2010 Bergamo / Che vita vogliamo fare?

BG2010

Interventi


 

 


Nei 30 anni passati in fabbrica, a Ostiano, ho imparato ad accorgermi di chi mi sta vicino. La fatica del lavoro e la lotta per i diritti e la dignità dell’uomo mi hanno insegnato a gridare, a provare rabbia, a muovermi non da solo. Ho cominciato così a sentirmi appartenente ad un popolo, a stare nella storia quotidiana guardando ‘ dal basso’ e condividendo la vita degli altri.
Mi sosteneva la voglia di organizzare la mia vita in modo alternativo al sistema sociale che strutturava il vivere della gente: e questo ha prodotto in me una forte presa di coscienza dei problemi reali, uno spiccato senso della solidarietà, un profondo gusto per la giustizia.
E’ stato però necessario che mi svestissi di un ruolo: infatti all’interno della struttura ‘Chiesa’ provavo un forte disagio: disagio sentito come estraneità, che ti costringe a star dentro pur sapendo che fuori si respira meglio. Io ritengo che spesso noi non siamo degni della storia che viviamo: camminiamo in mezzo a miracoli e non ce ne accorgiamo nemmeno perchè il nostro sguardo è incapace di spaziare oltre il confine del proprio baricentro.
Andato in pensione, e uscito dalla fabbrica, sono partito da Ostiano incamminandomi sulla sponda sinistra del fiume Oglio, e, percorsi 40 Km, mi sono fermato a Canicossa, paese del mantovano. Da sette anni condivido, anche con la gente di altre tre piccole comunità, la quotidiana fatica del vivere e del credere occupando il ruolo di parroco: mi sento bene con loro, per una genuina accoglienza che si fonda su una reciproca fiducia. Ma è con la Chiesa ‘istituzione’ che ho ripreso ad avvertire un profondo disagio.
Innanzitutto è con in preti che non riesco a comunicare per una marcata diversità di approccio ai problemi: sentendoli parlare mi accorgo che nei loro discorsi non c’è quasi mai la vita concreta che la gente vive; questo mi ha indotto a dimettermi da un incarico che mi vedeva impegnato a coordinare le iniziative della zona pastorale dove sono inserite le tre comunità con le quali vivo.
Tale rinuncia non è stata condivisa dal vescovo perchè, secondo lui, motivata da convinzioni personali che ho maturato durante la mia particolare storia, che sono i 30 anni passati in fabbrica: una storia, mi ha detto, che è senz’altro servita a me per una crescita personale, ma che per la Diocesi di Mantova, a suo parere, ha significato ben poco.
 

E allora mi chiedo:

Ma che vita vogliamo fare?

Per dare qualità alla vita è necessario tenerla sempre aperta al futuro: però non si tratta tanto di indovinare gli sviluppi più probabili della società attuale, né tentare di prevedere se ci sarà più pace e giustizia, o se si risolverà la questione ecologica; per tenerla aperta al futuro è necessario appartenere, vivere in pienezza il presente.
E’ quindi fondamentale riflettere sul nostro modo di porci in rapporto al futuro, perchè altrimenti, come scrive don Paolo Farinella,

si può passare la vita a fare sacrifici, a macerarsi nelle rinunce e nelle privazioni; ci si può chiudere dentro un abito-paravento o dentro un convento, ma se non c’è la libertà dei figli di Dio, se non c’è la gioia che nasce dal coraggio di regalare la propria libertà, noi saremo sempre i farisei della situazione, come il figlio maggiore della parabola : esecutori materiali di tutti i precetti, ma con il cuore lontano dalla salvezza, perchè pur stando ‘ nella casa del padre’, non stiamo ‘ nella casa col padre’, continuando a praticare troppa religione, ma senza amore e senza passione”.

Viviamo in un tempo in cui la schiavitù è stata formalmente abolita, ma sia la società che la Chiesa pullulano di schiavi che invocano un padrone, pronti a vendere se stessi al miglior offerente.
Il primo intervento di Dio nella storia è stato un intervento di ‘liberazione’, cioè di lotta contro la schiavitù. Ma Dio libera non per mandare allo sbaraglio, ma per guidare ‘i liberati’ al monte Sinai, al monte della libertà consapevole e riconosciuta.
Al Sinai arriva una massa indistinta di schiavi, che diventa ‘popolo’ attraverso l’accoglienza della Legge che ha dato loro la forza, dopo un lungo tempo di coscientizzazione, di definire l’identità di appartenenza, le relazioni interpersonali e gli obiettivi del futuro. Dal Sinai riparte un ‘popolo libero’ con il tesoro delle ‘ dieci parole di libertà': il cammino dell’Esodo, come è stato detto, è un vero processo dalla schiavitù al servizio.
Stiamo assistendo oggi, soprattutto all’interno della Chiesa italiana, ad un profondo degrado della ‘ecclesialità': ‘ Gerarchia’ è diventato sinonimo di ‘Chiesa’, tanto che si pretende che la gente ascolti i suoi insegnamenti come ‘Parola di Dio'; e questo al punto che anche la più piccola contestazione è vista come un attacco, quasi una minaccia per il suo potere che considera assoluto e indiscusso: chi contesta la gerarchia, nega Dio!.
Vale la pena ricordarsi di quanto affermava don Primo Mazzolari riguardo a chi detiene autorità:

Se li guardo dal di fuori, un borghese vale un nobile, un socialista un borghese, un intellettuale un operaio. La questione non è sulla ‘marca’, ma sulla interiore ‘dignità’ di chi presiede. La vera legittimità del potere non è del sangue, o dei voti, o della forza, ma del servizio. I visi dei grandi non vanno lodati, confondendo il doveroso rispetto e la doverosa obbedienza all’autorità con l’adulazione dell’uomo posto in autorità. Un giudizio giusto e libero sull’uomo non distrugge il principio di autorità, ma lo inquadra nella realtà umana, che ha la possibilità di bene e di male in qualsiasi officio”.

Il forte ‘disagio’ che provo, come d’altra parte l’evidente ‘dissenso’ che spesso manifesto, li vedo come segni che un altro modo di vivere è possibile. In quasi tutti i membri che operano in questa struttura gerarchica della Chiesa serpeggia un imbarazzante silenzio. Tutti sappiamo che il re è nudo, eppure si continua a tacere: per opportunità, per complicità, per convenienza; ma è proprio questo pesante silenzio che manifesta tutta la malattia della Chiesa.
Non mi ricordo chi dicesse che “è meglio accendere una candela che limitarsi a imprecare contro il buio”, ma aveva una sacrosanta ragione!
E’ urgente cambiare il fatalismo dominante in una rinnovata chiamata all’esistenza; è necessario far tornare questo nostro tempo come occasione per riprendere a desiderare, a ricercare, a generare, a custodire, a trasmettere passioni e pensieri forti.
Per questo ho deciso di continuare a ‘soffiare sulla brace’, stando sulla mia zolla mantovana: anche se non so se diventerà un ‘roveto ardente’.

 

Gianni Alessandria