista in laminatoio dentro una delle 80 ferriere con 20 mila condannati ad metalla, locali e immigrati (era il 20 settembre: quale Breccia di Porta Pia…).
 
4. Lo sprofondamento psico – fisico fu tremendo. L’impatto immediato e differito non faceva sperare assuefazione: fatica fisica, manualità spersonalizzata, sudare continuamente, vesciche e calli, legato alla catena, gavetta – rancio o fredda o “strinata”, concentrazione demotivata, inosservanza indotta, lontanissimi “cinque cessi e mezzo” per 320 in forza, primi infortuni, intontimento permanente, dover riposare per tornare a lavorare anche straordinario, ritmi circadiani e metabolismo a tutta prova…
 
5. Quattro infortuni mortali in tre anni (senza lutto aziendale se facevamo sciopero), infortuni anche gravi e malattie professionali inammissibili (e assurde trasferte: per grandi ustioni a Verona, per silicosi a Milano, per saturnismo a Bergamo!); cinque serrate in dieci anni, con tenda della solidarietà e resistenza magari sul sagrato della chiesa il giorno di Pasqua, e l’arciprete liturgista che salta l’omelia per non pronunciarsi; umiliazioni e lotte di anni per il riconoscimento dello stato di diritto minimo: prima assemblea in fabbrica a due anni e mezzo dall’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori, rappresentanze sindacali e consiglio dei delegati (il primo epico delegato era stato isolato in fondo al piazzale a scavare – ricoprire – riscavare un’assurda quanto eloquente buca), sciopero “fermando i forni”, depuratori fabbrica – territorio, controllo della formula di cottimo, godimento del riposo infrasettimanale (inesistente la quarta squadra) e delle ferie annuali, manutenzione preventiva, adeguato organico, visite mediche possibilmente non appaltate all’ospedale …militare!
 
6. Il solo fatto di esserci, starci sotto e permettersi di disapprovare – con le prove sulla propria pelle – padroni così arroganti, ha comportato l’essere tacitato, spostato in peggio (al forno in acciaieria con ritmi di sei notti, sei primi, sei secondi turni, domeniche e festività incluse), minacciato, indagato, multato, …licenziato (quattro anni di presidio-occupazione di fabbrica): tutti riassunti e poi di nuovo tutti licenziati: “premiata chiusura CEE”, i12° licenziamento fu il risultato dell’applicazione, per noi anche retroattiva, di una legge che finanziava con i fondi CEE lo smantellamento della siderurgia minore: ma questo incubo farà parte di passi successivi.
 
7. Attaccati senza tregua da un rozzo presidente dei siderurgici e del Brescia Calcio (ricorsi e querele), dislocati sotto a prezzo della totale mancanza di rispetto della dignità della persona, percossi, tartassati, controllati, selezionati, espropriati, diseredati, ingannati, monetizzati, rimpiazzati, ignorati, ironizzati, caricati da un capo dietro ordine esplicito del padrone, con tre feriti (dalla stampa risultai essere un PO e terminò l’anno di anonimato), ci era costante il quadro sinottico di chi stava anche peggio di noi: Odolo rispetto a Nave; le piccole fabbriche rispetto alle grandi; immigrati meridionali (importati magari tramite Cisnal e pendolari rispetto ai locali. Campagna sindacale di solidarietà “il Vietnam chiama!” (gennaio ’73); trame nere e attentati culminati con l’impunita strage di Piazza Loggia (28 maggio ’74: 8 morti e 100 feriti): che persone e che figli di Dio dal destino preconfezionato – eteroimposto fin dalla nascita?…
 
8. …A meno di vendersi – tradire (“l’oppressione modifica la psicologia dell’oppresso” – Jervis) …oppure a meno della compagnia di alcuni pensieri, poi analisi, poi lotta, poi libro-bianco (1973: “Il fascismo si batte anche in fabbrica: storia di una vertenza”), poi piccolo periodico unitario di zona (“La ferriera”):
a. il massimo del non-senso in un lavoro a dir poco demotivato (acciaiaccio per un fascista che girava armato in fabbrica) e a rischio con effetto moltiplicatore (fusione + laminazione + trafileria = ciclo continuo e a caldo = fumo + polvere + rumore + calore, nocività tabellate dall’Inps subito dopo la miniera): lavorare fa male alla salute + di fabbrica si muore = nocivi non sono forse i padroni (recidivi per giunta)?
b. le domande più grandi: perchè proprio a noi, e sempre a noi da zero? Perchè noi abbiamo sempre e solo la forza della ragione e loro la ragione della forza + complicità?
c. il rapporto di lavoro è un rapporto di forza di per sé impari? Eppure, se poche realtà come la fabbrica manifestano cruentemente e inequivocabilmente il rapporto oppressore – oppresso, sfruttatore – sfruttato, azzeratore – azzerato, perché questa verità così cara non illumina la grande parte di umanità che ne è sacrificata (“si vive una volta sola, e chiamala vita questa…”) e la società e la chiesa?
d. la fabbrica è la nostra “università”, eccome…!
e. il non aver più nulla da perdere può diventare coscienza percettiva – deduttiva – ipotetica per uscirne lottando come classe?
Cfr. “vissuto e teologia” di Giobbe (42,4-5), per quanto a lieto fine; ma soprattutto di Geremia (15,10-21; 20,7-18), delle oranti e degli oranti dei salmi imprecatori; e di Isaia e dei quattro carmi del Servo di Jahvè; delle poverecriste e dei povericristi prepaolini cui faceva da specchio la kenosis del Cristo (Fil 2,5-11).
 


D) Quanto a fede – chiesa: …degradando – sprofondando

 
l. Effettivamente traslocati tris-collettivamente, senza presenza sacramentale: “per adesso (!) adorate il Padre in spirito e verità”, così a domanda rispose – bontà sua – il vescovo, citando la straordinariamente liberante dichiarazione di Gesù a quella donna di Samaria (Gv 4,23); e senza concordato…
 
2. Atroci primi mesi coincisi con la morte quasi simultanea dei genitori.
 
3. Inchiodato al non-senso in sé e per accidens: reso muto, senza parole, vuoto a perdere, tra parentesi; osando chieder conto al Dio della notte: Deus dedit carmina in nocte (L. Bloy); o vere beata nox; mysterium tremendum et fascinans…
E il cambio turno del mattino, parusìa, che non arriva mai…
 
4. Percepita accettazione di una sfida totale (laicità) , perché anche il primo annuncio è la condivisione …nel cantus firmus del fermento.
 
5. Chiesa locale istituita-istituente, dall’altra parte nel metodo – contenuto: improvvisamente contrordina i collaudati tre chierici operai, PO in pectore e tiene eufemisticamente inventariati i PO come preti al lavoro…
E l’interrogativo d’inizio si completa:

“quei poveri della terra
che muoiono dando vita
in un mondo che li uccide!
Quella casa inabitabile
che fu casa del tuo figlio
dove siamo, tu e noi, Padre nostro?
…Nello stesso cammino…” 

(Casaldaliga)

Andrea Marini


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